<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798</id><updated>2012-02-16T08:10:14.185Z</updated><title type='text'>Tontonews</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://tontonews.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>34</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-1182297962805467541</id><published>2011-06-01T19:44:00.004+01:00</published><updated>2011-06-01T20:02:30.852+01:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(51, 51, 153);font-size:180%;" &gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;&lt;br /&gt;Il 2 giugno festa della Repubblica.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 153); font-style: italic;"&gt;(1 giugno 2011)&lt;/span&gt; Ora, per ragioni di par condicio, verrà fuori il solito pirla del PDL a invocare l'istituzione di una festa del Giornale, del Corriere della Sera, del Sole 24 Ore, del Tempo e del Resto del Carlino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 153);font-family:lucida grande;" &gt;Sola me ne vo per la città.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic; color: rgb(51, 51, 153);"&gt;(30 maggio 2011)&lt;/span&gt; Tonto saluta &lt;span style="color: rgb(255, 102, 0);"&gt;La tizia Moratti, una ricca qualunque&lt;/span&gt;, che se ne va, con le sue decine di milioni di euro buttati via in campagna elettorale. L'accompagnano Matteo Salvini, detto bavetta; Maurizio Lupi, detto agnusdei; Red Ronnie, detto diplomato ragioniere (che senza i 105 mila euro di consulenza diventerà digiunato ragioniere); Riccardo De Corato, l'ex uomo forte di AN, detto il vicesindaco-sceriffo, che, sempre metaforicamente parlando, è sinonimo di vicesindaco-pistola; insieme a una sovrabbondanza di famelici ciellini, pre e post fascisti, immobiliaristi, palazzinari, comitati d'affari, "consulenti" succhiasoldi, la Grande Borghesia (che negli ultimi giorni di campagna elettorale ha fatto un club per dichiararsi contro la Moratti: ma dov'era in questi due decenni?), quelli che fuori le BR dalle procure, quelli lungimiranti del Corriere della Sera che "l'opposizione non è pronta" o "l'alternativa gh'è minga".&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-opfM8dL0etw/TeaJVujbySI/AAAAAAAABLE/tbEvwUPy9-w/s1600/mor12345mi.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 258px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-opfM8dL0etw/TeaJVujbySI/AAAAAAAABLE/tbEvwUPy9-w/s320/mor12345mi.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5613324991930812706" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;E che dire dell'ex sindaco Gabriele Albertini? Milano lo ricorda ancora per i segni tangibili del suo passaggio: le voragini dei parcheggi mai realizzati e le orrende fontane (un'ossessione pura) lasciate a secco e trasformate in depositi di rifiuti o in allevamenti di larve. È proprio di Albertini il commento più stralunato all'elezione di Pisapia, affidato, ça va sans dire, al solito Corriere della Sera: "Non è la sinistra che ha vinto, siamo noi che abbiamo perso". Un genio della matematica, l'Albertini. A cui qualcuno dovrà ricordare che, invece, Pisapia ha vinto con il record di voti rispetto ai precedenti candidati della stessa area.&lt;br /&gt;E così sono passati due decenni. Venti anni di amministrazione della destra e della Lega che hanno scassato l'anima a Milano. Qualche mese fa passavo in una piccola strada, via Ciro Menotti, e pensavo proprio agli effetti deprimenti di questi venti anni, dal sindaco leghista ridens Formentini, alla Moratti, la peggiore di tutti, con quell'aria offesa da cerebrolesa maestà, da una e trina, eccetera. Ci pensavo, mentre incontravo un escremento di cane (vedi foto). Che era lì, solitario al centro del marciapiede, eccentrico, scultoreo, un'opera d'arte che, come diceva Popper, è qualcosa di ben diverso dall'espressione di sé. Nel senso che, per me, quella cacca non era l'espressione del cane di un padrone cafone (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;dalla servitù se cognòss el padron&lt;/span&gt;), ma era l'espressione, la sintesi dei vent'anni di quella Milano così male in arnese, da Formentini alla Moratti. Insomma, alla fine quell'escremento non era più un'espressione: era un'impressione.&lt;br /&gt;Questa notte, a Milano festeggiamo la liberazione: l'elezione di Giuliano Pisapia sindaco. Festeggiamo Pisapia, ma non festeggiamo uno: festeggiamo molti, tutti. Festeggiamo noi stessi, la gente finora esclusa. Gente che scenderà nelle piazze e nelle strade. E se capiterà di calpestare qualche "opera d'arte" lascito dell'amministrazione Moratti? Pazienza. Ma cosa volete che sia questa piccola penitenza spalmata nelle suole delle scarpe, in cambio della liberazione? Anzi, se la vogliamo proprio girare in positivo, è anche bene augurante (non lo dice soltanto la psicanalisi: lo dicono i contadini).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 153);font-size:130%;" &gt;&lt;span style="font-family:lucida grande;"&gt;Il giorno dopo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 153); font-style: italic;"&gt;(31 maggio 2011)&lt;/span&gt; E la sciura Benza Moratti, com'è stato il day after della sciura Benza? I fans volevano dirle addio in modo, come si dice a Milano, un po' &lt;span style="font-style: italic;"&gt;unconventional&lt;/span&gt;, insomma volevano salutarla con un'atmosfera giusta, magari una litania, che è molto ton sur ton con lo stile della signora. E siccome il rito ambrosiano non prevede l'Agnus Dei, le hanno intonato l'Agnus Sghei, certamente gradito. Lei ha abbozzato con una impercettibile vibrazione del setto nasale collegato in eurovisione (regia di Red Ronnie) con le adenoidi, e si è allontanata con la bat-mobile blindata, dando un ultimo sguardo, dai finestrini oscurati, a quella Milano ingrata.&lt;br /&gt;Poi la sciura Benza ha voluto parlare al telefono con Pisapia, non tanto per complimentarsi con lui e con i suoi elettori milanesi, ma per lanciare una non troppo velata minaccia: "Moltiplicherò il mio impegno per Milano e per il Paese".&lt;br /&gt;Minchia, che pugile suonato. Il giorno dopo la batosta per knockout, la Moratti mi fa pensare a quella battuta di Beppe Viola...&lt;br /&gt;Il pugile: "Come sta andando?".&lt;br /&gt;L'allenatore: "Se l'ammazzi fai pari".&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Riki, Tiki e Tavi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-1182297962805467541?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/1182297962805467541'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/1182297962805467541'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2011/06/il-2-giugno-festa-della-repubblica.html' title=''/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-opfM8dL0etw/TeaJVujbySI/AAAAAAAABLE/tbEvwUPy9-w/s72-c/mor12345mi.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-4863560021387577188</id><published>2009-01-18T18:35:00.062Z</published><updated>2011-01-16T18:01:50.076Z</updated><title type='text'>(2009) Ho visto un re. Ah beh, sì beh...</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SmtY6Op-XnI/AAAAAAAABKI/cfqfYV8422c/s1600-h/magitaly.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 200px; height: 100px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SmtY6Op-XnI/AAAAAAAABKI/cfqfYV8422c/s200/magitaly.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5362477538704514674" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;IL MAGICAL MISTERY TOURISM DELLA BRAMBILLA.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Luglio 2009)&lt;/span&gt; Ricordate? Sono &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;passati due mesi da quando la ministra Brambilla annunciava al TG4 d&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;i Emilio Fede: "Sono ansiosa di mostrare l'imm&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;agine nuova de&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ll'I&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;talia a&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ll&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;a quale il p&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;residente&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; Berlusconi lavora &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;da giorni". Si trattava&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SmtZcD8DuwI/AAAAAAAABKQ/bnxhK_S3Twc/s1600-h/magicabar.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 200px; height: 137px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SmtZcD8DuwI/AAAAAAAABKQ/bnxhK_S3Twc/s200/magicabar.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5362478119943125762" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; del mar&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;chio &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Magic Italy&lt;/span&gt;, e &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;venne accolto da un &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;co&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ro di risate e &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;da commenti&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;del genere: "orrido", "un lo&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;go da televendita", "una sesquipedale scemenza visuale", "un marchio di pizza surgelata", "offensivo per un paese che van&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ta una decorosa, a volte gloriosa, cultura del progetto". Addirittura, su Facebook si formò il gruppo "Magic Italy Go Home".&lt;br /&gt;Come è noto, il ministero del Turismo venne abrogato con un referendum promosso dai Radicali negli anni Novanta. È stato ripristinato da Berlusconi per tenere in qualche modo impegnata la signora Brambilla, che ha bisogno della sua dose di notorietà. Che, di per sé, non è una cosa grave, a meno che non diventi una forma pericolosa di dipendenza. E sinché la dipendenza dall'orrido non porta allo spaccio, ma resta ferma all'uso personale, alla Brambilla verrà di certo condonata la sanzione penale. Del resto, l'orrido non è neanche punibile ai sensi delle leggi vigenti.&lt;br /&gt;Ora, sono passati due mesi e ci si chiede che fine abbia fatto il marchio: non se ne sa più niente. E così sembra che avesse ragione chi prevedeva un altro flop, dopo quello del portale e del logo italiano (il famoso "cetriolone") del turismo, costati molte polemiche e un mare di denaro pubblico (e intanto l'ex ministro Stanca, che ha molti meriti riguardo a quel flop, è stato mandato all'Expo per scialacquare i panni in Arno, insomma per adeguarlo preventivamente allo standard nazionale).&lt;br /&gt;Ma sì, sarà di certo un flop, ma a noi rimaneva un dubbio: dove avrà preso l'idea, l'infaticabile visionario di Arcore? Poi siamo passati in via Bixio, a Milano, e abbiamo capito la magica coincidenza, cioè dove il Berlusca si è innamorato di quel corsivo sinuoso come una bavetta. Non c'è ombra di dubbio: Silvio è passato lì.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SlMkVtm_aWI/AAAAAAAABJg/SmnR22IyU48/s1600-h/zap1du.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 182px; height: 198px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SlMkVtm_aWI/AAAAAAAABJg/SmnR22IyU48/s200/zap1du.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5355664337312639330" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;QUE VIVA ZAPPADU!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Luglio 2009)&lt;/span&gt; Antonello Zappadu è il fotoreporter sardo che ha fatto tremare, appostamento dopo appostamento, contatto dopo contatto, fotogramma dopo fotogramma, il sultano di Arcore e la suburra (magica espressione di Scalfari: "Un premier sott&lt;/span&gt;&lt;span&gt;o ricatto e una suburra di Stato", su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Repubblica&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;del &lt;/span&gt;&lt;span&gt;21 giugno) dell'impero berlusconiano: dai finti matr&lt;/span&gt;&lt;span&gt;imon&lt;/span&gt;&lt;span&gt;i con "papi", ai voli di Stato usati per trasferire amiche, musici e ballerine. Del protagonista di questa rivoluzione senza parole, è molto atteso l'instant book che molto probabilmente sarà pubblicato da un piccolo editore, e che è stato rifiutato dagli editori collusi con il grande magnete (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;magnete&lt;/span&gt;, non magnate: nel se&lt;/span&gt;&lt;span&gt;nso di grande attrattore monopolista) dell'editoria e dell'informazione in Italia.&lt;br /&gt;Chi ha paura dei fotografi? Diaframma e tempi di esposizione dei reportage di Zappadu hanno evidenziato un contrasto drammatico: un pezzo di Italia famelico, dissennato, immorale e xenofobo ma non con le belle tose, che affonda l'immagine del nostro Paese, contro un pezzo di Italia perbene, che sgobba e tiene a galla il Rex. Ci chiediamo se oggi, dopo le scorribande di Zappadu, esista ancora qualcuno disposto a farsi una foto ricordo con Berlusconi e compagnia cantante (e che compagnia: per esempio, avete presente il leghista onorevole europeo Salvini, quello che ha proposto i vagoni separati per gli extracomunitari, che alla festa di Pontida canta "senti che puzza, scappano anche i cani, sono arrivati i napoletani"?). Dubbi al riguardo vengono espressi dal WSJ. Alla vigilia del summit del G8 all'Aquila, il Wall Street Journal scrive:&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ulrike Guérot, a political analyst who heads the Berlin office of the European Council on Foreign Relations, said German Chancellor Angela Merkel, who faces re-election in September, should exercise particular caution, given Mr. Berlusconi's propensity for playing pranks in front of cameras. "You have to be careful which photos you take with Berlusconi in the context of the German election," she said in a phone interview.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Cioè, un politologo dell'European Council on Foreign Relations ha avvertito Angela Merkel di stare attenta a come verrà fotografata accanto a Berlusconi durante il summit: un'immagine sbagliata potrebbe costarle la rielezione.&lt;br /&gt;Potenza della fotografia... La notizia della pubblicazione di un instant book di Zappadu, se vera, è confortante. Perché Antonello ha avuto tutti contro, e tutti nello stesso istante: dagli avvocati-servi travestiti da onorevoli a spese dei contribuenti italiani; ai belpietrini lanciati da Belpietro e le perle del navigatore velinaro in solitaria, l'Angusto Minzolini; all'Authority della privacy dei ricchi e dei culi-di-fuori; ai magistrati improvvisamente veloci come una littorina (singolare la vicenda di quel giudice del tribunale di Tempio Pausania: un tribunale in cui i processi durano anche oltre 40 anni, e che, con una sentenza lampo, impiega un solo giorno per dire che la visione delle foto di Zappadu è vietata agli italiani).&lt;br /&gt;Un fotoreporter che, alla fine, rischia di avere la meglio sui supporter del Capo, e che fa quello che l'opposizione delle sorelle Materassi (dalle Finocchiaro ai Franceschini) non riuscirà a fare neanche sotto tortura, è un meraviglioso miracolo italiano. Il miracolo degli eroi solitari che non si fanno sgamare dall'autodafé dell'inquisizione berlusconiana. Malgrado tutto. Perché, intanto, la muta di vigilantes e bon servant della Repubblica di Arcore ha cercato di incastrarlo e di farne un avido "paparazzo estorsore" autore di "falsi scoop" (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Panorama&lt;/span&gt;): il Giornale di Paolo Berlusconi lo ha chiamato "il fotografo-spia". Ma conosciamo bene la disinformatia dell'apparato. Così come conosciamo Antonello. Insomma, c'è una parte del Paese sufficientemente adulta per giudicare senza bisogno di farsi pilotare dalle epifanie di Bonaiuti e Vespa. C'è una parte del Paese che non vuole sapere; e una parte che sa, e che ricorda.&lt;br /&gt;Certo, io li ricordo, i Zappadu. Li ricordo chiacchieroni e allegri. Mi sono stati sempre simpatici. Antonello fa il fotoreporter da ragazzo, è un vero fotoreporter, insomma uno che ci crede. Il padre Mario, 40 anni in Rai, è il decano dei cronisti sardi, ed era il Ruggero Orlando del seguitissimo gazzettino sardo: una voce inconfondibile. La madre Mariolina, insegnante in pensione e collega di mia mamma, presidiava un negozio-cartoleria a 500 metri dalla casa dei miei genitori. Passavo lì quando tornavo in Sardegna per le vacanze di Natale, per comprare le "miccette" di Capodanno. E così le "miccette" dei Zappadu sono diventate l'iniziazione alla balentìa sonora di mio figlio nato milanese ma con le stigmate di un cognome sardo. Adesso è Antonello che spara le sue "miccette" in forma di file. E l'effetto è forse meno scenografico, ma sicuramente più devastante dei finti vulcani allestiti per allietare le notti allegre dei bon vivant nazionali e e dei putzen internazionali ospiti di villa Certosa.&lt;br /&gt;Ora, la domanda che la parte sana del Paese si pone, anche dopo i reportage parzialmente diffusi del fotoreporter sardo, è la seguente: può un premier che si circonda di call girls e grandi sorelle adoranti, che telefona di notte alle minorenni dopo aver visionato un book fotografico, e che la stessa moglie definisce malato ("non sta bene"), governare il nostro Paese? Ma la cosa più dolorosa, la domanda più difficile, non riguardano le condizioni mentali di chi ci governa, ma le condizioni di chi si fa governare: cioè, è il nostro Paese che "non sta bene"? Un Paese un po' xenofobo, un po' mafioso e po' fascista, un po' molto clericale e po' sozzone, insomma un Paese molto-poco e poco-molto, in balìa di sondaggisti e perversi sociologi delle masse, non è un Paese sano: è un Paese in cui aleggiano i primi sentori di putrefazione.&lt;br /&gt;Ci piacerebbe avere una risposta, almeno un conforto, magari da chi pensa di detenere il monopolio dei "valori della vita" e della morale, per esempio l'apparato vaticano. Che tace e dunque acconsente. Del resto, da Berlusconi ha avuto molto, e molto altro si aspetta.&lt;br /&gt;Ecco, le foto di Zappadu sono la rappresentazione di questa grande frattura, di due pesi e due misure, degli opposti opportunismi, di due Italie: una parte sana, capace di indignazione ma impotente; e una parte sedicente felix e ottimista, che recita la parte del ricco sfrontato, e invece malata cronica, perfettamente compatibile con le sozzonerie di chi la comanda, e che sta portando l'Italia alla deriva. Una deriva profonda, genetica, in cui naufragano i cervelli, gli innovatori, i capitani coraggiosi, la cultura e l'istruzione scolastica, le imprese, l'economia: i rumors secondo cui l'Italia potrebbe uscire dal G8, sostituita dalla Spagna, possono anche essere una balla clamorosa, ma sono un segnale spaventoso.&lt;br /&gt;Ma chi si spaventa? Il muro di complicità e paura che circonda la fortezza del Caimano - a volte come censura preventiva, a volte molto protettiva nei confronti di un ultra settantenne come la mitica cintura Gibaud - è duro da scalfire. Persino Santoro tentenna e non manda in onda - nell'ultima puntata - un'intervista a Zappadu. Sarà un cattivo segno? Secondo noi è un bellissimo segno. Significa che ormai la paura disorienta vittime e carnefici, e dilaga; e che, adesso, il ducetto di Arcore è in piena emergenza ansiosa.&lt;br /&gt;A questo punto, non ci resta che aspettare: c'è una mezza Italia - quella che sgobba; quella che il lavoro logora chi ce l'ha; quella che la cassa integrazione, in abete mediamente stagionato, è l'anticamera delle pompe funebri; quella che non fa i bagni a Punta Lada, e non tanto per il rischio colibatteri e/o sifilide; quella che non viaggia con gli aerei di Stato; quella che si spoglia con pudore anche davanti al proprio medico; quella che i regali li fa soltanto a Natale; quella che non è passata per villa Certosa e palazzo Grazioli; quella che la scorta, se ce l'ha, la tiene nella dispensa; quella che i servizi segreti andrebbero messi alla berlina, anche in una station wagon, purché non sia un'auto blu; quella che pensa che avv. sia l'abbreviazione di avverbio e non di avvocato; quella che l'unica legge ad personam che conosce è quella del trapasso; quella che il lotto per mille è il gratta e vinci del Vaticano; quella che sinistra è la Gelmini quando spalanca gli occhi e li fa roteare come un orco che si appresta a mangiare i bambini; quella che le pulizie in casa le fa da sé, figuriamoci se assume un fattore come Mangano  - in fase di sobbollimento, e i risultati saranno imprevedibili (persino le Marie Antoniette e i Luigi XVI del G8 svolto all'Aquila se ne sono accorti, quando hanno accennato al pericolo di "tensioni e conflitti sociali"). Prendendo in prestito la frase tristemente famosa di un soi disant grande statista, Massimo D'Alema, ci viene da dire: forza Antonello, facci sognare!&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aggiornamento del 23 luglio. &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Il libro è pubblicato da Castelvecchi e si intitola "L'incubo di Berlusconi". È stato presentato l'altro ieri ai giornalisti. Di recente, Zappadu ha rivelato al Times che, da quando è al centro dello scandalo, il suo telefono è controllato e che lui è pedinato dai servizi segreti (evidentemente, non abbastanza segreti). Ci viene in mente l'inquietante nona delle dieci domande poste dal quotidiano Repubblica al premier: "&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Lei ha parlato di un &lt;span style="font-style: italic;"&gt;progetto eversivo&lt;/span&gt; che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?".&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;LA SARDEGNA HA DATO VIA I CIAPP. E IL PD VA A CIAPÀ I RATT.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Febbraio 2009)&lt;/span&gt; La cattiva notizia: in Sardegna vince Berlusconi e il PD prende una sonora bastonata. La buona notizia: ha votato soltanto il 67% degli aventi diritto al voto; il 51,88% di questo 67% ha dato la preferenza all'uomo di Berlusconi; il 51,88% del 67% è una minoranza; significa che il resto, cioè la maggioranza dei sardi, è composto ancora da gente perbene.&lt;br /&gt;Ha vinto una minoranza, ma soprattutto ha vinto il partito del cemento e dei liberi muratori, l'onda sinusoidale che passa dai nuovi berluscones ai morti viventi della vecchia DC, dal nuovo PD ai residui del vecchio PCI, dalle cooperative rosse a quelle bianche. Non a caso, gli osservatori indigeni meno mansueti sussurrano che un notevole contributo per far fuori il povero Soru sia stato offerto da alcuni maggiorenti del PD sardo.&lt;br /&gt;Vince il partito del cemento: lo stesso Cappellacci, a scanso di equivoci, ha subito dichiarato che la prima azione del suo governo riguarderà la “revisione”, cioè la trombatura, del coraggioso piano salvacoste di Renato Soru.&lt;br /&gt;E così la Sardegna, ben disposta a mettere sul mercato il proprio territorio, si offrirà, in cambio di un piatto di veline, al ruolo gaudente di vasca da bagno preferita dagli italiani. Turismo e cemento, nelle perverse intenzioni di Berlusconi, dovrebbero dare ai sardi oltre 100 mila nuovi posti di lavoro. I camerieri sardi, nominati todos caballeros, attendono con impazienza. Nel mentre, il neo presidente Cappellacci e i suoi caballeros approveranno il nuovo menu turistico messo a punto dal visionario di Arcore e che entrerà obbligatoriamente in vigore dalla prossima estate nelle migliori trattorie isolane:&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Büseca&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Cassöla&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Col e magun&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Cutulèta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Crustin negà&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Less e salsa verda&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Minestra de fasö&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Oss büs&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Pulenta e gurgunsöla&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Risott in cagnun.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Abolita la maggio&lt;/span&gt;&lt;span&gt;r parte dei vini autoctoni, resterà comunque il Cannonau ma con titolo alcolometrico non superiore ai 7,5 gradi&lt;/span&gt;&lt;span&gt;; tra gli ammessi, il Dolcetto di Dogliani, lo Scherzetto di Bossi e il Ducetto di Arcore. Sopravviverà, invece, uno dei vini più rappresentativi della cantina dell'ex pubblicitario Sanna, doppio autore della campagna di Soru e di quella di Cappellacci: Buio Buio (d'accordo, di primo acchito il nome tombale può richiamare l'oscurità oscurità, la morte morte, il decesso decesso, e sembrerebbe inquietante; ma la verità è che con la vecchiaia arriva anche un po' di sordità, e perciò certe cose bisogna ripeterle almeno due volte).&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;ELEZIONI IN SARDEGNA: VALERIA MARINI FOR PRESIDENT.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Febbraio 2009)&lt;/span&gt; È un martedì. Il 10 febbraio. Va in onda il TG2 della sera. Intorno alle 20.50, viene trasmesso un servizio sul carro di Tespi della campagna elet&lt;/span&gt;&lt;span&gt;torale sarda, con un’intervista ai due attori: Renato Soru, che spera di replicare il precedente successo, e Ugo Castellacci, che fa le veci del vate di Arcore.&lt;br /&gt;Soru espone alcuni punti del proprio programma, in modo chiaro, giocando persino di sponda con gli insegnamenti gramsciani, enfatizzando soprattutto il ruolo di un auspicabile rilancio della cultura e dell’istruzione in Sardegna.&lt;br /&gt;E che dice Cappellacci? Berlusconi insulta Soru descrivendolo come "un fallito", perché il titolo Tiscali ha perso nella speculazione in Borsa gran parte del suo valore iniziale (dimenticandosi di dire che il titolo Mediaset - società quotata in Borsa per ripianare l'antico debito - ha perso una percentuale analoga: per la precisione, se Tiscali è passata da 107.34 della settimana del 10/03/2000, al rece&lt;/span&gt;&lt;span&gt;nte 0.39, sicuramente Mediaset non ha fatto meglio, visto che è passata da una quo&lt;/span&gt;&lt;span&gt;tazione di 26.80 ai recenti 3.70, con una perdita dell'86%; per non parlare, poi, dell'altro "gioiello di famiglia", Mediolanum, passata da 18.70 a 3 euro). E così Cappellacci ripete il verbo parziale del furbetto di Arcore: dice che la giunta Soru ha fallito; e che lui, invece,  contribuirà a portare la Sardegna a non essere più “&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;l’ultima locomotiva del carro&lt;/span&gt;”. Testuale. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Lo slogan di Cappellacci è "la Sardegna torna a sorridere". E dobbiamo ammettere che Cappellacci ci sembra una persona coerente e determinata: c'è riuscito. Anzi, ha persino esagerato. Perché, anche se è dai tempi di Tiberio Sempronio Gracco che i sardi non hanno tanta voglia di sorridere, questa volta la Sardegna non ha sorriso: si è scompisciata dalle risate.  Però, a questo punto, tanto valeva che Berlusconi, invece di Cappellacci&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;, &lt;/span&gt;&lt;span&gt;candidasse Valeria Marini.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aggiornamento sull'u&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;ltima "locomotiva del carro". &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Qualcuno si è accorto dell’infelice uscita del candidato di Berlusconi, e così è corso ai ripari. Il giorno seguente, alla stessa ora (mercoledì alle 20.55), il TG2 ha riproposto praticamente lo stesso servizio, ma ricondizionato: con un nuovo intervento finale di Cappellacci, senza le incertezze sintattiche del primo servizio, e soprattutto senza l’idiozia della locomotiva. L’operazione di pulizia lessicale svolta dal TG2, più losca che furba, conferma come la poderosa macchina del consenso e il minculpop di Berlusconi abbiano raggiunto un livello di azione capillare, esteso alle periferie, a prova di errore. Domanda: chi è il capostazione che ha fischiato lo scambio, e chi è il macchinista che ha obbedito?&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SYI87C19PxI/AAAAAAAABJA/2ucUi2Z763Q/s1600-h/ucc1llna1ccii.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 128px; height: 176px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SYI87C19PxI/AAAAAAAABJA/2ucUi2Z763Q/s200/ucc1llna1ccii.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5296863096814255890" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;CAPPELLACCI E CAPPELLINI.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Gennaio 2009)&lt;/span&gt; Elezioni in Sardegna. E così Berlusconi ha scelto un contabile per le sue proprietà sarde: si chiama Cappellacci, è devoto del madonnaro di Arcore, e fa, appunto, il commercialista. I grandi elettori sardi sono scettici sulla scelta, ma il Berlusca conosce e sa parlare ai suoi polli, così come san Francesco parla&lt;/span&gt;&lt;span&gt;va ai passerotti. Non a caso ha cominciato la sua crociata&lt;/span&gt;&lt;span&gt; anti-Soru, la sua molto personale campagna elettorale, con lancio di battute, insulti a Soru (e di conseguenza al popolo sardo), gadget, bandierine e cappellini, nella parte di Sardegna storicamente più povera &lt;/span&gt;&lt;span&gt;di cultura e idee, ma molto mondana e devota al cemento e ai commerci di varia natura, e molto ben disposta a diventare in via definitiva, secondo il Berlusconi-pensiero, la vasca da bagno preferita dagli italiani: Olbia e Arzachena.&lt;br /&gt;Del resto, qui Berlusconi è una vecchia conoscenza: dai tempi delle scorribande di Edilnord, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando portava la giunta di Olbia, con il suo aereo personale, in visita a Milano2. Oggi questa zona è diventata - quasi per vocazione naturale - il fortino di Forza Italia e il Fort Knox Bullion Depository dei Berlus&lt;/span&gt;&lt;span&gt;coni. Il nuovo sindaco forzaitaliota di Olbia è stato eletto con il settanta per cento di preferenze: come ringraziamento, invece di accendere un cero alla madonna come usava ai tempi della DC, ha intitolato una via a Josemaria Escriva, fondatore dell’Opus Dei. Un ringraziamento proporzionato alla misura del successo: perché non si è limitato a intitolare una via, ma addirittura un lungomare. Decisione che non ha suscitato poi molte perplessità. La cittadinanza è da sempre rassegnata alla convivenza con una classe politica per tradizione tutt’altro che brillante, sbracata e spensierata, concentrata più che altro a far quadrare il cerchio degli appalti, degli enormi interessi delle grandi e piccole imprese del cemento e del suo stratosferico indotto. Classe politica poco brillante, ma anche becera e arrogante: qui ci si ricorda ancora del giorno in cui il precedente sindaco di Olbia affrontò in pubblico il governatore Soru, urlandogli: “Tu non conti un ca..o!”.&lt;br /&gt;Renato Soru sa c&lt;/span&gt;&lt;span&gt;he non è impossibile opporsi a questa classe politica così poco intelligente, tanto "distratta" (è accaduto, appunto, a Olbia) da costruire un teatro all’aperto nei pressi di un aeroporto internazionale. Alla violenta arroganza dei soldatini di stagno del Berlusca, reagisce con la calma insidiosa di un bronzetto nuragico: alla lunga, è una non-reazione che paga, e che piace.&lt;br /&gt;In questo contesto, oggi Berlusconi dice di aver fede nel suo candidato signor Quasi-Nessuno, e di andare a votare, se non turandosi il naso, come usava ai tempi della DC, almeno chiudendo gli occhi. Chissà se Berlusconi, che non sarà uomo di vasta cultura, ma che ha un innegabile senso pratico, ricorderà quello che diceva Totò in Uccellacci e uccellini: “Con la fede ci si crede, e con la scienza ci si vede”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Tra l’altro, Cappellacci e Soru hanno cominciato la campagna elettorale sotto un peso esagerato: la stampa nazionale sostiene che, quello della Sardegna, sarà un test importante, e che Renato Soru si stia allenando al ruolo di premier del centrosinistra. Sarà, ma i nostri commentatori politici a volte sembrano degli scriptwriter di comedy shows, quando trasformano il candidato di Berlusconi e quello del PD nei due personaggi picareschi del film di Pasolini: Totò e Ninetto Davoli come simbolo dell’umanità incamminata verso l’ignoto. In un paesaggio di periferia, come quello sardo, che con la periferia romana ha soltanto una cosa in comune: il sacco edilizio.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SfQBKl0N6II/AAAAAAAABJQ/GXysaUiHPaw/s1600-h/bnueccanp2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 164px; height: 232px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SfQBKl0N6II/AAAAAAAABJQ/GXysaUiHPaw/s400/bnueccanp2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5328885540547586178" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:130%;" &gt;PREMIO GIORNALISTICO PINO CAREDDU 2009.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Gennaio 2009)&lt;/span&gt; A un anno dalla scomparsa di Pino Careddu, direttore di Sassari Sera, Confindustria Nord Sardegna organizza il convegno "Controinformazione=coraggio: gli esempi di Sassari Sera in Sardegna e di Tele Jato in Sicilia". Al convegno, che si terrà martedì 20 gennaio alle ore 18 presso Villa Mimosa, parteciperanno: Gibi Puggioni, capo servizio della redazione sassarese di Videolina (di recente, è uscito un libro di Puggioni su Pino Careddu e Sassari Sera, intitolato "Buongiorno Eccellenza, ancora a piede libero?", edito da Carlo Delfino Editore); Alberto Pinna, giornalista del Corriere della Sera; lo storico Manlio Brigaglia, già titolare della cattedra di Storia dei partiti e dei movimenti politici nella Facoltà di Lettere e Filosofia e docente di Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze Politiche a Sassari; Pino Maniaci, giornalista-editore di Tele Jato. Al termine dell'incontro, verrà consegnato il premio a un giornalista particolarmente attivo nell'ambito della contro-informazione.&lt;br /&gt;Iniziativa lodevole. Così come ci sembra importante la decisione di Confindustra Nord Sardegna di accogliere, in comodato d'uso, l'intera collezione di Sassari Sera: vuol dire che il "giornale più fotocopiato della Sardegna" sopravviverà nella memoria dei sardi, malgrado la scomparsa del suo impareggiabile fondatore-direttore-one man show.&lt;br /&gt;Al ricordo (molto personale) di Pino abbiamo dedicato uno spazio nel nostro blog in occasione della scomparsa del giornalista, avvenuta nel mese di gennaio del 2008:&lt;br /&gt;&lt;a href="http://tontonews.blogspot.com/2008/01/morto-pino-careddu-direttore-di-sassari.html"&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;In memoria di Pino Careddu&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SXOzUmYqgjI/AAAAAAAABIA/f0nvZoO4ByE/s1600-h/ospiattes1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 138px; height: 200px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SXOzUmYqgjI/AAAAAAAABIA/f0nvZoO4ByE/s200/ospiattes1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5292771153573216818" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:130%;" &gt;È FINITA L’ERA (IMPERFETTO DEL VERBO ESSERE) DEI BUSH.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Gennaio 2009)&lt;/span&gt; Arriva Obama alla Casa Bianca e George Bush se ne va. Nel suo discorso d’addio, Bush ha dichiarato, con solenne insolenza, “abbiamo fatto degli errori, ma il mondo è più libero”. È quello che pensa lui. Quello che pensano gli altri, è che Bush ha trasformato il mondo in una prigione. Gli auguriamo comunque una lieta pensione, e gli consigliamo di girare alla larga dai calzaturifici: la gente fa in fretta a specializzarsi nel tiro della scarpa.&lt;br /&gt;Noi abbiamo festeggiato lo sgombero di casa Bush con la visione di un piccolo gioiello: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’ospite inatteso (The Visitor)&lt;/span&gt;, di Tom McCarthy. Un film che ha tutto in regola: regia, sceneggiatura, attori. Tutto: persino la musica, cruda e misurata. Così civile, così delicato, così rigoroso sulla morte dei valori impressa dalla gerenza dei Bush, che alla fine neanche abbiamo sofferto per quel senso di lutto, quella malinconia alternata al sorriso che ci trasmette il film; anzi, ci è venuta una speranza, forse una certezza: che con l’addio di George Walker Bush, 43mo presidente paleoproterozoico americano, sia veramente finita l’Era del Cretino (geocronologicamente parlando).&lt;br /&gt;Coincidenza: nel film ritroviamo la brava attrice Hiam Abbass, la palestinese coraggiosa e ostinata del film di Eran Riklis “Il giardino di limoni”. Film che ci ritorna in mente mentre Israele e Hamas abbozzano una tregua (ma abbiamo paura che si tratti, più che altro, di una semplice pausa-pranzo dell’industria bellica), con l’operazione “Piombo fuso” delle truppe israeliane nella striscia di Gaza che si smorza, forse per non creare troppo imbarazzo nei giorni della transizione Bush-Obama.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Riki, Tiki e Tavi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-4863560021387577188?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/4863560021387577188'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/4863560021387577188'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2009/01/2009-ho-visto-un-re-ah-beh-s-beh.html' title='(2009) Ho visto un re. Ah beh, sì beh...'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SmtY6Op-XnI/AAAAAAAABKI/cfqfYV8422c/s72-c/magitaly.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-687515353517931638</id><published>2008-03-10T16:51:00.116Z</published><updated>2011-04-08T20:25:35.450+01:00</updated><title type='text'>(2008) Ho visto un re. Ah beh, sì beh...</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SOYAxfpwphI/AAAAAAAABG0/iFLQEwnZRu4/s1600-h/roguesolw.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://2.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SOYAxfpwphI/AAAAAAAABG0/iFLQEwnZRu4/s200/roguesolw.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5252886865684506130" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;PANIC AT THE CINEMA.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Ottobre 2008)&lt;/span&gt; Philip G. Atwell è un regista di videoclip (Eminem, per esempio) che nel cinema-cinema collauda la stessa tecnica che incanta il pubblico esclamante ooooh my god di MTV. L’ultimo suo film, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Rogue il solitario&lt;/span&gt;, rientra nel suddetto genere esclamativo: una superficiale via di mezzo tra action mo&lt;/span&gt;&lt;span&gt;vie e thriller (ma i colpi di scena sono più prevedibili delle diarree dei neonati), tra inseguimenti, combattimenti, kung-fu, katana, legioni di morti. Una noia mortale. Eccetto nel momento in cui l’agente dell’FBI  Jack Crawford intima a Shiro, boss giapponese della Yakuza: “Disfaccia le valigie!”. Panico tra la platea al cinema: ma si dice “disfaccia” o “disfi”? Alla fine della proiezione una parte del pubblico chiede il dibattito, che viene concesso. Per fortuna, l’intervento di un professore attenua lo sconcerto e risolve il thriller sui composti del verbo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;fare&lt;/span&gt;: “Non preoccupatevi, ci sono vari verbi composti che alle volte tendono a deviare dal modello del verbo da cui derivano. Poi, tra i composti del verbo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;fare&lt;/span&gt;, ce ne sono alcuni che sono oggetto di molta incertezza e differenza di opinioni, non solo tra noi, ma spesso anche fra i grammatici. Comunque, in generale molti composti di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;fare&lt;/span&gt; vengono coniugati come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;fare&lt;/span&gt;. È, appunto, il caso di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;disfare&lt;/span&gt;".&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MILANO MANGIA, BEV E CAGA, E  LASSA CHE LA VAGA.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Settembre 2008)&lt;/span&gt; In questi tempi di inauditi terremoti finanziari internazionali della serie il mondo non sarà più come prima, si distinguono Milano e la sua ineffabile sindachessa per la loro splendida nonchalance. Ci riferiamo all’allarmante notizia (sfuggita ai commentatori italiani) del rischio di ritiro coattivo del rating assegnato da Moody’s alle obbligazioni della città di Milano, poiché lo stesso Comune non fornisce sufficienti informazioni valutative. Forse perché molto impegnato in altre faccende (per esempio, dividersi il tavolo, regole e giocatori nel nuovo gioco che ha sostituito Trivial Pursuit nelle preferenze dei milanesi, e che si chiama Expo). Pare che la sindachessa, interrogata sul motivo dell’irresponsabile silenzio opposto alle richieste di Moody’s, abbia risposto impettita: “La troppa cunfidensa la fa perd la riverensa”... Qui di seguito riportiamo la notizia.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;MOODY'S PLACES THE Baa1 RATING OF MILAN (CITY OF) TN ON WATCHLIST DIRECTION UNCERTAIN.&lt;br /&gt;NEW YORK, Sep 17, 2008 - Moody's Investors Service has placed the Baa1 rating of MILAN (CITY OF) TN under review. The Watchlist action is prompted by the lack of sufficient current financial and operating information. If the information is not obtained within the next 30 days, we will take appropriate rating action which could include the withdrawal or lowering of the rating.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SMqRULYKtDI/AAAAAAAABGs/PMpifLMLO7g/s1600-h/batt1libw.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://3.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SMqRULYKtDI/AAAAAAAABGs/PMpifLMLO7g/s320/batt1libw.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5245164491863929906" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;IL POPOLO DELLE LIBERTÀ CELEBRA BATTISTI (E LA CANZONE DEL PIAVE).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Settembre 2008)&lt;/span&gt; L’industria dell’informazione, con la partecipazione ordinaria di quella discografica, tra riflussi della P2 e guerra al P2P, celebra l’Italietta di Mogol-Battisti: quella dei fiori rosa&lt;/span&gt;&lt;span&gt; fiori di pesco e dell’alfista che guida "come un pazzo nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire". Sembra che tutta l’Italia, coesa come un surgelato nel freezer dei giornali e delle televisioni, si sia fortemente intruppata nelle celebrazioni nostalgiche, a dieci anni dalla morte del noto cantante-compositore di Poggio Bustone in provincia di Rieti.&lt;br /&gt;Diciamo subito, e chi legge l’avrà già capito, che a noi Battisti non è mai piaciuto. Ovviamente, gli riconosciamo il merito di aver emancipato il beat italiano, portandolo a livelli di onesta decenza e persino a punte autarchiche di inaudita originalità nel panorama italiano, musicando i testi di Mogol, attingendo dalla melodia impura di Sanremo e dal R&amp;amp;B in salsa zuccherata (risultato rivoluzionario, se si pensa alla muffa dei salottini ministeriali dei discografici di quel tempo).&lt;br /&gt;Il beat italiano era la traduzione comoda e pecoreccia del lavoro svolto da altri, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti. È proprio sottoponendosi a queste "fatiche" della traduzione che maturano autori come Mogol, un signore già molto bene introdotto nell'industria discografica. Poi, l’incontro tra Mogol e Battisti libera entrambi, li porta a elaborare una strada più originale di quella percorsa da una legione di imitatori. Sì, imitatori: perché, da &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Io ho in mente te&lt;/span&gt; (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;You Were on My Mind&lt;/span&gt; di Sylvia Tyson), a &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sono bugiarda&lt;/span&gt; (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;I’m a Believer&lt;/span&gt; di Neil Diamond), a &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Tutta mia la città&lt;/span&gt; (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Blackberry Way&lt;/span&gt; dei Move), i cantanti e i complessi italiani più in voga negli anni Sessanta sono i Noschese del beat, la fiera degli imitatori e del travestitismo, gli Zelig de noantri. Nulla di più. Prendono un successo internazionale e lo traducono in modo agghiacciante (Mogol, per esempio, andava forte nelle banalizzazioni di tutto un po’, persino dei Beatles e di Dylan), ad uso e consumo dei juke-box di Ostia Lido e del popolo del Cantagiro.&lt;br /&gt;Un esempio particolarmente significativo è &lt;span style="font-style: italic;"&gt;If I Had a Hammer&lt;/span&gt; scritta nel 1949 da Pete Seeger, una specie di anatema progressista sul tema dei diritti civili, che Rita Pavone, nello stesso anno (1963) in cui Trini Lopez ne rinnova il successo internazionale, trasforma in una banalità nazionale con &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Datemi un martello&lt;/span&gt; (lo voglio dare in testa... a quella smorfiosa con gli occhi dipinti che tutti quanti fan ballare...). Insomma, le case discografiche italiane dell'epoca sono come dei giornali che prendono in prestito le notizie dal mondo e le trasformano in cronache di Rescaldina o di Camigliatello. Un mondo autarchico che costruisce una diga per arginare l'onda straniera, che ne sfrutta comunque i benefici, ma a muso duro (il Piave mormorò: non passa lo straniero...). Però, questa attività di imitazione degli stranieri, di traduzione e di rapportarsi poi con gli umori nazionali, crea una disciplina, diventa l’esame di maturità di autori, appunto, come Mogol. Di cui è difficile capire e ricucire la poetica, e a volte accettarne le punte di altissima melensaggine, ma che è indubbiamente abilitato a mettere insieme le parole giuste per colpire l’immaginario di un’Italia che tra gli anni Sessanta e Settanta è ancora semianalfabeta e refrattaria alle letture più complicate di una bolletta della luce. Un’Italia che perdura, di cui non si capisce il progresso; un’Italia così “poetica” da innamorarsi tra la luna e i falò su una spiaggia d’estate, abbandonandosi al canto “libero” di Battisti, e poi così orrenda da colpevolizzarsi e negarsi la pillola del giorno dopo perché glielo intima il parlamento dei cardinali.&lt;br /&gt;Ora, chissà perché, quando si parla di Battisti come genio solitario spesso si esclude Mogol. Strano. Perché, a dire il vero, il resto è senza storia: il Battisti che per anni mette in musica i testi di Mogol, e che poi spariglia la coppia per “sperimentare”, prima con la moglie, poi con Panella, produce delle grandi cagate. Così come succede allo stesso Mogol, che dopo Battisti smorza le luci e alla fine le spegne del tutto. E invece, la fabbrica era quella: Mogolbattisti. Escluderne uno, sarebbe come togliere il signor Brion alla Brionvega: inconcepibile. Eppure, l’Italia di queste celebrazioni di settembre lo esclude, eccome. Citandolo al limite come utile spalla. Perché? Perché l’Italia turbata dalle incertezze e dalla stagnazione, che ingrossa il debito, dal debito pubblico, al mutuo della casa, ai debiti scolastici, impaurita, senza scampo e senza credito internazionale, ha bisogno di speranze e come sempre le trova nell’angelo custode, nel Genius loci, nei santi e nei beati, e infine nel genio nazionale, individuale, eroe solitario, solo contro tutti, a dispetto di tutto. Il self-made man illuminato Camillo Olivetti, la passione rampante dell’ing. Ferrari, il fascino erremoscio dell’avv. Agnelli, l’eroismo disperato del bers. Enrico Toti, la simpatica paraculaggine del cav. Silvio Berlusconi, la voce stentata (così la cantano tutti) dell'elettrotecnico e strimpellatore di chitarra Lucio Battisti. L’illusione del canto "libero", che tanto alla fine del gioco arriva il genio solitario che ci salvifica, ci emancipa e libera tutti, e ci accomuna nell'orgoglio del made in Italy.&lt;br /&gt;Celebrare la ditta Mogolbattisti invece del genio Battisti, sarebbe come scoprire la verità sulla fabbrica del cioccolato, scoprire le carte, dire che la canzone è il prodotto di due autori che equivalgono a due soci, insomma di un’azienda. Meglio illudersi più sul canto “libero”, sul genio dell’artista solitario, ignorando il fatto che quelle canzoni vengono “fabbricate” dall'industria discografica. Persino con cinismo, perché anche quello può diventare motore e ispirazione. Come Lennon-McCartney, che, nel pieno del grande successo commerciale, si incontrano per completare una canzone e si dicono tutta la verità, nient’altro che la verità: “Che dici, con questa ci facciamo la piscina?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;A PROPOSITO DELL'ARIA CHE TIRA TRA SORU E DE BENEDETTI.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Settembre 2008)&lt;/span&gt; Dal sito &lt;span style="font-style: italic;"&gt;www.finanzaonline.com&lt;/span&gt;: “De Benedetti sale in Tiscali. La Management &amp;amp; Capitali di Carlo De Benedetti sale al secondo posto tra i maggiori azionisti di Tiscali. Secondo quanto riportato da alcuni quotidiani, scatta oggi la conversione del bond convertibile della società di investimento di Carlo De Benedetti sul capitale di Tiscali. Con la conversione M&amp;amp;C salirebbe infatti al 6,9%, posizionandosi alle spalle del fondatore Renato Soru (23%) e davanti alla famiglia Sandoz, che avrà circa il 6%. Si sarebbero infatti realizzate le condizioni di mercato che rendono obbligatoria la conversione di un bond convertibile in azioni Tiscali sottoscritto lo scorso dicembre da Management &amp;amp; Capitali e del valore di 60 milioni di euro. I bond avevano scadenza 2012, ma era stabilita una conversione anticipata nel caso il titolo Tiscali fosse sceso per cinque sedute consecutive sotto una soglia determinata in base alla media dei prezzi delle 20 sedute precedenti. Una soglia che secondo la stampa ieri sarebbe stata pari a 1,48 euro.&lt;br /&gt;Ci si interroga ora sul ruolo che M&amp;amp;C potrà avere nelle vicende della internet company sarda alle prese ormai da mesi con la valutazione delle opzioni strategiche”.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;GOTT MIT UNS.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Settembre 2008)&lt;/span&gt; Per dimostrare che la Sardegna è Cosa Sua (per fortuna l’uomo di Arcore è persona notoriamente singolare, altrimenti il plurale genererebbe, più che una Cosa Sua, una Cosa Nostra), Berlusconi ha ricevuto il Papa atterrato a Cagliari-Elmas per una visita in Sardegna, a bordo pista, nel tentativo di offuscare la molto legittima presenza del governatore Soru.&lt;br /&gt;Ratzinger è arrivato a Cagliari in compagnia del sottosegretario Letta, con un aereo dell’Aeronautica Militare messo a disposizione dal ministro della Difesa. Tanto movimento, con spiegamento di corazzate, si spiega con l’ansia del Pdl di imporsi come alternativa a Soru in occasione delle prossime elezioni del 2009. La visita del Papa in Sardegna sotto la scorta delle teste d’uovo del Pdl è un chiaro messaggio ai frastornati elettori sardi: anche Dio è con noi.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’ANGOLO DELLA CULTURA.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Agosto 2008)&lt;/span&gt; Quando andiamo in vacanza non vediamo l’ora di leggere &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Nuova Sardegna&lt;/span&gt;, quotidiano diretto da Stefano Del Re, di cui apprezziamo in particolar modo le pagine culturali. Un esempio? Alcuni titoli dal numero del 18 agosto:&lt;br /&gt;“La Cucinotta: a 18 anni volevano ridurmi il seno”.&lt;br /&gt;“Phil Collins, divorzio d’oro: oltre 31 milioni alla sua ex”.&lt;br /&gt;“Tom Cruise, slalom tra abbandoni e trionfi. L’amica Paula Wagner lo pianta in asso e lo lascia solo alla United Artist”.&lt;br /&gt;“La crisi di Michael Jackson. La celebre popstar che compie a fine mese cinquant’anni è sull’orlo del fallimento economico”.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA FESTA ALL’UNITÀ.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Agosto 2008)&lt;/span&gt; Come anticipato dal segretario del PD, Concita De Gregorio è il nuovo direttore dell’Unità, il giornale che fu di Gramsci, ma anche di D’Alema e Veltroni. La giornalista acqua e sapone di Repubblica fa un’entrata soft, mentre Padellaro fa un’uscita hard, tra le molte perplessità dei lettori che avevano visto rinascere un giornale-cadavere proprio grazie ai defenestrati Colombo e Padellaro.&lt;br /&gt;Consapevole dell’aria che tira, la De Gregorio ha subito detto alla redazione che farà un giornale di inchiesta e battaglia, e i redattori si sono chiesti se parlasse di battaglia navale.&lt;br /&gt;Ma proprio per entrare subito in gioco e dimostrare le sue cattive intenzioni, la De Gregorio si porta appresso dal giornale della catena De Benedetti il giornalista Giovanni Maria Bellu in qualità di vice direttore. Bellu si è impratichito in un giornale per tradizione povero di inchieste e piuttosto wishy-washy con il potere locale come La Nuova Sardegna, per poi andare a Repubblica. È stato querelato da Previti, Zorzi, Priebke e Fiore quando si occupava di “misteri d’Italia”: argomento che, complice Lucarelli, è ormai diventato un genere letterario da stazione ferroviaria. Alla fine si è specializzato in naufragi e storie di emigranti. Non è dotato di una scrittura brillante e incisiva come quella di un Deaglio o di un Barbacetto, ma lo stress da trasloco di rotativa potrebbe fargli da integratore vitaminico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SLRrHhAyBVI/AAAAAAAAAyA/SPmHLfoRxXU/s1600-h/expo12nax.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://3.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SLRrHhAyBVI/AAAAAAAAAyA/SPmHLfoRxXU/s200/expo12nax.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5238930043403634002" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;BERLUSCONI COME GOLETTA VERDE, IN FORMATO ESPORTAZIONE (MA È SOLO FUMO).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Agosto 2008)&lt;/span&gt; Goletta Verde ha circumnavigato la Sardegna per controllare se le acque fossero verdi e cristalline. Il genio nazionale Berlusconi è andato in Sardegna per controllare se le acque fossero calme o agitate: c’è da defenestrare Soru; e poi a Olbia c’è il mal di mare nel centrodestra, con gli speronamenti tra lo scatenato ex sindaco Nizzi e il pacioso ma imprevedibile successore Giovannelli che rischiano di spostare in alto mare gli affari in Gallura e di tracciare inedite mappe del potere locale. La vicenda olbiese ha aperto una falla pericolosa: Giovannelli, eletto con un 70 per cento di preferenze, ha sorpreso tutti esercitando un'autonomia considerata troppo indigesta dal ventre gallurese del protettorato sardo di Berlusconi. Tredici consiglieri del centrodestra capitanati dall'ex sindaco Nizzi cercano di metterlo in difficoltà, ma la loro azione di disturbo viene azzerata dal sostegno al sindaco da parte dei consiglieri del centrosinistra. Una situazione burlesca che mette in agitazione l'homo ridens di Arcore.&lt;br /&gt;Berlusconi non è il tipo a cui piacciono le tempeste imperfette: ha lasciato l’umile dimora della Certosa, ha messo sottobraccio l’ombrellone ed è andato a fare un rituale bagno di folla, come gli ha consigliato il medico. Si è tuffato persino nei ricordi, quando ai bei tempi la Standa gli faceva da cash quotidiano; quando l’odiato Soru, che ancora non aveva scoperto quanto ben di Dio si possa racimolare in Borsa, costruiva un’Iperstanda alle porte di Olbia, chiavi in mano. E così è sbarcato nelle banchine di Olbia, si è incamminato verso nord-est (la leggenda dice che abbia preso il bus), ed è arrivato all’Iperstanda. Ha visitato qualche negozio, ha comprato qualche ninnolo, una camicia azzurra, ma niente generi alimentari. Soltanto quelli che l’accompagnavano hanno fatto la scorta.&lt;br /&gt;Berlusconi ha chiacchierato con la gente del luogo, ha detto ai negozianti che abbasserà le tasse, ha baciato una bambina a cui subito dopo sono venute le prime mestruazioni, ha fatto altri piccoli miracoli. Ha domandato agli indigeni che cosa pensassero dell’imprenditore Zoncheddu da lanciare eventualmente alla Regione come mina anti Soru, e gli indigeni hanno risposto che non gliene può fregare di meno.&lt;br /&gt;Il Lanciere Bianco - che è il detersivo preferito dalle casalinghe italiane, ma è visto con molto interesse anche dai bambini che lo confondono con Papa Smurf, ovvero Grande Puffo - si è intrattenuto con dei bambini sardi, a cui ha chiesto notizie sull'andamento scolastico, sulla preparazione in aritmetica, geografia, storia. A un bambino ha domandato: "Qual è stato il periodo più felice nella storia della Sardegna?". "Quello dei Giudicati, ai tempi di Eleonora d'Arborea", ha risposto prontamente il bambino secco, stizzoso, occhialuto, che sembrava un nipotino di Soru. "E quali erano questi giudicati?", ha abbozzato Berlusconi. La risposta del bambino: "Il giudicato di Cagliari, il giudicato di Torres, il giudicato di Arborea, il pregiudicato di Gallura".&lt;br /&gt;Gli avvocati di Berlusconi hanno minacciato querele.&lt;br /&gt;Pensieroso, il Lanciere Bianco è uscito dall’Iperstanda per raggiungere l’auto in cui l’aspettava la moglie Veronica. Vigile ma immobile, pare che muovesse soltanto i cristalli liquidi. Tanto che i fotografi accorsi in massa l’hanno scambiata per un navigatore satellitare gonfiabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;QUANDO L'INFLAZIONE ERA PICININ.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Agosto 2008)&lt;/span&gt; A proposito di inflazione (esogena o endogena? Boh!), ci è venuta in mente una vecchia canzone dei Pitura Freska del 1993. Si trova su youtube (era il loro secondo video ufficiale):&lt;br /&gt;http://www.youtube.com/watch?v=TuAgKdsj4M8&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PICININ&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Se colpa de so mama che se na bea dona&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;so pare anca lu col ghe la vede al dise "bona"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;dopo na bea serata dopo anca i biciarini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;e una e do e tre... po' vien vanti i fantuini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;Picinin, vogio tornar picinin &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;de dormir in pase desso ti ga finio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;tuta la note in pie a sentir che pianse el fio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ogni ocasion se bona par far casin&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;e se el fio se lagna no te digo el me vissin...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;Che co gèro picinin no vardavo el taquin&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;coi tempi che coreva gèro neto de bain&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;perché co sincue franchi me compravo le figurine&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;co diese franchi l'intero album de stampine&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;co vinti franchi ma magnavo un stic&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;co trenta franchi me compravo na Bic&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;co mie franchi, che gèra un tesoro,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;compravo tre grami de libano oro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;e spachite i buei par meter via i schei...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;E adesso che son grande mi toca lavorare &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;tute le matine alzarsi e andare a faticare&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;con un milione me pago l'afito&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;con do milioni me pago il vito&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;con tre milioni mi compro il cellulare&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;con cuatro milioni, le bolete da pagare&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;co vinti milioni che se un ano de lavoro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ghe pago la vacanse al ministro del Tesoro...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TRADUZIONE&lt;br /&gt;La colpa è di sua mamma&lt;br /&gt;che è una bella donna&lt;br /&gt;anche suo padre quando la vede&lt;br /&gt;le dice "boona"&lt;br /&gt;dopo una bella serata e parecchi bicchierini&lt;br /&gt;uno, due, tre… arrivano i bambini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bambino, voglio tornare bambino&lt;br /&gt;hai finito di dormire in pace&lt;br /&gt;tutta la notte in piedi col bambino che piange&lt;br /&gt;ogni occasione è buona per far casino&lt;br /&gt;e se il bambino protesta, non ti dico il mio vicino…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che quand'ero piccolino non guardavo a spese&lt;br /&gt;con i tempi che correvano ero sempre al verde&lt;br /&gt;perché con cinque lire mi compravo le figurine&lt;br /&gt;con dieci lire mi mangiavo uno stic&lt;br /&gt;con trenta lire compravo una Bic&lt;br /&gt;con mille lire, che erano un tesoro,&lt;br /&gt;mi compravo tre grammi di libano oro&lt;br /&gt;mentre ora scleri per accumulare soldi…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso che son cresciuto mi tocca lavorare&lt;br /&gt;tutte le mattine andare a lavorare&lt;br /&gt;con un milione mi pago l'affitto&lt;br /&gt;con due milioni mi pago il vitto&lt;br /&gt;con tre milioni compro il cellulare&lt;br /&gt;con quattro milioni le bollette da pagare&lt;br /&gt;con 20 milioni, che sono un anno di lavoro,&lt;br /&gt;gli pago le vacanze al ministro del Tesoro…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;SARDEGNA, QUASI INCONTINENTE.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Agosto 2008)&lt;/span&gt; “Sardegna, quasi un Continente” era il titolo di un libro tendente al romantico scritto nel 1959 da Marcello Serra. Titolo che è stato ripreso, senza sforzare troppo la fantasia, dall’Assessorato al turismo della Regione Sardegna in occasione di recenti sponsorizzazioni e iniziative promozionali, e alla fine nel sito www.sardegnaturismo.it. A distanza di mezzo secolo, la Sardegna è “quasi” un’isola, ma sempre più staccata dal vero Continente. Ce lo dicono i recenti dati sull’inflazione italiana rilevati nella prima metà del 2008 secondo uno studio del ministero dell’Economia: la Sardegna, con il suo discreto 4,75 per cento, è al primo posto nella crescita dell’inflazione.&lt;br /&gt;Ora, c’è da dire che i dati relativi all’inflazione sono sempre molto opinabili e ballerini: ci sono quelli del ministero, quelli dell’Istat, e quelli dell’inflazione cosiddetta “percepita”( eufemismo per dire che, se i consumatori credono di pagare la pasta il 30 per cento in più rispetto a sei mesi prima, vuol dire che hanno le allucinazioni). Eppure, è proprio quella “percepita” che si avvicina alla realtà. Altro che allucinazioni.&lt;br /&gt;Per esempio, quello che noi abbiamo “percepito” in Sardegna è stato questo: una confezione di cornetti Algida venduta dalla grande distribuzione a 6,59 euro, contro i 3,50 euro dell’Esselunga di Milano, o la pasta De Cecco a 1,49 euro, contro 1,19 euro di Milano. Sono differenze che variano da 30 al 98 per cento.&lt;br /&gt;Ora, è bene precisare che il primo posto per crescita d’inflazione non significa primo posto per il carovita. Però, considerando gli esempi precedenti, i segnali sono drammatici. Gli esperti diranno che, per quanto riguarda i prezzi al consumo, la Sardegna è penalizzata dalla sua insularità, dai costi del trasporto, dal fatto che non produce altro che pecorino, dalla scarsa concorrenza e dal monopolio di chi ha in mano la grande distribuzione. Mentre i sindacati diranno che l'isola è danneggiata da decenni di economia di rapina in combutta col potere locale, da  quegli imprenditori più interessati a esportare nelle proprie casse che nei portafogli dei sardi (esempio: mentre la Palmera dialogava sulla sorte dei tonni e dei "poveri" operai con una Regione miope, intanto cedeva il marchio alla concorrenza e pensava alla valorizzazione delle aree che si affacciano sul golfo di Olbia, lasciate libere dalla fabbrica). Ma tutto questo può determinare scostamenti di prezzo sino al 98 per cento? E allora ci spieghino, gli esperti di economia, perché, tanto per fare un esempio, una confezione di olio di Alghero costa meno a Milano che in Sardegna.&lt;br /&gt;Tra il prezzo di produzione e quello della distribuzione c’è di mezzo il mare dell’incontinenza: quella di chi non riesce a trattenersi dallo svuotamento dei portafogli dei turisti turlupinati e degli indigeni atavicamente rassegnati. Con buona pace dei politici sardi e dei loro slogan ammuffiti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SFaG0wVyBOI/AAAAAAAAAw4/s06LeF0_o1I/s1600-h/imostr1im.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SFaG0wVyBOI/AAAAAAAAAw4/s06LeF0_o1I/s200/imostr1im.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5212501859615507682" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I MOSTRI.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Giugno 2008) &lt;/span&gt;Da un'intervista del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Corriere della Sera&lt;/span&gt; a Renato Brunetta, ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione: "Tremonti è fantasioso, io sono fantasioso. Giulio ha grandi visioni, io ho grandi visioni. Lui è geniale, io sono geniale. Ecco, il nostro è un rapporto tra due persone geniali".&lt;br /&gt;L’intervista va letta e analizzata nella sua interezza, perché è sintomatica. Nel senso che leggendola si misura lo stato di salute mentale della guida del nostro Paese e delle sue istituzioni, il genio di questi professori che aspirano al Nobel del paradosso e dello sproloquio.&lt;br /&gt;Si parla sempre più spesso di Italia alla deriva, di declino del “genio” italico: a noi sembra di assistere all’ultimo valzer; una morte a fuoco lento, in cui spiccano la demagogia, il populismo, il fumo degli slogan e degli spot; la frenesia dei personaggi esaltati, non dall’&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Economist&lt;/span&gt;, ma dai giornali della parrucchiera. L’Italia che per “rinascere” (il verbo preferito da un altro campione, la Marcegaglia di Confindustria) si affida alla ragnatela delle baronìe universitarie e a un ex palazzinaro che credeva di essere statista, e si crogiola nel mito della finanza allegra e creativa. L'intervista di cui riferiamo si trova a questo indirizzo:&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.corriere.it/politica/08_giugno_15/intervista_brunetta_con_tremonti_sfida_tra_geni_01e4a690-3ab0-11dd-b42b-00144f02aabc.shtml"&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Dal vangelo secondo Brunetta: non è vero che il petrolio sta finendo; la recessione non esiste; la crisi dei subprime non esiste; i derivati sono un aspetto virtuoso dell’economia americana (ah beh, non è mica roba del demonio, in fondo c’è chi dice che il primo contratto derivato è descritto nella Bibbia); la Northern Rock è fallita per mancanza di fiducia dei risparmiatori (e noi pensavamo, invece, al crollo degli utili e alla politica allegrissima della banca che erogava prestiti a rischio); l’Europa può costruire 50 centrali nucleari lanciando eurobond garantiti con le eccedenze auree (ma quali?) della Bce: certo, e poi facciamo tutti un bel musical e cantiamo in coro Don’t cry for me Argentina.&lt;br /&gt;Queste sono allucinazioni da mescalina: se si pensa che, intanto, l’inflazione corre, crollano i consumi e già si parla di rivolta del pane, vengono gli incubi. Certo, siamo convinti che le scienze economiche non producano scienziati. E siccome le teorie degli economisti non sono verificabili, nessuno gli vieta di sparare cazzate, figuriamoci Brunetta. Persino quelli del Nobel si sentono imbarazzati, quando si ritrovano tra i premiati gente come Robert Merton e Myron Scholes, vincitori del premio nel 1997, così “geniali” da finire tra i gestori del Long Term Capital Management (LTCM), l’hedge fund che si basava sulle teorie del loro modello matematico, e che fallì in poco tempo e in modo così clamoroso che si rese necessario l'intervento diretto della Federal Reserve e delle principali banche d'investimento (che, guarda un po’, erano fra gli stessi clienti della LTCM) per evitare una devastante crisi finanziaria internazionale.&lt;br /&gt;Mostri di intelligenza? Il ministro Brunetta guadagna consenso televisivo e nazional-popolare conquistando un posticino di rilievo nei sondaggi, solo perché mette in rete gli stipendi della PA e le consulenze creative dell’Italia sprecona, imitando il blog di Grillo e attivando il voyeurismo per lo stipendio del vicino ma non la correzione delle storture che generano gli immensi sprechi, di cui la sua compagine politica - da dieci anni - è parte attivissima. E allora, dov’è la virtù di questi scienziati della politica tumida e tronfia, che, prima di avere una concezione alta dello Stato, hanno un’alta concezione di sé stessi? Nelle cronache del Basso Impero, confuse tra le nozze di Briatore, il populismo della dittatura dolce di Berlusconi e la “follia” creativa di Brunetta e Tremonti? Dategli del tempo, dicono gli attendisti. Perché solo il futuro ci dirà se il profilo di quest’Italia in panne è alto o basso. Però, a proposito di alti e bassi, l’unica cosa che ci viene in mente sono i ricorsi della storia: quando un nano crede di essere Napoleone, quella è Waterloo.&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;COME CAMBIA L’ITALIA.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Giugno 2008)&lt;/span&gt; Gli italiani sem&lt;/span&gt;&lt;span&gt;brerebbero sempre più favorevoli al nucleare, secondo i sondaggi dei giorna&lt;/span&gt;&lt;span&gt;li e delle&lt;/span&gt;&lt;span&gt; televisioni di Berlusconi; che, in questo modo, risolverebbe di colpo il noto conflitto d’interessi: basta con la tv-passiva, viva l’Italia radio-attiva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SE5h4m9ZsOI/AAAAAAAAAwY/oQaDWr4bDS4/s1600-h/nuclearefunghi.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SE5h4m9ZsOI/AAAAAAAAAwY/oQaDWr4bDS4/s320/nuclearefunghi.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5210209444072894690" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;JUKE-BOX ALL'IDROGENO (E AL PLUTONIO).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Funghi con le spore, funghi con le scorie.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Gli italiani perdera&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;nno le loro gioie&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;e per giunta le italiane spose&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;non avranno più le loro cose.&lt;br /&gt;E i bambini? Fluorescenti,&lt;br /&gt;perderanno 28 denti.&lt;br /&gt;Rischieremo di vivere a stento,&lt;br /&gt;ma il mondo sarà molto più contento&lt;br /&gt;di avere in testa una moderna lampadina&lt;br /&gt;invece della vecchia&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; brillantina.&lt;br /&gt;In città ci sarà più energia per diventare campioni,&lt;br /&gt;in campagna mirtilli, more e lampioni.&lt;br /&gt;E le lucciole diventeranno lanterne:&lt;br /&gt;lo dice Scajola, non lo dice mica Giulio Verne!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;L’INFORMAZIONE SCENDE DALLE STELLE. E LE STALLE STANNO A GUARDARE.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Giugno 2008)&lt;/span&gt; Era maggio, e la lobby dei condizionatori aveva appena cominciato ad affilare i coltelli seminan&lt;/span&gt;&lt;span&gt;do il s&lt;/span&gt;&lt;span&gt;olito panico, e così i più importanti organi di informazione&lt;/span&gt;&lt;span&gt;, dalla &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Repubblica&lt;/span&gt; al &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Corriere&lt;/span&gt;, titolavano: “Allarme siccità”.&lt;br /&gt;Per fortuna, Dio è più imprevedibile di un editore. Tre giorni dopo pioveva che Dio la mandava. Esondazioni, frane, evacuazioni, con il Po e la Dora che rompevano gli argini, e i venditori di condizionatori piemontesi che chiedevano il mutuo a Intesa&lt;/span&gt;&lt;span&gt; San Paolo, segnando senza possibilità di proroghe il proprio destino, che generalmente finisce con l’andare a mangiare alla mensa dei poveri.&lt;br /&gt;In pochi gi&lt;/span&gt;&lt;span&gt;orni, l’informazione è passata dalla siccità ai piani-rischio esondazione senza provare un minimo di vergogna. E i venditori di condizionatori si sono riciclati cercando di vendere le stufette.&lt;br /&gt;Tutti ormai dicono che l’estate arriverà in ritardo. Anche se Giuliacci, quello delle previsioni del tempo, che l’estate &lt;/span&gt;&lt;span&gt;scorsa faceva da testimonial a una campagna per la vendita di condizionatori, giusto lui ci prova e dice che, però, quando l’estate arriverà, ci saranno delle “ondate” di caldo. Mamma mia che paura.&lt;br /&gt;Intanto Milano si gode questo clima autunnale, con la pioggia pazzerella che abbatte i gas delle auto, le bronchiettasie e il cancro ai polmoni. La stagione stramba fa impazzire i produttori di elettrodomest&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ici e i loro pierre che godono di ottimi rapporti con la stampa e le tv. Giuliacci. Gli alberi. E &lt;/span&gt;&lt;span&gt;i b&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ambini.&lt;br /&gt;Proprio loro: i bambini. Oggi è domenica, e li sento cantare nel cortile: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo, e vieni in una grotta, al freddo e al gelo&lt;/span&gt;. La celebre canzoncina invernale e natalizia del vescovo napoletano Alfonso Maria de’ Liguori, diventato in seguito santo anche per ovvie ragioni di hit parade. E intanto le stalle se la godono, questa collezione primavera-estate fredda, piovosa, stravolta e fuori dal comune: strapiene di foraggio ed erba fresca e&lt;/span&gt;&lt;span&gt; verdissima, insomma in overdose, le mucche belano, le pecore muggiscono, le capre cinguettano, i maiali abbaiano, e i bambini cantano le canzoni di Natale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SGIFUcH-QtI/AAAAAAAAAxI/i3TnEaFCs4c/s1600-h/confind3.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SGIFUcH-QtI/AAAAAAAAAxI/i3TnEaFCs4c/s400/confind3.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5215737167153611474" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO. E I SALMI DELLA MARCEGAGLIA FINISCONO IN GLORIA.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Maggio 2008)&lt;/span&gt; Montezemolo ha lanciato il nuovo che avanza dal freezer della Confindustria, e così Emma Marcegaglia ha fatto il suo ingresso nell’Olimpo degli i&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ndustriali con il suo primo discorso. La relazione del neo-presidente è stata accolta da un coro degli angeli: è piaciuta sia a Berlusconi (perché ha detto “quello che diciamo noi”), sia a Veltroni (perché ha detto quello che vorrebbe dire lui). Il messaggio-clou della relazione, riportato da tutta la stampa, era il seguente: “L’Italia può rinascere”.&lt;br /&gt;Messaggio curioso. Perché la logica degli accadimenti umani e sovrumani vuole che, per rinascere, cioè per resuscitare, bisogna prima morire. Messaggio che, senza dubbio, ha una certa coerenza con la realtà: pochi giorni prima dell’esordio della neo-presidentessa, nello stabilimento Marcegaglia di Casalmaggiore si era verificato un infortunio mortale: un lavoratore di 32 anni è stato schiacciato dai tubi d’acciaio. Il povero operaio lascia una vedova e due orfani.&lt;br /&gt;Per campare e a volte per crepare con 800/1200 euro al mese, gli operai devono fare miracoli; mentre gli industriali promettono la resurrezione. Perciò, tra miracoli e resurrezione, l’Italia conferma la sua più nota leggenda: siamo proprio un paese di santi.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;ITALIA=COLONIA (PARLA COME MANGI, MA NON COME SCRIVI).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Maggio 2008)&lt;/span&gt; Nell&lt;/span&gt;&lt;span&gt;e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;job opportunities&lt;/span&gt; di Apple si trova un annuncio per la ricerca di un associate creative director/copywriter per l’Italia. L’aspetto più surreale dell’annuncio consiste nella condizione &lt;span style="font-style: italic;"&gt;sine qua non&lt;/span&gt; dell’eventuale assunzione del redattore dei testi pubblicitari destinati al pubblico italiano: la perfetta conoscenza, non dell’italiano, ma della lingua inglese &lt;span&gt;("ability to speak and write in English")&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;A parte gli scherzi, l'annuncio si presta a qualche riflessione più seria. Tanto per cominciare, è incredibile come Apple riesca a trasmettere il proprio stile di azienda all'avanguardia, rigorosa e spiritosa, avanzata eppure friendly, in ogni contesto della sua esistenza, persino nei suoi annunci di lavoro. Per esempio, quando dice che l'aspirante copywriter dovrà essere dotato di "a good sense of humor". Per trasmetterlo ai clienti? No. Troppo facile: perché è lui stesso che ne avrà bisogno, come medicina anti-stress (&lt;/span&gt;"There will be days when you’ll need it")...&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Potete trovare l'annuncio a questo indirizzo:&lt;a href="http://jobs.apple.com/index.ajs?BID=1&amp;amp;method=mExternal.showJob&amp;amp;RID=22730&amp;amp;CurrentPage=1"&gt; qui&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La seconda r&lt;/span&gt;&lt;span&gt;iflessione riguarda lo stato dell’arte nella comunicazione pubblicitaria in Italia, di cui periodicamente viene rilevato il piattume, per stile, originalità, qualità delle idee, che latitano. Siamo molto lontani dalla funzione di “produzione del nuovo” conquistata dai pubblicitari italiani tra gli anni Settanta e Ottanta, ma non si indaga a sufficienza sulle cause di questa involuzione. Eppure, una delle cause potrebbe essere proprio l’invadenza delle multinazionali: l’obbligo di un’idea che nasce in inglese per essere poi tradotta in italiano (e viceversa) porta a un linguaggio ordinario, comune, semplificato, omogeneizzato, creato ad uso delle gerarchie aziendali internazionali (e della loro insindacabile approvazione), non sulla base di una specifica cultura locale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SDBDhYLoThI/AAAAAAAAAvQ/AsaSyPpZiog/s1600-h/alepreastlb.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SDBDhYLoThI/AAAAAAAAAvQ/AsaSyPpZiog/s200/alepreastlb.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5201731810318896658" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;BENEDETTE CANZONI, MALEDETTI AUTORI.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Maggio 2008)&lt;/span&gt; Jane Birkin, in una recente intervista a “Che tempo che fa”, ha detto che Serge Gainsbourg è uno dei tre più grandi poeti francesi, dopo Baudelaire e un altro di cui ci è sfuggito il nome (Verlaine? Qualche altro “maudit”?). L’opinione ci è sembrata eccess&lt;/span&gt;&lt;span&gt;iva. Né risulta che Fazio si sia dissociato, così come fa d’abitudine con il povero Travaglio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Questione di gusti, ma a noi Gainsbourg non piaceva granché. Vero è, comunque, che la Francia ci ha d&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ato autori notevoli e per tutti i gusti. Così tanti, che tra Vian e Ferré c’è ancora molto da scoprire. Per esempio, a causa di un attacco di nausea da colonizzazione angloamericana, e andando alla ricerca di alternative a corto raggio, cioè senza rischiare di mettere i piedi nei rivoli della cacca spalmata dalle mille colonie di mtv, stiamo ascoltando a tutto spiano un album di Allain Leprest, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Chez Leprest, Vol. 1&lt;/span&gt;, un album bello, che strugge, che scava.&lt;br /&gt;Leprest è un autore e cantante che non ha ra&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ggiunto la strepitosa fama di altri colleghi in Francia, malgrado sia dotato di un talento particolare. In Italia è conosciuto da pochi estimatori. A noi piace molto, e crediamo che questo album uscito sei mesi fa sia il metodo più “indolore” per avvicinarsi a questo autore dolce e violento, fragile e disperato, surrealista e visionario, “auteur magnifique tonitruant à l'ombre de Ferré, trait d'union entre deux générations”, come lo definisce &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’Express&lt;/span&gt;. Indolore, perché qui i suoi ruvidi testi vengono reinterpretati da altri cantanti e musicisti (da Fugain a Daniel Lavoie, da Enzo Enzo a Olivia Ruiz), che rendono le sue canzoni più levigate e fruibili, più preziose e godibili. Belle anche le due canzoni interpretate dallo stesso&lt;/span&gt;&lt;span&gt; Leprest, e divertenti ed efficaci le interpretazioni di Sanseverino (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Dans le sac à main de la putain&lt;/span&gt;) e di Agnès Bihl (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Le copain de mon père&lt;/span&gt;).&lt;br /&gt;Stéphane Sanseverino è un cantante e bravo chitarrista francese di discendenze napoletane. Agnès Bihl è un’altra francese interessante. È una trentenne che dice di essersi avvicinata alla canzone a causa di un’autentica folgorazione: dopo aver assistito, da ragazzina, a un’esibizione di Leprest in un cabaret di Parigi. Scrive dei testi pungenti, a tratti feroci, graffiante come una coraggiosa Claire Bretecher dei nostri tempi, ma senza la frustrazione disarmante dei suoi personaggi, trasformando in rima le avventure, dalle più banali alle più drammatiche, della vita quotidiana. Tanto feroce da dire, se deve par&lt;/span&gt;&lt;span&gt;lare della fame nel mondo, che milioni di bambini mangiano carne soltanto quando si mordono la lingua. Curiosa e paradossale: dice di avere scoperto la canzone francese attraverso il nostro Fabrizio De Andrè. Esplicita, come in &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'enceinte vierge&lt;/span&gt;, che in Italia non verrebbe mai trasmessa per ordine del Vaticano. Artista atipica, che dice di scrivere più per i concerti che per le case discografiche, nata artista da metropolitana, da strada, da bar, e oggi da palcoscenico: "Per me una canzone esiste solo quando la canto sul palco". Per le musiche, collab&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ora con eccellenti musicisti, come, per esempio, Giovanni Mirabassi, un bravo pianista e compositore di Perugia, che da 1992 vive a Parigi. Il risultato è uno stile spumeggiante, con piano, bandoneon, arsenico, vecchi merletti e vetriolo on the rocks. Non è un caso che uno dei grandi della canzone francese come Charles Aznavour le abbia affidato la prima parte dei suoi ultimi concerti. Per chi ancora non la conoscesse, questo è l’indirizzo del suo sito web:&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.agnes-bihl.fr/"&gt;http://www.agnes-bihl.fr&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Qui, invece, potete trovare alcuni testi delle canzoni di Allain Leprest:&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.paroles.net/chansons/1563.1/Allain-Leprest"&gt;http://www.paroles.net/chansons/1563.1/Allain-Leprest&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SEvynb-xQOI/AAAAAAAAAvY/CS9QrTJ9Bco/s1600-h/gragrams1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SEvynb-xQOI/AAAAAAAAAvY/CS9QrTJ9Bco/s200/gragrams1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5209524153323962594" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;VELTRONI: L’UNITÀ È FEMMINA. E I SARDI? CHE SI TENGANO LA SOLITUDINE.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Maggio 2008)&lt;/span&gt; Augusto Ditel scrive su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Nuova&lt;/span&gt; che gli avvocati del governatore isolano Renato Soru e quelli della Nie (la società editrice del quotidiano) hanno siglato l'acc&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ordo preliminare d'acquisto dell'&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Unità&lt;/span&gt;. “Entro quindici giorni - ha detto alla &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nuova&lt;/span&gt; - nascerà la Fondazione L'Unità che acquisirà la partecipazione del giornale fondato da Antonio Gramsci. Si tratterà di una Fondazione senza scopo di lucro. Il mio interesse è nato quasi per caso: mi sono soffermato sullo sta&lt;/span&gt;&lt;span&gt;to di precarietà in cui versava il giornale e ho ritenuto giusto contribuire a farlo uscire da questa precarietà e dalle difficoltà in generale. Non era giusto che il giornale di Gramsci e di Enrico Berlinguer fosse trattato come una merce qualsiasi. Vorrei dare - ha proseguito Renato Soru - un contributo di sicurezza e di stabilità a un organo di informazione che storicamente, per generazioni di italiani, ha dato voce alle istanze di riscatto sociale e vorrei che anche la Sardegna fosse protagonista del rilancio della testata”.&lt;br /&gt;La notizia, di per sé, non è brutta. Soru si butta sulla comunicazione, e questa nuova loquacità rende il muto di Sanluri decisamente più simpatico. Meno simpatico Walter Veltroni, che si immette nell’operazione auspicando “una donna alla direzione dell’&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Unità&lt;/span&gt;”. Non a caso, già circola il nome della pisana Concita De Gregorio, giornalista acqua e sapone del gruppo Repubblica-Espresso. Però n&lt;/span&gt;&lt;span&gt;oi lettori non capiamo perché debbano sempre attingere dal servizio taxi del gruppo Repubblica-Espresso, quando, per dire, ci sono giornalisti eccellenti come Enrico Deaglio e il gruppo di Diario sulla piazza (anche se al momento continuano a resistere nel fortino di via Melzo): troppo scomodo farli ritornare a casa?&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’Unità&lt;/span&gt;, secondo la redazione di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Report&lt;/span&gt;, prendeva 6.400.000 di euro l’anno giovandosi del contributo dell’editoria. Antonio Gramsci (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’Unità&lt;/span&gt;, quotidiano degli operai e dei contadini, uscì a Milano su indicazione di Gramsci) forse non l'avrebbe presa bene. Ma la cosa non preoccupa nessuno, tantomeno Soru e la sua fondazione "senza scopo di lucro": meglio giocare al toto-direttore.&lt;br /&gt;Speriamo che sia femmina? Speriamo che non venga dal quel gruppo &lt;span&gt;Repubblica-Espresso&lt;/span&gt; che, come veniva ricordato nella già citata puntata di &lt;span&gt;Report&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; &lt;/span&gt;del 2006, prendeva 12 milioni di euro di fondi pubblici (o meglio, secondo l'aggiornamento riportato nel libro &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Casta dei giornali&lt;/span&gt; di Beppe Lopez: "In un anno, 16.186.244 euro fra quelli prelevati dalle tasche degli italiani finiscono nelle tasche dell'Espresso-La Repubblica [...] Il quotidiano fondato da Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo viene anche teletrasmesso in America e in Australia a nostre spese: 1.351.640 euro l'anno").&lt;br /&gt;Perciò: tanto per cominciare, speriamo che il direttore dell'&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Unità&lt;/span&gt; sia un vero giornalista, alieno da fondi pubblici. E, tanto per finire, speriamo che sia sardo. Dite che non è un'impresa facile? Siamo d'accordo: l'unico che ci viene in mente è Manlio Brigaglia. Peccato che abbia ottant'anni.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;P.S.&lt;/span&gt; Però, nel frattempo ci viene un dubbio: non avete il sospetto che Gramsci cominci a essere un po' avariato, citat&lt;/span&gt;&lt;span&gt;o com'è a sproposito? E lo cita il capitalista... E lo cita il prete (il cardinal Bertone)... E lo cita il funzionario forzaitaliota (Mariastella Gelmini, neo ministro dell'Istruzione)... Non è che, alla fine della giostra, diranno che a sbattere Gramsci in galera sono stati i comunisti?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SCtHgoLoTgI/AAAAAAAAAvI/f7Bt7BGaF0c/s1600-h/bb_logo.gif"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SCtHgoLoTgI/AAAAAAAAAvI/f7Bt7BGaF0c/s320/bb_logo.gif" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5200328820596952578" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;ASSEGNATO IL BIG BROTHER AWARD A BIG JIM VISCO.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Maggio 2008)&lt;/span&gt; Nel corso del convegno &lt;span style="font-style: italic;"&gt;e-privacy 2008&lt;/span&gt; , sono stati ufficialmente annunciati i vincitori dei premi relativi alle varie categorie del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Big Brother Award Italia 2008&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Il BBA Italia è un premio "in negativo" che viene assegnato in tutto il mondo a chi più ha danneggiato la priva&lt;/span&gt;&lt;span&gt;cy. Dicono gli organizzatori: “In una situazione in cui la privacy è fatta c&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ontinuamente a polpette dalle nuove tecnologie e da discutibilissime iniziative di "sicurezza", il BBA vuole puntare il dito contro chi opera in prima linea contro la privacy, beneficiando sp&lt;/span&gt;&lt;span&gt;esso del fatto che mai come in questo periodi i "riflettori" della pubblica attenzione sono lontani da questi argomenti. E nella migliore tradizione della Rete, il BBA è una iniziativa molto seria ma realizzata anche con allegria; tutto il BBA è infatti permeato anche dalla voglia di divertirsi, non certo per sdrammatizzare la situazione, ma perché fare le cose con allegria aiuta a farle bene”.&lt;br /&gt;In questa edizione sono stati assegnati: il premio “peggiore azienda privata” a Yahoo!; il premio "Tecnologia più invasiva" alla Banca dati DNA del R.I.S. di Parma; il premio "Bocca a stivale" al conduttore televisivo Bruno Vespa; il premio “Minaccia da una vita” a Franco Frattini; il premio “Peggiore ente pubblico” al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Per chi volesse conoscere le divertenti (ma neanche tanto) motivazioni dei premi, può andare al seguente indirizzo:&lt;br /&gt;&lt;a href="http://bba.winstonsmith.info/"&gt;http://bba.winstonsmith.info&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Questa è la motivazione del premio “Peggiore ente pubblico”:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il Ministero dell'Economia e delle Finanze possiede già amplissimi strumenti di verifica come i poteri ispettivi e l'inversione dell'onere della prova (è il contribuente a dover dimostrare di essere "virtuoso" e non l'amministrazione a provare la violazione di legge). &lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Recentemente, e senza particolari reazioni della società civile, essi sono stati ulteriormente potenziati dalla creazione di schedature di massa (sanitarie, bancarie, ecc.) che sono chiaramente una inaccettabile "scorcia&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;toia". Invece di controllare palesi e diffuse prassi illegali, violano inutilmente la privacy di milioni di cittadini onesti. &lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Con le ultime disposizioni attuative del famoso Articolo 50 della legge 326 del 24-11-2003, siamo tutti sotto l'occhio vigile e ferreo dello Stato per quanto riguarda la materia sanitaria: per prendere farmaci con il servizio sanitario veniamo schedati dettagliatamente, infine dal 2008 con l'introduzione dello SCONTRINO PARLANTE (Art. 1 comma 28 della Legge 296 del 27-12-2006) per scaricare farmaci di libera vendita siamo ancor di più schedati. E quando, non "se" ma "quando", tutti questi dati finiranno in mani errate, come minimo ci sarà da attendersi la pubblicità targettizzata per supposte e sciroppi; come massimo invece non esiste un limite alle conseguenze negative. &lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Concludendo: con la scusa della lotta all'evasione (e senza altrettanto zelo per la lotta agli sprechi di spesa pubblica), il governo in maniera assolutamente bipartisan ha attivato sistemi di controllo della popolazione degni di stati totalitari. Questo è il peggiore rischio per i diritti dei cittadini; dovesse arrivare un "baffone" popolare, troverebbe già tutto pronto per esercitare ogni tipo di controllo sul popolo. Ma forse l'obbiettivo è proprio questo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Da ministro vice a Miami Vice.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sull'argomento torneremo presto, prendendo spunto proprio dalla motivazione del BBA. Per dirne una: la nostra banca informa, en passant, in calce a un recente estratto conto, con minuscolo corpo nove, che, in caso di bonifico transfrontaliero (insomma, basta un bonifico, che so, di 10 euro inviato da un geometra di Roccasecca a un salumiere di Chambery), i dati del cliente finiranno in un serve&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;r degli Stati Uniti a cui ha accesso  il Federal Bureau of Investigation, meglio noto (noto, per via dei famosi telefilm americani presi per cinéma vérité e come pietra di paragone dall'ex vice ministro Vincenzo Visco) come FBI. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CHI RICERCA, TROVA.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Maggio 2008)&lt;/span&gt; A cena con un ricercatore del San Raffaele. Prima parliamo del più, poi del meno: “Sai a chi hanno sottratto i 300 milioni del prestito Alitalia?”. No, non lo so. “Prendono i soldi da un fondo pubblico creato per finanziare la ricerca”. Mi informo, dovrebbe trattarsi della legge 46/82 che ha istituito il Fondo speciale per la ricerca applicata, poi trasformato in Fondo per le agevolazioni alla ricerca, eccetera, eccetera. Eh no, non lo sapevo, come non lo sapevano milioni di italiani; perché, a parte qualche sortita come quella di Susanna Agnelli e un timido passaparola tra bloggers col fiato corto, nessun organo di stampa ha approfondito. Tutti zitti.&lt;br /&gt;Il famoso “prestito” è, in realtà, una maxi flebo a perdere. Prodi voleva concedere 100 milioni, Berlusconi ha rilanciato: 300 tondi e bipartisan. In attesa della sua famosa “cordata”. Ma quale cordata: non sarà che &lt;span style="font-style: italic;"&gt;‘a fune è corta e ‘o puzzo è funno&lt;/span&gt;?&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SFAql2jVXqI/AAAAAAAAAwg/tBsBteQp9u8/s1600-h/lanc1biankto.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SFAql2jVXqI/AAAAAAAAAwg/tBsBteQp9u8/s320/lanc1biankto.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5210711598654906018" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;IL LANCIERE BIANCO ANNUNCIA UN GOVERNO INCOLORE CHE PIÙ INCOLORE NON SI PUÒ.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Maggio 2008)&lt;/span&gt; Il cavalier Berlusconi, il detersivo preferito dalle casalinghe italiane, ha presentato la lista dei ministri del nuovo governo, che poi hanno firmato diligentemente al Quirinale. Il paolomieloso e sempre più entusiasta &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Corriere della Sera&lt;/span&gt; parla di “record”. A che proposito, non si capisce.&lt;br /&gt;In tutto, sono 21 ministri. Con un parlamento in cui è altissimo il tasso di condannati, prescritti, indagati, imputati e rinviati a giudizio, fa piacere constatare che almeno 9 siano senza portafoglio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Il Popolo delle libertà ha festeggiato l’annuncio del Lanciere Bianco, a cominciare dalla categoria dei commercianti, che hanno aumentato i prezzi in modo discriminato: non oltre il 30 per cento.&lt;br /&gt;Per arrivare alla composizione del nuovo governo, Berlusconi ha accontentato tutti, purché tutti lo accontentassero. Questo non è un governo: è una proprietà blindata. Alla fine, è stato trovato un posto anche per il povero Bossi: alle Riforme; che è un modo elegante per non dire Ginnastica correttiva e Fisioterapia intensiva.&lt;br /&gt;Scorrendo la lista dei ministri, lo si potrebbe definire un governo incolore, se non fosse così pieno di camicie nere e verdi, cravatte regimental e calze nere autoreggenti. Poche le presenze femminili, con il gradito ritorno di una ministra riscaldata, la Prestigiacomo, a cui è stato assegnato il ministero dell'Ambiente, forse perché Berlusconi la giudica molto decorativa. Contestato per le quote rosa&lt;/span&gt;&lt;span&gt; ridotte al minimo, Berlusconi ha replicato sottolineando la straordinaria varietà: c'è la bionda, c’è la castana, c'è la rossa, c’è la nera e persino la Brunetta alla Pubblica amministrazione e innovazione.&lt;br /&gt;Dopo l’annuncio, non c’è stata nessuna reazione da parte dell’opposizione, che è ancora in terapia farmacologica. Soltanto Di Pietro ha parlato di ministri "deboli": dopo averli sfidati a braccio di ferro e alla corsa coi sacchi, si presume. Tra le tante incompetenze e/o incongruenze, curiosa la scelta dell’ex valletta di Magalli, Mara Carfagna, per il dicastero delle Pari opportunità: più che un tocco, un tacco di classe.&lt;br /&gt;A proposito di incompetenze, tra le analisi dei commentatori politici spicca - per sagacia: a conferma del fatto che, per fortuna, il nostro è ancora un paese per vecchi - l’osservazione dell’ottuagenario Giovanni Sartori sul &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Corriere&lt;/span&gt;: “Sono pronto a scommettere che se all’attuale squadra del governo Berlusconi venissero affidate Mediaset, Fiat, Eni, Luxottica e simili, in pochissimo tempo diventerebbero altrettante Alitalia. Il Cavaliere si vanta di essere un imprenditore. Perché non ci spiega, allora, come mai applica all’azienda Italia criteri di reclutamento che certo non applicherebbe alle sue aziende?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SCM8PP86h5I/AAAAAAAAAu4/AtOz8Nl4KM8/s1600-h/bewyllciwo.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SCM8PP86h5I/AAAAAAAAAu4/AtOz8Nl4KM8/s320/bewyllciwo.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5198064627593414546" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;BELLA CIAO, ANZI ADDIO, FORSE ARRIVEDERCI.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Aprile 2008)&lt;/span&gt; L’Italia ha festeggiato, tra le polemiche dei revisionisti e i pelosi distinguo dei post-fascisti, il 25 aprile; che ormai non è più la festa della Liberazione, ma il compleanno di una cugina di secondo grado di Berlusconi. Insomma, ha ragione chi teme che il disastro ambientale, cioè la marea nera che si è abbattuta sulla penisola italiana con le ultime elezioni politiche, stia svuotando di significato una data-simbolo importante. Per il prossimo anno, aspettatevi qualche scherzo: tipo che si sposti la festa, dal 25 al I aprile.&lt;br /&gt;Tanto per cominciare, la sindachessa-podestà di Milano, Letizia Moratti, ha mandato a dire che il 25 aprile era già impegnata in una gita fuori porta. Eppure tutti la ricordano molto partecipe, anche troppo, quando, nella manifestazione di due anni fa, arrivò a spingere in sfilata il vecchio padre in carrozzella. Un film destinato a turbare almeno una generazione, così come Psyco turbò la generazione degli anni Sessanta.&lt;br /&gt;Ad Alghero, invece, il sindaco forzista ha deciso di togliere il saluto alla Resistenza. Alghero è un ridente paesotto della Sardegna, noto ai turisti per alcune stradine caratteristiche, per i caratteristici pescatori di surgelati, e per un prodotto tipico d’importazione che, non a caso, viene chiamato aragosta alla catalana. Meno ridente è il sindaco, che si è rabbuiato per lo scandalo suscitato dal divieto alla banda del paese di eseguire la più nota canzone della Resistenza, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Bella ciao&lt;/span&gt;. Il motivo? Ragioni di sicurezza: la banda era dotata di tutto, ottoni, grancassa, piatti, tamburello, però le mancava il triangolo. Il sindaco, giustamente, si è lamentato del fatto che i media si siano occupati della vicenda soltanto adesso: “È dal 2003 che non facciamo più eseguire &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Bella ciao&lt;/span&gt;”. Insomma, ha dovuto aspettare cinque anni perché i giornali parlassero di lui. Se questa non è un’ingiustizia.&lt;br /&gt;Ora, quello che ci spaventa non è tanto la cronaca raccapricciante di questo pazzo aprile, di questa storia rovesciata che vede uno con la croce celtica al collo diventare sindaco di Roma, quanto le conseguenze. Quelli che, come noi, hanno in playlist &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Bella ciao&lt;/span&gt; cantata da Yves Montand (e non solo: persino &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Hasta siempre comandante Che Guevara&lt;/span&gt; in versione gipsy degli Alma Ritano), che fine faranno: Guantanamo?&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;WOW!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Aprile 2008)&lt;/span&gt; Elezioni d'aprile. Vince lo zoo tycoon messo su da Berlusconi. Spariscono nel nulla i vanesi della sinistra cosiddetta "radicale". Affonda il partito post compromesso storico, colpito dal brutto ricordo della pallida inconcludenza del governo Prodi.&lt;br /&gt;L'impressione che il Pd avesse poco di nuovo da dire, e che soprattutto non sapesse comunicarlo al paese reale, viene confermata da un intervento di Linda Lanzillotta su SkyTg24. Quando, commentando i primi exit poll, dice che "i dati sono ancora &lt;span style="font-style: italic;"&gt;random&lt;/span&gt;". E con l'udc Baccini incredulo, che se la ride e chiede agli altri ospiti in studio: macchevordì &lt;span style="font-style: italic;"&gt;random&lt;/span&gt;?".&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;DENTE PER DENTE: ORTODOSSO SARÀ LEI.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Aprile 2008)&lt;/span&gt; Nel gran mare delle cazzate sparate da Berlusconi nella sua campagna elettorale, ci sembra di aver trovato la perla finale nel suo ultimo monologo a &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Porta a Porta&lt;/span&gt;: quando ha detto che Veltroni è l'ultimo rappresentante dell'&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ortodonzìa&lt;/span&gt; marxista.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DO UTERO DES.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Aprile 2008)&lt;/span&gt; Quando e se vincerà Berlusconi, si aprirà la guerra degli scambi di poltrona nel circo di nani e ballerine messo su dal Lanciere Bianco. Per adesso, l'homo gaudens di Arcore e la destra sono ancora allo stadio di semplici scambi culturali, come quello anticipato dalla dark lady della Fiamma Tricolore (detta anche Lady Chewingum per via delle labbra semoventi), Daniela Santanchè, che ha rivelato: "Berlusconi è ossessionato da me. Tanto non gliela do...".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;ELETTO IL PRESIDENTE DELL’ART DIRECTORS CLUB ITALIANO: SARÀ UNA COPIA O L’ORIGINALE?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Marzo 2008)&lt;/span&gt; L’Art Directors Club Italiano è un’associazione creata da un gruppo molto ristretto di pubblicitari italiani negli anni Ottanta, a imitazione di analoghe associazioni internazionali, con lo scopo di pubblicare un “annual” contenente le presunte migliori o più significative campagne pubblicitarie italiane, accompagnando poi la presentazione pubblica dell’annual con una premiazione dei migliori lavori. Insomma, una sorta di autocelebrazione.&lt;br /&gt;Nel corso degli anni, l’associazione è stata sottoposta a una trasformazione (si è dotata persino di un "direttore scientifico", neanche fosse la Treccani), uscendo dalla nicchia con l’ingresso allargato a molti soci, e con il contestuale abbandono di personaggi tra i più significativi dell’advertising italiano: dallo scomparso Armando Testa, a Gavino Sanna. E questo ci sembra molto in linea con la trasformazione del mondo pubblicitario: le agenzie hanno attraversato momenti di crisi risolte nel peggiore dei modi, perdendo le figure più carismatiche, riducendo drasticamente il numero di addetti, perdendo per strada significato, forza e importanza nel rapporto con le aziende e gli utenti pubblicitari. Si dirà: è un male o un bene? Senza dubbio, è meglio così. Per molti anni, a partire dai rampanti anni Ottanta, l’esaltazione della pubblicità elevata ad “arte” ha creato una pericolosa confusione. Oggi si rileva, invece, un salutare &lt;span style="font-style: italic;"&gt;retour à la normale&lt;/span&gt;. La pubblicità è quello che è, non più quello che vorrebbe essere: i pubblicitari sono uomini-sandwich “a servizio completo” usati dalle aziende per veicolare prodotti e servizi di varia natura. Con l’evaporazione della presenza trainante delle forti personalità, è rimasto il pensiero debole di addetti privi di memoria storica, degli impiegati a termine dell’immaginetta con contorno di salmi esposta sull’altare del consumismo. La pubblicità che ci scorre davanti è un oggetto d’uso comune senza valore aggiunto, senza identità e dignità; la copia di una copia di una copia di cui si è persa la matrice originale. Condizione palesemente frustrante per gli art directors e i copywriters italiani a cui, oggi, non resta altro che ricordarsi di esistere almeno una volta l’anno, per la pubblicazione del proprio annual con contorno di festa, coriandoli e premi aziendali.&lt;br /&gt;Intanto, è stato eletto il nuovo presidente dell’Art Directors Club Italiano. Figlio di un pubblicitario abbastanza conosciuto nell'ambiente dei pubblicitari milanesi, è autore di slogan in rima baciata (Galbanetto, se comincio non smetto); dell'apprezzato, ma anche controverso, commercial Gandhi-Telecom Italia (quando si scoprì che la centrale di spionaggio creata all'ombra di Telecom spiava mezza Italia, la scelta di Gandhi-Big Brother apparve alquanto inopportuna); e autore di un commercial Telecom girato nel 2003, purtroppo simile a un commercial Telefonica girato da Paul Arden, ex direttore creativo della Saatchi. Giovane e simpatico, con esperienze di lavoro all’estero, si chiama Marco Cremona e ha dichiarato di essersi candidato con l’intenzione di “arginare il degrado in cui è finita la pubblicità italiana”, e perché “l’Adci ha perso &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;glamour&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;appealing&lt;/span&gt;”.&lt;br /&gt;Complimenti al neo eletto. Però a noi, più che un complesso degrado della creatività italiana, sembra di vedere un più semplice degrado del vocabolario.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R9VnwVD_wpI/AAAAAAAAAuo/5K8Ss2YHnJM/s1600-h/123wegiua1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R9VnwVD_wpI/AAAAAAAAAuo/5K8Ss2YHnJM/s320/123wegiua1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5176157426717541010" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;IL FESTIVAL DI SANREMO, LA GIOVANE CANTANTE SENZA NOME E IL FRATELLO DI EVARISTO.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Febbraio 2008)&lt;/span&gt; Abbiamo visto qualche sprazzo del festival di Sanremo. Un atto dovuto, in quanto abbonati Rai. Ma, proprio come abbonati Rai in regola con il pagamento del canone, ci viene da dire, citando una vecchia canzone di Gerry Rafferty: “Can I Have My Money Back?”. Purtroppo, il servizio pubblico non prevede il diritto di recesso.&lt;br /&gt;Pare che questa edizione, affidata alle cure di Pippo Baudo, abbia attirato meno spettatori rispetto alle precedenti formule: troppo “varietà”, troppe variazioni fuori tema e insopportabili lungaggini, scarsa qualità delle canzoni proposte. Né gli ospiti più o meno di rango hanno risollevato le sorti di un festival noioso: con una Mannoia che stonava e una Giorgia che dopo due minuti di strilli ti fa venire il latte alle ginocchia, perdi la pazienza e diventi intransigente anche con i giovani di belle speranze. E questo è il punto più dolente: se il festival di Sanremo offre uno spaccato anche del mondo musicale giovanile, vuol dire che la produzione musicale in Italia è a livelli infimi. Abbiamo cercato, nelle cronache dei giornali, sulla rete, qualche analisi che spieghi questa involuzione, ma senza successo: i critici si limitano a fare i critici, e probabilmente non dispongono di un adeguato background culturale per spiegare questo paese senza qualità. In particolare, abbiamo seguito il blog di un critico musicale che generalmente ci piace, perché più vicino ai gusti della nostra generazione: Ernesto Assante, di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Repubblica&lt;/span&gt;. Ma anche Assante, chissà, forse spazientito, forse annoiato, si è limitato a una cronaca superficiale, e alla fine, a corto di argomenti, è scivolato sulle battute sprezzanti, come nel caso di una giovane cantante, Giua.&lt;br /&gt;Giua è una giovane cantante-compositrice ligure seguita con un certo interesse dalla critica: per la sua eccellente preparazione musicale, per la sua ricerca nell’ambito della musica latina e della canzone d’autore italiana. Ha una bella voce e scrive canzoni ancora un po’ acerbe che risentono di influenze scolastiche (qualche poeta francese, lirici greci, facile simbolismo, mirto, edera, eccetera), ma caratterizzate da una certa originalità. È dotata di un talento ancora in via di sperimentazione. Diciamo, in fase di maturazione: se allargasse i propri orizzonti con collaborazioni e scambi più appropriati, se leggesse più poesia e meno cantautori, se ascoltasse più songwriter donne e meno antiquariato, più Feist e meno De Gregori, potrebbe dare una svolta più interessante alla propria evoluzione artistica, in modo che le buone intenzioni possano prendere definitivamente il volo.&lt;br /&gt;Giua si è presentata al festival di Sanremo con tre handicap:&lt;br /&gt;1) È bella.&lt;br /&gt;2) È intelligente.&lt;br /&gt;3) Ha presentato una canzone non troppo bella né troppo intelligente, con un titolo sfortunato, “Tanto non vengo”, che poteva innescare qualche equivoco, o qualche preoccupazione, nel pubblico maschile in difetto di prestazioni.&lt;br /&gt;La canzone, che non era di qualità inferiore a quelle degli altri "giovani", non è stata apprezzata dalla giuria di cosiddetti “esperti” presieduta da Claudio Cecchetto, il vate dei dj, il profeta del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Gioca Jouer&lt;/span&gt;. (Per chi non lo ricordasse, riportiamo qui di seguito il testo di quella leggendaria canzone di Cecchetto, in bilico tra il non sense di un ubriaco e la stupidera dell’asilo: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto!/ One, two, three, four, five, six, seven, eight!/ Dormire, salutare autostop, starnuto, camminare, nuotare, sciare, spray, macho, clacson, campana, ok, baciare, saluti, saluti, superman!/ Ok ragazzi adesso cerchiamo di farlo meglio! Ricordatevi che si parte sempre da dormire./ Fate attenzione alla differenza tra camminare e nuotare e nel finale due volte i saluti. Farlo bene! “Gioca Jouer!”/ Dormire, salutare, autostop, starnuto, camminare, nuotare, sciare, spray, macho, clacson, campana, ok, baciare, saluti, saluti, superman!/ One, two, three, four, five, six, seven, eight!/ Ok ragazzi, ora più veloce, perchè i comandi cambiano ogni due battute, se riuscirete a farlo, d'ora in poi potrete farlo anche solo con la musica, perchè sarete dei veri campioni di "Gioca Jouer!"/ Dormire, salutare autostop, starnuto, camminare, nuotare, sciare, spray, macho, clacson, campana, ok, baciare, saluti, saluti, superman! All right!&lt;/span&gt;).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono passati molto anni, e la cosa che ci ha sbalordito è il progresso dell’uomo: ai tempi di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Gioca Jouer&lt;/span&gt;, Cecchetto sapeva contare fino a otto; al festival di Sanremo ha dimostrato di saper contare almeno fino a dieci. Ma, come dicevamo, la giuria presieduta da questo genio della matematica non ha accolto di buon grado la proposta di Giua. E va bene. Ma neanche alcuni critici musicali sono stati teneri, e non si capisce perché. Come nel caso di Assante, e della sua battuta sprezzante: “Arriva Giua, che non si capisce se è un nome o un cognome”.&lt;br /&gt;Strano, abbiamo pensato. Se Assante - che, malgrado le apparenze, non è un participio presente, ma un critico musicale - ha di questi dubbi, potrebbe sempre fare un salto dal suo ex collega di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Repubblica&lt;/span&gt; Claudio Giua, diventato direttore generale di Kataweb, e chiedergli: “Ma Claudio è un nome e Giua un cognome?”. Poi, nell’attesa di una risposta, potrebbe ampliare la propria biblioteca aggiungendo un libretto di Lisa Foa pubblicato da Sellerio qualche anno prima della sua scomparsa, che si intitola &lt;span style="font-style: italic;"&gt;È andata così&lt;/span&gt;, e che contiene delle interessanti “conversazioni a ruota libera in via Aurelia” raccolte da Brunella Diddi e Stella Sofri. Non dovrà fare neanche un particolare sforzo di lettura, Ernesto Assante, perché troverà una risposta ai suoi dubbi nelle prime pagine del libro, nel capitolo intitolato “Ebrei di Sardegna”. Che, per comodità di tutti, riportiamo qui di seguito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;I Giua.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Mi chiedete delle mie origini. Sono importanti le origini perché uno se le porta dietro come i geni delle proprie cellule.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il mio nome di famiglia è Giua, cioè giudeo, nome ebraico, tanto è vero che in Sardegna gli ebrei vengono genericamente chiamati “giua”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Non ricordo sotto quale imperatore romano, ancora prima della distruzione del tempio di Gerusalemme, pare che gli ebrei siano stati esiliati da Roma in una landa desolata della Gallura. Lì un po’ alla volta si assimilarono alla popolazione locale, fu così che Giua diventò un nome sardo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ci sono altri ebrei in Sardegna. Quando la costa occidentale era sotto il dominio catalano quel ramo ebraico fu colpito dalle leggi razziali di Isabella di Castiglia e anche lì gli ebrei furono costretti a emigrare. Una lapide ad Alghero ne ricorda la storia. Comunque di questa presunta origine ebraica non è rimasta alcuna traccia nella famiglia di mio padre.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ho frequentato poco la Sardegna. Avevo quindici anni quando nel ‘38 ci andai per la prima volta. Ma la sento vicina e familiare, forse per via delle nenie che mio padre mi cantava da piccina e che avrebbe cantato anche ai miei figli, passeggiando su e giù per il corridoio. Oppure perché da ragazzina mi affascinavano le vicende di Giovanni Tolu, il pastore fuorilegge entrato nella leggenda.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sono nata a Torino e mi sento soprattutto torinese. Trovo che il carattere sardo e quello torinese non siano poi così in contrasto, entrambi chiusi, fieri e cocciuti. In casa, quando i figli si impuntavano su qualcosa, dicevamo “ecco il filone sardo che viene a galla”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ho abbandonato nella firma il mio cognome perché ero stufa di sentirlo storpiato in Gina o Giva, come accadeva non solo quanto andavo a scuola ma anche dopo. Ancora di recente un postino aveva da ridire su “questi stranieri che hanno nomi strani, tutti pieni di vocali” [...].&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fin qui, Lisa Foa, la “Lisetta” di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lessico famigliare&lt;/span&gt; di Natalia Ginzburg (certo, la sua ipotesi era suggestiva, se pensiamo a Luras e a certe saghe famigliari, ma era una baggianata; a parte il fatto che i sardi hanno poco da spartire con i sergenti piemontesi: senza andare a disturbare gli ebrei, possiamo dire che &lt;span style="font-style: italic;"&gt;ghjua&lt;/span&gt; in gallurese, e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;gurja&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;giua&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;zua&lt;/span&gt; in sardu nugoresu, significano &lt;span style="font-style: italic;"&gt;criniera&lt;/span&gt; o &lt;span style="font-style: italic;"&gt;cortina dei monti&lt;/span&gt;). Sulla base delle spiritose riflessioni di Lisa Foa, a Giua, la giovane cantante di Rapallo, bisognerebbe dare atto almeno di un certo coraggio: se non altro, per il fatto che, adottando quel cognome come nome d’arte, corre consapevolmente il rischio di farsi chiamare - in quest’Italia di scarse letture e in difficoltà se alle prese con una consonante seguita da tre vocali - Gina, Giva, Guia o Giuva; o di sottoporsi agli sbertucciamenti del critico musicale, improbabile esperto di linguistica diacronica, che dice “Giua, non si capisce se è un nome o un cognome”; a cui potrà comunque rispondere: Ernesto, non si capisce se è un nome o il fratello di Evaristo, il coglione sinistro.&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Riki, Tiki e Tavi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-687515353517931638?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/687515353517931638'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/687515353517931638'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2008/03/2-ho-visto-un-re-ah-beh-s-beh.html' title='(2008) Ho visto un re. Ah beh, sì beh...'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SOYAxfpwphI/AAAAAAAABG0/iFLQEwnZRu4/s72-c/roguesolw.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-4824439924900281910</id><published>2008-01-21T14:22:00.042Z</published><updated>2009-04-26T07:57:13.394+01:00</updated><title type='text'>In memoria di Pino Careddu, direttore di Sassari Sera, l'ultimo dei muckrakers</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R5SqygkLJII/AAAAAAAAAto/lLMiyow1RXY/s1600-h/pincaudwe.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R5SqygkLJII/AAAAAAAAAto/lLMiyow1RXY/s400/pincaudwe.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5157935257957901442" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Gennaio 2008)&lt;/span&gt; Succede da quando ho lasciato la Sardegna. Ci sono due cari amici sardi, in particolare, che, col tempo, hanno assunto l’obbligo del necrologio telefonico. Nel senso che, quando mi chiamano al telefono, il più delle volte lo fanno per comunicarmi la morte di un amico comune, di un conoscente, di una persona a cui ero particolarmente legato negli anni trascorsi in Sardegna. Quando squilla il cellulare e vedo quei due numeri o i nomi “Bruno” e “Pasquale” impressi sullo schermo, mi viene da sospirare: “E adesso chi è morto?”. (Insomma, certo che esagero; per fortuna, succede raramente: non c'è nessuna ecatombe di amici in Sardegna).&lt;br /&gt;Così è successo ieri, una domenica nebbiosa, qui a Milano. Il primo a telefonarmi è stato Bruno, quasi un fratello, più che un amico: “È morto Pino Careddu, l’hanno detto al giornale radio”.&lt;br /&gt;Già, Pino. Avevo 22 anni quando pubblicò il mio primo articolo. E da quel battesimo, per dieci anni, sino alla metà degli anni Ottanta, la frequentazione si fece intensa, sino all’inevitabile rottura di scatole da parte di entrambi. Non ricordo per quale motivo, ma ci ignoravamo ormai da parecchi anni (soltanto un incontro e un abbraccio frettoloso, qualche anno fa, in occasione del funerale del vecchio, caro Nello Di Salvo, suo fotografo di fiducia nei tempi ruggenti di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassar&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;i Sera&lt;/span&gt;). Forse perché non mi era piaciuta la sua battaglia in difesa di certi suoi amici di cui si parla nell'intervista di Pironti che cito in coda. Forse per “futili motivi”, come si direbbe nei più efferati omicidi. Chissà. Dieci anni, comunque, in cui ho elevato Pino al ruolo di maestro di scrittura, di durissimo personal trainer. Perché Pino era questo: un grande, grande, grande scrittore. Anche se faceva finta di non saperlo, questo maddalenino-gallurese capace di una velenosa ironia e diventato sassarese strafottente, personaggio avventuroso e non catalogabile, colto, arguto, rissoso e manesco eppure elegante, bon vivant e grande cuoco, viaggiatore curioso, di cui non ho mai capito né digerito la sua passione per lo zoo della politica e di tutto ciò che gli ruota intorno, ma di cui ho sempre apprezzato, condiviso, molti suoi interessi culturali (con molti distinguo: per esempio, lui amava Céline, io no), e soprattutto quella passione per la scrittura, che lo consumava e lo rigenerava all'infinito, sino all'ultimo respiro, quella scrittura che modellava così come avrebbe fatto Muhammad Ali alle prese con uno scoglio di granito: a suon di pugni, ma danzandoci intorno, con leggerezza, con l'irriverenza clownesca del rito magico e propiziatorio che accompagna le imprese impossibili.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R7TWJCA8g7I/AAAAAAAAAt4/wzQHDPWjUg8/s1600-h/lettera32.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R7TWJCA8g7I/AAAAAAAAAt4/wzQHDPWjUg8/s320/lettera32.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5166990123148805042" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Parla con te. Ovvero: se non trovi le notizie, cerca gli argomenti.&lt;/span&gt; Quando l’ho conosciuto, Pino Careddu scriveva sull’Olivetti Lettera 32. Era uno dei suoi due strumenti di lavoro. L’altro era il registratore, che stava a Pino come la Leica stava a Cartier-Bresson, padre del moderno fotogiornalismo, quando diceva che la Leica era un’estensione del suo sguardo. Per Pino il registratore era un’estensione della sua voce, più flessibile della macchina per scrivere.&lt;br /&gt;La Leica era uno strumento di candid photography, il registratore uno strumento di candid journalism: la parola fotografata. Pino usava il registratore anche nei suoi viaggi in auto, per esempio nei trasferimenti da Sassari a Cagliari: parlava, registrava, e poi sbobinava e scriveva i suoi pezzi. E parlava come scriveva, cioè tanto. E se non aveva un interlocutore, lo inventava. Mi spiego. Pino aveva una casa ad Alghero: si affacciava sul porto, godeva di una bella vista, e gli era stata data in affitto dalla vedova di un suo amico purtroppo defunto (credo, ma non vorrei dire una sciocchezza, che fosse un magistrato). Lì aveva rinunciato al telefono, alla comunicazione con l’esterno, e così poteva ritagliarsi delle strategiche, salutari pause di solitudine. Un giorno, Pino mi disse che con il vecchio proprietario, il suo amico scomparso, faceva delle “lunghe e animate discussioni”. Sul momento mi venne da ridere, e gli dissi: “Beh, certo, anch’io dopo una mezza bottiglia di vernaccia comincio a parlare con i morti”. Ma Pino era serio, tanto serio che anch’io provai a farlo. E devo dire che oggi mi riesce abbastanza bene: difficilmente vado a dormire, se prima non scambio due battute con le persone care che non ci sono più.&lt;br /&gt;Ma dicevamo della Lettera 32. Un mito disegnato da Marcello Nizzoli nel 1963, successore dell’altrettanto popolare Lettera 22. Macchine da museo d’arte moderna, spettacolo di quel genio italiano che la leggendaria azienda di Adriano Olivetti ha utilizzato sempre al meglio. Proprio a Olivetti si deve il layout di tastiera QZERTY, comodo, direi quasi naturale, che diventò lo standard italiano, e che non a caso venne adottato da Apple, azienda notoriamente innovativa e attenta al rapporto friendly con l’utente. Oggi lo standard più diffuso è il layout QWERTY, un orrore contronatura imposto da un omino occhialuto con i calzini bianchi, Bill Gates, purtroppo adottato in tempi più recenti anche dalla stessa Apple. E dico “purtroppo” perché, io che sono un mac user da sempre, sperimento questa sofferenza ogni giorno.&lt;br /&gt;La Lettera 32 era una macchina solida e affidabile, portatile e maneggevole: pesava quasi 6 Kg, un’enormità se paragonati al peso piuma di un notebook moderno, ma allora, quando le automobili non avevano il servosterzo, si era veri uomini, perbacco, mica signorine. E poi, pestare su quelle macchine per scrivere, soltanto quell’atto era già un esercizio di stile, un genere letterario. Se penso alle tastiere dei nostri computer, oggi, mi viene da pensare che gli scrittori abbiano messo ai piedi le scarpette &lt;span style="font-style: italic;"&gt;en &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;poin&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;te&lt;/span&gt;, da ballerina. La Lettera 32, invece, era un’altra storia, un incontro di boxe irripetibile e senza ritorno, ma non volgare. Mi viene in mente una definizione di Brera su Cassius Clay: una pantera di gesti armoniosi. Era così per Pino: scrivere era come comporre un’armonia in cui la melodia era soltanto un pretesto. La “melodia”, il tema, erano i fatti, i documenti, la notizia da cui partire. Il resto era improvvisazione, concatenarsi di frasi dinamiche. Il rumore tipico di quei tasti era ritmo, roba da bopper strambo. Non a caso Pino mi faceva pensare a Charlie Parker, un altro Vergine leonino. Stravagante, colto e brillante. Eccessivo. Un giorno mi disse che, da giovane, non pensava che sarebbe arrivato a 35 anni: gli anni di “Bird”.&lt;br /&gt;Lo stile molto personale di Pino si reggeva su un talento mostruoso, e sulla sciolta capacità di improvvisazione che si abbatteva sulla Lettera 32. Ho un’immagine di quello spettacolo, legata proprio a quella macchina. Ma, prima di esporla in pubblico, è necessaria una premessa. Avevo esordito su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; con un servizio sul Living Theatre di Julian Beck, approdato in Sardegna al seguito della grande marcia antimilitarista promossa dai radicali. Un buon lavoro, tanto che, già al terzo numero, Pino mi affidò un’intera pagina, dedicata alle problematiche giovanili. Per anni sono andato avanti occupandomi di queste cose (allora si chiamava "cultura alternativa"), scrivendo di costume, musica, libri, storie “altre” non contemplate nella cucina dei giornali sardi. Ma &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; era, per definizione, un “giornale politico d’informazione”, un giornale con una storia particolare, nato per una ragione semplice: fare uscire una notizia che gli altri giornali avevano deliberatamente taciuto (se ne parla nell’intervista riprodotta di seguito). E, anche se spesso trasfigurata dall’irrisione del potere tipica della “cionfra” sassarese e dall’attitudine a non prendere sul serio le cose maledettamente serie, la notizia veniva prima di tutto. E Pino insisteva perché mi occupassi della notizia, in particolare di cronaca politica locale, che non era il mio forte. Anzi, non mi interessava. Però alla fine trovammo un compromesso: me ne occupai, ma in chiave satirica, insomma in linea con il fogliaccio di Sassari. E le cose non andarono male: pasticciavo molto, ero incosciente e tiravo la fionda come un ragazzo di strada. Però, malgrado tutto, Pino pubblicava ogni cosa, anche se non era d’accordo; anzi, si metteva persino di traverso, quando arrivavano le minacce di certi politici (ricordo, con gratitudine, un particolare: quando gli telefonò quel socialista, politico-impresario, a cui disse: “Guarda, per come lo conosco, ti posso dire che, se lo minacci, fa di peggio”). In dieci anni, credo che non abbia modificato neanche una virgola. A parte una volta, in cui non si limitò a cambiare la virgola, ma riscrisse tutto. Completamente. E quella fu la grande lezione di Pino.&lt;br /&gt;Era andata così. Nella mia cittadina, testa di ponte con la speculazione dei grandi immobiliaristi e del mercato del subappalto, c’erano stati degli arresti: colletti bianchi, tecnici del comune. La classe politica locale era in fermento, ci si aspettava chissà quale sfacelo. Bisognava occuparsi della questione, ma io non avevo notizie. Costretto a scrivere un pezzo, avevo fatto melina producendo due cartelle di banalità, che avevo consegnato personalmente a Pino, a Sassari. Pino controllò il pezzo, e mi disse che potevamo modificarlo, creare più attenzione e aspettative. Ma come: non avevamo nessuna notizia esclusiva, niente oltre a quello che avevano scritto gli altri giornali. Ma, appunto, questo era il bello: Pino era anche un grande cuoco, e un grande cuoco ha la straordinaria capacità di reinventare a cena gli avanzi del pranzo. Si mise alla macchina per scrivere, la sua Lettera 32, strumento di tortura e di redenzione, posizione eretta, mani morbide, dita agili, tocco deciso, e via a pestare, con un ritmo da bebop, una solida struttura blues da cui lanciare l’assolo, l’improvvisazione. Parlava a voce alta e scriveva; dettava a se stesso, velocemente, in presa diretta, senza guardare indietro, senza ripensamenti. Parlava e scriveva. Se io non avevo notizie, lui aveva argomenti: questa era la differenza. E così costruì il pezzo, in meno di venti minuti: attacco perfetto, accapo puntuali, chiusura fulminante, nessuna correzione, giusto due piccole cancellature con la penna stilografica. Lo scrisse dando ascolto alle parole, le sue, rovistando nell’archivio delle conoscenze pericolose e della sua ottima memoria di cronista, scoprendo i nervi di tutti gli interessi e dei collegamenti possibili in un territorio che conosceva molto bene: partì dalla notizia, per parlare dei personaggi, degli attori noti ma soprattutto delle voci fuoricampo, sistemandoli sulla scacchiera secondo l’armonia improvvisata di un gioco d’azzardo. Parlava e scriveva. Cominciò con i colletti bianchi, passando attraverso allusioni e collusioni, per finire con la banda della Magliana. Un pezzo splendido. E infatti, quando il giornale uscì dalle mie parti, le edicole esaurirono le copie nello spazio di qualche tacca dell’orologio: in una mattina.&lt;br /&gt;Adesso rifletto su quell'episodio: Pino si era sottoposto a quella osservazione clinica e comportamentale da parte di un suo collaboratore, non tanto per esibire e scoprire i propri neurotrasmettitori, ma per una seduta di allenamento, per uno stimolo mentale, per motivare e formare un runner evoluto che sa gestire il ritmo e le ripetute lunghe. E infatti quella lezione diede i suoi frutti: mi autoinvitai a cena da un amico imprenditore, e da lì cominciai a occuparmi di altri argomenti con un approccio meno timido. Al primo della serie, Pino diede un titolo più semplice di quelli dissacranti, divertenti, tipici di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt;, ma eloquente: "Cemento e malavita". Erano i primi anni Ottanta, e io, grazie a Pino, avevo passato la mia linea d'ombra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Parla come leggi.&lt;/span&gt; E adesso che è tempo di necrologi, di perdoni e di rimpianti, ho letto gli elogi di qualche suo collega giornalista. E mi viene in mente un episodio accaduto molti anni fa. Discutevamo, parlavamo di un suo collega. Per farla breve, per chiudere il discorso, Pino mi disse, con una smorfia di delusione: "Gli avevo regalato le &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lettere dal carcere&lt;/span&gt; di Gramsci. Qualche anno più tardi mi capita di andare a casa sua, e nello scaffale vedo i miei libri: erano ancora incellofanati. Non li aveva neanche aperti". Come dire: e questo è tutto, ragazzo. Come fa, un giornalista sardo, a non avere, non dico mai letto, ma neanche sfogliato le &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lettere&lt;/span&gt; di Gramsci?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Scrivere di tutto, scrivere per niente.&lt;/span&gt; Un altro episodio? Riguarda il destino del ghostwriter. Avevamo inventato e scritto, fifty fifty, il primo libro di un amico comune. Avevo accettato soprattutto per divertimento, più che per riconoscenza nei confronti del mio maestro di scrittura creativa: metà la scrivo io, metà la scrivi tu. Ne era venuto fuori un buon libro, curioso: la mia scrittura, se non combaciava con la sua, almeno si completava. Tanto che &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Epoca&lt;/span&gt; lo citò, in una recensione, come uno dei migliori cento libri dell'anno. E non solo: paragonò il suo autore a Truman Capote. Da morire dal ridere. Quando l'"autore" mi offrì metà dei diritti, rifiutai educatamente, o meglio gli suggerii di donarli alla ricerca sul cancro. "Nessuno deve niente a nessuno", come mi diceva Pino.&lt;br /&gt;Mi era capitato diverse volte di fare il ghostwriter, ma sempre per amicizia (a parte una volta in cui preparai uno &lt;span style="font-style: italic;"&gt;speech&lt;/span&gt;, pressato dalle insistenze di un amico, per il padrone di un'importante industria alimentare, ma si trattava di un innocuo discorso rivolto alla forza vendita). Però non capivo se fosse bene o male aiutare la carriera degli altri in quel modo. In genere, quando avevo di questi dubbi, mi consultavo con Pino. Che, in quel caso, liquidò la questione con poche parole: "Quando scrivo per gli altri, scrivo per me stesso".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lingue tagliate e bo&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;cche scucite.&lt;/span&gt; Un altro episodio chiarisce meglio un passaggio dell’intervista già citata di Pironti, pubblicata di seguito. Quando a Pino chiedevano se, giornalisticamente, pensasse di aver “fatto scuola”, si schermiva e rispondeva: “Più che una scuola, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; è stata una specie di casa di tolleranza dove molti hanno fatto le prime esperienze sessuali”. E così si capisce meglio la frase lasciata in sospeso: “Questo è il giornale che gestisce le omissioni o le censure dei quotidiani sardi, è il giornale delle lingue tagliate. Se dovessi farti l'elenco dei giornalisti che hanno lavorato per me in incognito…”. Lingue tagliate che su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; hanno fatto palestra. Insomma, casa di tolleranza o giornale di liberazione? Per quanto mi riguarda, voto per la seconda che ho detto. Ricordo un episodio. Ero giovane e collaboravo da qualche tempo con &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Nuova&lt;/span&gt;. Allora, il responsabile delle pagine di Cultura era un robusto  e sanguigno romanazzo col cognome da conquistador, biografo di Super Emo Veltroni, passato indenne dai giornali del Pci alla catena Caracciolo. Forse mi guardava anche con un po’ di simpatia, tanto che si permetteva di chiamarmi affettuosamente &lt;span style="font-style: italic;"&gt;santamariagoretti&lt;/span&gt;, dopo la pubblicazione di un mio pezzo moderatamente dissacratorio sul patrono della mia città, “Simplicio, santo e paziente”. Ma la simpatia finì di colpo, nel momento in cui proposi un’intervista a un importante personaggio còrso, il professor Ghjuan Batista Stromboni, uno dei fondatori della &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Federazioni Culturali Scola Còrsa&lt;/span&gt;, nata nel 1972, a cui si doveva in parte il risveglio nei Còrsi di una coscienza etnica per la conservazione della lingua e per una maggiore autonomia politica e culturale. Gente tosta, i còrsi. Proprio Stromboni e la Scola Còrsa avevano contribuito alla nascita nell’isola di una vera Università degli Studi (l’università “Pasqual Paoli” era stata chiusa dalla Francia dopo il 1769). Era un avvenimento importante, storico per i nostri cugini còrsi, e io avevo fatto quest’intervista a Stromboni. Che, certo, non era un tipetto tenero. Tanto che avevo cominciato a parlargli in francese e lui mi aveva zittito con la tipica "praputanza" corsa: “Ùn parlate in francesu. Parlate in sardu, gallurese, italianu, ma ùn parlate in francesu!”. Così gli avevo fatto le domande in italiano-gallurese e lui aveva risposto in lingua còrsa, non so dire se in còrso cismuntanu o suttanacciu, ma, insomma, ci siamo capiti benissimo nelle nostre libere "discursate" culturali. Mi ero divertito da matti. Ne era venuta fuori un’intervista interessante, e l’avevo proposta, accompagnata dalle fotografie scattate dal mio amico Rino, al responsabile della Cultura, che l’aveva letta prima con interesse, poi con un certo disappunto, e alla fine con disprezzo l’aveva rifiutata. “Perché?”, gli chiesi. Non sapeva che dire. Ma era molto serio, si dava arie da intellettuale. Abbozzò: “Perché manca... perché non c’è... il contraddittorio...”. E perché mai, dico io, non devo lasciare parlare un popolo che vuole farsi i cazzi suoi, insomma la propria università? E poi, secondo il principio "audi alteram partem", che faccio, invito il presidente francese? Ma non c’era verso. A questi residui piccisti l’argomento autonomia non suonava per niente bene. “Non importa”, gli dico con tono di sfida, “tanto la pubblico lo stesso”. “Dove?” fa lui con tono sospettoso. E lì gli viene incontro il responsabile delle pagine di Spettacoli, che a bassa, bassissima voce, insomma a momenti strisciava per terra, pronuncia il nome della vergogna: “Su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt;... lui lavora per... &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt;”. Il romanazzo ancora non lo sapeva. E lì finì la mia collaborazione con il quotidiano localizzato alla estrema periferia della catena Caracciolo-L'Espresso. Nessun giornale sardo aveva pubblicato la notizia dell’Università in Corsica. Pino pubblicò immediatamente il pezzo, e due settimane dopo, quando ci incontrammo, mi disse che i Còrsi erano molto contenti. Bene, vuol dire che daremo il numero di telefono del romanazzo ai nostri cugini. Così, tanto per fare “contraddittorio”...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il gigante gentile.&lt;/span&gt; A vent’anni avevo un grosso handicap: non ero mai stato in Corsica. Esagero se parlo di handicap? Insomma, che volete, io lo consideravo uno svantaggio, un vero problema: me lo trascinavo dall’infanzia, per colpa di mio padre. Mi spiego. Mio padre, sugheraio, aveva un socio a Porto-Vecchio, andava spesso in Corsica, e le storie che raccontava mi affascinavano: per esempio, quando era stato vittima di un agguato a colpi di pallettoni, mentre percorreva in auto con il suo socio una stradina tortuosa (come stabilì poi la gendarmeria, ovviamente si era trattato di uno scambio di persone; comunque mio padre, che tra l’altro non era un tipetto tenero, per lo spavento perse la voce per qualche tempo). Babbo, il suo socio, la “praputanza” corsa, la magnifica natura, il carattere selvatico, tutto mi affascinava dell’isola. Perciò, ogni volta che babbo partiva, gli chiedevo di portarmi con sé, ma senza successo. Ora capisco perché (questioni di prudenza: non so se avete letto i romanzi di Jean-Claude Izzo, ma i corsi sono sempre i più spietati), ma quella privazione di avventura - per un bambino svezzato con le pagine di Dumas, Kipling e altri capitani coraggiosi - rimase a lungo nel mio cassetto dei desideri.&lt;br /&gt;Mi era capitato di parlare di queste cose con Pino, così, tanto per sorridere. Io avevo già sepolto l’argomento, sinché, con mia grande sorpresa, Pino mi disse, tutto serio: un giorno andiamo insieme in Corsica. Sul momento non dissi niente, anche se pensai: sì, me li immagino, il vecchio e il bambino... Ma, ripensandoci adesso, provo una certa commozione pensando a come Pino, che a volte mostrava un gigantesco carattere legnoso, si offrisse al prossimo in un modo così gentile.&lt;br /&gt;Pino si definiva un “viaggiatore diligente”. Tra gli altri, aveva due amori, che condivido: il Portogallo e il sud della Francia. Non so dire se la Corsica fosse un altro suo amore, ma sicuramente l’isola, per lui maddalenino cresciuto nei rudi paesaggi di Squarciò, era un approdo naturale, conosciuto, soprattutto nel punto intermedio tra il sud e il nord dell’isola, tra Bocognano, Bastelica, Vizzavona, dove andava d’estate; mentre durante l’inverno andava ad Ajaccio, quando è tempo di oursinades, di imbrucciate, di tartes au brocciu. Quando gli chiedevo se era meglio il mare o l’interno, non si sbilanciava, diceva che erano due paesaggi diversi dell’anima, ma sapevo che preferiva l’interno, la montagna, perché gli era congeniale, si adattava al suo senso del mistero, come in un paesaggio fotografato in un suo libro: “Dal Monte Oro occhieggia una luna velata di albume. C’è tanto umido la notte, qui. S’alza la nebbia e ovatta il dialogo di un lupo maremmano col buio”.&lt;br /&gt;La montagna corsa: che abbia un fascino particolare, l’ho capito quando ho portato mio figlio, ancora piccolo, per la prima volta in Corsica, non al mare, ma lì dove aleggia ancora lo spirito di Pasquale Paoli, tra i castagni secolari. L’ho fatto seguendo la pista contagiosa di Pino. E non ho sbagliato, se è vero che quest’altro piccolo Vergine alle prese con i misteri della vita ha deciso di fare il primo bagno fuori dalla vasca, cioè il suo primo viaggio senza il babbo invadente, ma con la più accondiscendente fidanzatina, proprio in Corsica. E così la tradizione continua.&lt;br /&gt;Della Corsica, Pino parla nei suoi libri. Ed era naturale che un giornalista sardo attento all’evoluzione della cronaca non potesse fare a meno di dedicare le sue particolari attenzioni a una regione così vicina e misteriosa (non soltanto per i suoi dubbi traffici con Marsiglia e Tolone), per esempio nel periodo in cui si verificava il pericoloso incrocio tra banditismo sardo e separatismo corso. Pino, nei suoi libri, la trasforma in un’improbabile Cuba mediterranea pre-Castro, creando un’ambientazione cinematografica dove intreccia il pessimismo di Carné con la Pantera rosa, cioè con gli effetti comici che gli sono propri. Qui riporto un brano tratto da &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Plot&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;POSTA DA SIDI BOU SAID&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;[...] Si sorseggiava Mirtha ghiacciata e scambiavo Pastis col gruppo ristretto di signori cazzutissimi: vestivano grisaglie chiare e qualcuno aveva il panama listato a lutto come doveva essere quello del nonno di Jean Paul Belmondo. Arrivavano a Vizzavona nello stesso torno d’estate, sbarcando a Bastia dopo aver insilato le loro possenti macchine nel traghetto da Tolone. Di quest’ultimo gruppo che veniva da pochi anni distribuendo mance in cambio di inchini e rispettabilità, sapevo quel che mi diceva il padrone del vecchissimo ma dignitoso rifugio ai piedi di Monte Oro. Si approfittava a scambiare impressioni col patron, con tono riservato e nella controra, mentre questi aspiranti alla Legion d’Onore si scioglievano vestitissimi in sfibranti tornei di petanque, perdendo ciccia e dignità come qualsiasi monsieur Ducon che non abbia altro scopo nella vita oltre il gioco delle bocce e le confidenze a labbra strette.&lt;br /&gt;Era, quella, una molto prevedibile brigata senza Jean Gabin, che parlava in argot e che ritrovava il look formato esportazione durante la fastosa ora di cena, quando le consorti befane dei grandi ufficiali in congedo ammettevano al baciamano i clienti più giovani o i vecchioni divenuti galanti del Terzo Stato.&lt;br /&gt;Da qualche anno c’era un feeling da gente di mondo tra me e questi scostanti borghesi tra la sessantina e la settantina. Ascoltavano nel tavolo accanto le mie affabulazioni con voce scomposta indirizzate ai grandi ufficiali d’Oltremare, con arguzia e finto disinteresse.&lt;br /&gt;Secondo il nostro anfitrione di Vizzanova, del gruppo faceva parte un alto funzionario di polizia, monsieur Kosma, che aveva voluto passare la carriera a Vichy per riferire al maresciallo Petain i prodigi procurati al fegato e generalmente alle viscere da quelle sorgenti naturalmente gasate e dichiarate di pubblica utilità. Un altro faceva il gallerista ad Avignon. Un terzo, Vitigny, aiutava Gaston Deferre, l’inossidabile sindaco socialista di Marsiglia, a far marciare le cose nel più grande porto commerciale della Francia. Un quarto, forse si chiamava Carreras, era originario della Camargue dove aveva reinvestito i guadagni realizzati dalle paste molli di formaggio nella più grande compagnia marittima che controllava i traghetti per il Centro Italia, la Tunisia e i principali porti nazionali e soprattutto quelli della Corsica; con bureaux d’affaires a Brest e interessi turistici a Bandol, sull’autostrada che congiunge Nizza a Marsiglia. Insomma: era una mezza dozzina di signori impettiti e severi che amavano pisciare all’aperto nella foresta prima di dirsi buonanotte [...].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;A lezione di giornalismo col grembiulino.&lt;/span&gt; Quando cominciai a collaborare con &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt;, non sapevo molto né di Pino né del suo giornale. Ero giovane e mi confortava il fatto che sul giornale scrivessero giornalisti, in incognito o meno, provenienti da tutto l’arco costituzionale e non, insomma dai socialisti ai comunisti, ai democristiani, ai radicali, agli ex di Lotta Continua. C’era di tutto, e la molteplicità di voci era una garanzia di libertà. Però, tra i tanti argomenti, affiorava ogni tanto la massoneria. Chiesi qualche chiarimento a Pino, che liquidò la faccenda: “Ti spiegherò con calma”, mi disse. “Sono massone, però sono in sonno”. Strano, pensai, come fa uno così sveglio ad essere in sonno? Insomma, ero un mezzo deficiente. Però sospettoso. E così mi rivolsi alla mia fidanzata di allora, una fotoreporter tedesca che aveva girato il mondo, più grande di me e generalmente più informata, e le domandai se sapesse qualcosa di massoneria. Lei non ne sapeva niente, poi si ricordò che quello che chiamava il suo “primo padre” (la madre era divorziata) era massone. Mi disse: “Ma non fanno niente di particolare. Si riuniscono. Fanno delle cose. Si occupano di beneficenza”. Insomma, dei vecchietti simpatici, tutti dediti al prossimo. Dovetti aspettare l’esplosione dello scandalo della loggia P2 per un supplemento di informazione. Ma non affrontai più l’argomento con Pino, forse perché pensavo che la sua era una scelta comunque coerente, da laico impenitente, forse per non incorrere in altre drammatiche delusioni riguardo alla mia generazione, come quando mi rivelò che diversi ex sessantottini avevano chiesto di entrare in massoneria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dire, fare, mangiare, dormire.&lt;/span&gt; Pino Careddu era una persona generosa? Non lo so. Di sicuro, so che aveva un suo codice. Un giorno un amico comune, quello che chiamava “l’amico americano”, gli disse che ero ritornato in Sardegna, per un breve periodo, perché una persona a cui ero particolarmente legato, che poi era la mia sorella maggiore, si era fatta operare a Sassari per un cancro. Aveva saputo, soltanto dopo il mio ritorno a Milano, del mio viaggio in Sardegna, dei miei duecento chilometri di andata e ritorno tra la mia cittadina e Sassari, e mi aveva telefonato trattandomi con molta durezza. Mi avrebbe messo a disposizione la sua casa sassarese, e io non l’avevo informato. Se la prese così tanto che non ci parlammo per un po'. Per me era un problema di discrezione, insomma non mi sarebbe mai passato per la testa di chiedergli le chiavi di casa (in cui, comunque, mi era già capitato di mangiare e dormire, quando ero un po' più giovane e squattrinato, e, insomma, le case di Pino le avevo girate tutte: Sassari, Baja Sardinia, Alghero, con e senza fidanzate), per lui invece era un problema di amicizia. Ma come, mi dicevo, non era lui che disprezzava la nostra “cultura degli stazzi”? Indecifrabile Pino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Tutti e nessuno.&lt;/span&gt; Pino era un potente affabulatore capace di forti rappresentazioni, raffinato e colto, divertente, linguacciuto e velenoso, e trasferiva questa sua caratteristica nel giornale, dove distribuiva le sue mille sfaccettature attraverso altrettanti pseudonimi. Al vizio dello pseudonimo mi sono adeguato anch’io, per necessità (sul giornale pubblicavo anche delle pagine di satira disegnata) e per divertimento. Uno era &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Banduleri&lt;/span&gt;, il nomignolo scherzoso ma anche poco edificante che ogni tanto mi affibbiava mio padre a causa dei miei frequenti vagabondaggi “creativi” giovanili, e che Pino continuò a usare in seguito per sé e per altri collaboratori, quando smisi di pubblicare nel suo giornale. Insomma, io e lui ci riconoscevamo nella figura del girovago? Poco male. In fondo, ma molto in fondo, la tradizione del cantastorie vagabondo, on the road, da Hank Williams a Woody Guthrie, aveva progenitori eccellenti. E adesso mi chiedo: era autoironia, o che altro? Era un modo di porsi diverso da quello di certi giornalisti con l’ermellino. Un modo sano per prendersi in giro e smitizzare la professione intesa come casta. Come il cantautore che diceva "sono solo canzonette"? Non propriamente. Diciamo, un modo per distinguersi da quelli che se la cantano e se la menano. Perché come scriveva Hikmet: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;I muratori cantano,/ cantando sembra più facile./ Ma tirar su un edificio/ non è cantare una canzone,/ è una faccenda/ molto più seria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R76zNiA8g9I/AAAAAAAAAuI/s4v35N-coRc/s1600-h/pinbeppwe.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R76zNiA8g9I/AAAAAAAAAuI/s4v35N-coRc/s320/pinbeppwe.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5169766467318350802" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Take the A Train.&lt;/span&gt; Pino scriveva come un treno. Ora non sto a raccontare se prendesse sempre il treno giusto, però andava come un tren&lt;/span&gt;&lt;span&gt;o. Aveva cominciato a scrivere da ragazzino, se non ricordo male a 16 anni, vice corrispondente dall'isola della Maddalena per &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Nuova Sardegna&lt;/span&gt;, e da allora non si era più fermato, producendo una quantità incommensurabile di pagine scritte (senza co&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ntare, poi, l’attività radiofonica e televisiva). Questa logorrea ordinata e coerente (insomma, non era un disturbo mentale: era il suo lavoro svolto con una passione straordinaria), la mancanza di tempo (malgrado dormisse poco), l’obbligo di chiudere com&lt;/span&gt;&lt;span&gt;unque il giornale nei tempi previsti, eccetera, lo costrin&lt;/span&gt;&lt;span&gt;gevano in alcuni casi a non limare, a non perdersi nelle finezze del letterato. Certo, era talmente bravo che poteva permettersi di chiudere un testo dopo una rilettura veloce. E comunque sapeva benissimo che la carta che produceva n&lt;/span&gt;&lt;span&gt;on sarebbe finita nella Treccani: il giornale è un prodotto di consumo immediato, e il suo destino finisce nel momento in cui l’edicola abbassa le serrande e l’edicolante se ne torna a cas&lt;/span&gt;&lt;span&gt;a (con le dovute eccezioni: per esempio, quando il &lt;/span&gt;&lt;span&gt;suo giornale veniva fotocopiato e agitato come un manganello dalle opposte fazioni; ma non vorrei essere frainteso, perché quel giornale considerato “scandalistico” non era la vendetta sbattuta sul tavolo del funzionario o del boss di turno come le torte in faccia: le annate di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; sono state centellinate, consultate e saccheggiate anche da chi scriveva libri o preparava la tesi di laurea). Ma, con il suo primo libro della &lt;/span&gt;&lt;span&gt;serie gialla ( che definiva "gialli involontari"), si mise il problema del risultato definitivo. E, nell’occasione, mi chiese un aiuto. Che rifiutai. E questo è il mio cruccio, che non è dato da un&lt;/span&gt;&lt;span&gt;a forma d’invidia (ci mancherebbe): quel libro, quei libri, non avrei voluto scriverli, ma riscriverli, nel senso che avrei voluto rivedere i co&lt;/span&gt;&lt;span&gt;llegamenti, addolcire certi passaggi, togliere le nebbie e i messaggi cifrati, abbattere gli ostac&lt;/span&gt;&lt;span&gt;oli, renderli omogenei, più universali, e quindi comprensibili anche a chi è estraneo alle cose sarde.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R77R9SA8g-I/AAAAAAAAAuQ/aLUJXoSKclI/s1600-h/plotwe.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R77R9SA8g-I/AAAAAAAAAuQ/aLUJXoSKclI/s320/plotwe.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5169800273005937634" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Ma c’era anche un problema di stile, a cui Pino non era insensibile. Tutt’altro. Ma il tempo era quello che era. Per lui, che era un giornalista di razza, contava la notizia. Per me, che f&lt;/span&gt;&lt;span&gt;acevo ormai un altro mestiere e avevo altre passioni, la forma era la sostanza. Perciò, se Pino mi chiedeva di aiutarlo a rivedere le bozze, è perché, appunto, sapeva di rivolgersi a un maniaco della forma (ma erano altri tempi, &lt;/span&gt;&lt;span&gt;diciamo che adesso preferisco la sostanza: sto forse invecchian&lt;/span&gt;&lt;span&gt;do?). Non avrei mai sopportato di leggere "Interpool", oppure “isola” in francese senza l’accento circonflesso. Lui poteva farne a meno; lui che poteva fare benissimo il karaoke ripetendo a memoria Brel o Brassens, se ne fregava altamente dell’accento circonflesso. E p&lt;/span&gt;&lt;span&gt;oi, a pensarci bene, come dargli torto: l’accento circonflesso non è neanche un segno di liberté. Anzi, diciamoci la verità, questo tettuccio accomodante, buono per la borghesia casa e famiglia col mutuo in essere, è un segno così contratto e ripi&lt;/span&gt;&lt;span&gt;egato su se stesso, così moscio. Un segno diacritico di abbandono fisico e morale. Perciò sopprimiamolo, perbacco.&lt;br /&gt;Quando Pino finì di scrivere &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Plot&lt;/span&gt;, io mi trovavo in Sa&lt;/span&gt;&lt;span&gt;rdegna. Venne avvisato dal solito amico che, evidentemente, non aveva modo di farsi gli affari suoi, e mi telefonò per chiedermi di andare ad Alghero per un full time di rilettura, correzioni e montaggio definitivo. Rifiutai per due motivi: &lt;/span&gt;&lt;span&gt;pr&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ima di tutto, perché avevo deciso di dedicare quei pochi giorni alla mia famiglia e soprattutto a una persona malata; in secondo luogo, perché non ho mai accettato ordini, e Pino, all’inizio della sua malattia, era diventato un po’ più coriaceo e duro del solito nei rapporti col prossi&lt;/span&gt;&lt;span&gt;mo. Gli suggerii di inviarmi le bozze a Milano, dove avrei potuto lavorare con calma, ma si oppos&lt;/span&gt;&lt;span&gt;e all’idea, adducendo motivi di “sicurezza”: non si poteva affidare al servizio postale un documento così delicato (allora il computer non era diffuso e non si scambiavano i files). E lì pensai, sorridendo: ecco Pino alle prese con i soliti fantasmi delle sue trame reali o immaginarie, del complottismo, dei servizi segreti, delle reti di ascolto e controllo e chissà che altro. Il lavoro di Pino, la controinformazione, gli scandali, il giornalismo investigativo e di denuncia, avevano lasciato qualche vezzo e qualche deformazione di troppo, insomma una struttura mentale che mi stava stretta. Anzi, cominciava a &lt;/span&gt;&lt;span&gt;starmi indigesta.&lt;br /&gt;Rifiutai di aiut&lt;/span&gt;&lt;span&gt;arlo - con ragione, secondo il mio punto di vista - e, come succedeva in questi casi, non ci parlammo per un po’, coltivando con molta cura il solito regime dietetico fatto di privazione di contatti e di astioso&lt;/span&gt;&lt;span&gt; silenzio. Dopo qualche tempo, il solito amico tornò a Milano dopo un suo viaggio in Sardegna e mi confidò: “Pino mi ha accompagnato all’aeroporto. Per tutto il tempo, non ha fatto altro che parlare male di te: ha detto delle cose di una cattiveria...”. Come ti comporti in q&lt;/span&gt;&lt;span&gt;uesti casi? Prima ti chiedi se nel tuo interlocutore si siano insinuati dei dubbi sulla tua persona, perché le cattiverie non si lava&lt;/span&gt;&lt;span&gt;no facilmente, insomma non hanno ancora inventato un bagnoschiuma che faccia di questi miracoli. Perciò sorridi e gli dici: “So bene come è fatto Pino. Ha parlato male di me? Bene. Ma forse tu non puoi neanche imma&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ginare quello che dice di te”.&lt;br /&gt;Insomma, caro Pino, maestro di scherma e di cattiverie, adesso che hai preso un treno definitivo, che non porta propriamente da eastern Brooklyn ad Harlem direzione northern Manhattan, ma non si sa dove vada, adesso te lo dico, &lt;/span&gt;&lt;span&gt;cattiveria per cattiveria: avevo imparato bene la lezione?&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Simpathy for the devil.&lt;/span&gt; Quando ho conosciuto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt;? Negli anni Sessanta, ai tempi del liceo. Tempi di scioperi, occupazioni e assemblee. Il liceo classico, che io frequentavo con alterne sfortune, era un posto tranquillo. Più agitato era il liceo scientifico, retto da un preside piuttosto burbero e molto temuto, un prete molto noto in Gallura. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; gli dedicò una colonna, descrivendolo come “un prete con la camicia nera sino ai piedi”. Era un’espressione micidiale, impensabile in un giornale sardo: prete e fascista, ma quando mai. E fu lì che scattò la scintilla, la mia simpatia per il giornale di Pino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Chill’è pazzo.&lt;/span&gt; Ai tempi del liceo avevo un professore di italiano che mi teneva in discreta considerazione. Nel senso che, quando mi chiamava per l’interrogazione, mi chiedeva: di che cosa vuoi parlare? E io: di Machiavelli, secondo Croce. Lui mi faceva dire quattro cose, e poi: bravo, otto, vai a posto. Insomma, il fatto è che gli piacevano i miei temi, perciò soprassedeva sulla mia nota fannullaggine. Era indulgente e tra noi si era stabilito un rapporto di fiducia. Abitava con la moglie, anche lei insegnante, a due passi dalla scuola. In quel periodo mi ero appassionato alla poesia, e lui mi aiutava a coltivare questo interesse: andavo spesso a trovarlo, per fargli giudicare le cose che scrivevo, per parlare del più e del meno. La cosa buffa era il contrasto: io, ragazzaccio polemico, presidente del consiglio degli studenti perciò suo antagonista, suonatore ramingo di chitarra, capelli lunghi e jeans consumati; lui, capelli cortissimi, occhiali con montatura dorata, serissimo, molto misurato e perbene. Era uno di quegli intellettuali campani dall’aspetto asciutto, alla Eduardo, seri, eppure capaci di improvvisa ironia. Un giorno andai a trovarlo per una delle solite chiacchierate culturali, e, con mia grande sorpresa, lo trovai alle prese con il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Corriere della Sera&lt;/span&gt; aperto nelle pagine di economia. Mi guardò, intuendo la mia sorpresa, e mi disse, molto seriamente: “G., noi dovremmo cominciare a occuparci di queste cose”. Per “noi”, intendeva chiaramente “noi intellettuali”. Economia? Finanza? Gli risposi liquidando subito la questione, senza approfondire: sì, certo. Pensavo, da ignorantello, che magari aveva appena acceso un mutuo, qualche investimento, una pensione integrativa, altro che economia. Quando andai via, pensai alla commedia di Eduardo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ditegli sempre di sì&lt;/span&gt;. Insomma, mi dissi: chill’è pazzo. Ero un ingrato.&lt;br /&gt;Questo episodio mi è venuto in mente pensando a un’altra storia accaduta con Pino. All’inizio degli anni Ottanta Pino e il suo giornale si presero una “pausa di riflessione”. Era uscito un nuovo quotidiano di informazione, un tentativo di creare un contraltare a &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Nuova Sardegna&lt;/span&gt; di Sassari. Si chiamava &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’Isola&lt;/span&gt;, nato per iniziativa della famiglia di un costruttore, ma ebbe vita breve: diciotto mesi di attività molto contrastata, poche copie vendute, il primo direttore, Roberto Stefanelli, sostituito dopo appena sette giorni. Pino era stato chiamato da quel giornale e mi aveva chiesto di collaborare. Ne parlammo, chiesi informazioni sul suo ruolo, e mi disse che era responsabile delle pagine di Cultura e di Economia. Lo disse con una delle sue solite smorfie, strizzando gli occhi, facendo la parte di chi la sa lunga. Era quello che pensava: Cultura ed Economia erano il cuore di un giornale, la zona strategica, la cosa che può condizionare e spiegare il mondo. Mi fece l’impressione di chill'è pazzo, del mio vecchio professore di italiano, e dovetti aspettare qualche lettura più adeguata, o la rilettura critica dei testi comprati per gli esami di Economia, per capire quanto ero stupido, e che né il vecchio professore campano né Pino avevano torto. Meglio tardi che mai.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;A colazione dall’Assassino.&lt;/span&gt; Quando cominciai a collaborare con &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt;, la redazione si trovava in vicolo Bertolinis, a Sassari. Io andavo a trovare Pino col treno o con la mia vecchia Dyane 6, una macchina un po’ sgangherata, che quando prendevi una buca partiva il tergicristalli e non lo fermavi più. “Deliriumtremens” era stata prodotta nel 1968 e ormai dava segni di pericoloso spaesamento. Perciò preferivo il treno: mi piaceva fare a piedi il tratto che portava dalla stazione al giornale, zona storica. Passavo a salutare un mio vecchio compagno di scuola che faceva l’ottico, e poi salivo le scale strette e buie. Ogni tanto Pino mi portava in una trattoria chiamata &lt;span style="font-style: italic;"&gt;l’Assassino&lt;/span&gt;, che adesso è un posto un po’ più fighetto, ma allora aveva un’entrata da affascinante “zilleri”, con i vecchi che bevevano direttamente al banco per abbreviare i tempi dalla bottiglia al bicchiere (si trovava in via Ospizio dei Cappuccini: tutto un programma), e poi una piccola sala con pochi tavoli in cui potevi ordinare piatti tipici e casalinghi: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;pedi d’agno&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ni&lt;/span&gt;, cioè piedini di agnello con aglio e prezzemolo, carne d’asino, trippa, lumache (non la &lt;span style="font-style: italic;"&gt;ciogga minudda&lt;/span&gt; o i lumaconi, ma le monzette), saraghi e polpi, e soprattutto la &lt;span style="font-style: italic;"&gt;cordula&lt;/span&gt; con piselli, di cui io e Pino eravamo ghiotti (anche se io preferivo la versione gallurese che è una via di mezzo tra cordula e rivea, con cottura lenta allo spiedo: l’intestino avvolge le interiora, fegato e altro, non soltanto pezzi di stomaco). Io mi sedevo e Pino entrava direttamente in cucina, dove poteva scegliere. Menu sassarese-gallurese. Il padrone e Pino si conoscevano e parlavano in dialetto; così, con la supervisione di quel grande cuoco che era Pino, mangiavamo sempre molto bene.&lt;br /&gt;Un giorno ci ritrovammo in tre: io, lui e suo figlio Aldo, che allora era giovane e, come tutti a quell’età, un po’ in conflitto con la figura del padre. Io stavo in mezzo - per questioni di età - e cercavo di conciliare. Parlavamo tutti pacatamente, tenendo a bada ognuno il proprio caratteraccio, ma senza costrutto, tanto che, a un certo punto, per deviare la discussione, dissi: accidenti, siamo in tre della Vergine, ecco perché siamo così noiosi. E Pino, chissà perché, mi rinfacciò questa cosa a lungo: “Però io sono noioso”. Inutilmente gli dissi che in realtà, di astrologia, non sapevo niente, e che lui non era per niente noioso. Non ci fu verso. Non c’era modo di ritrattare, con Pino: se è vero che la vita è un film, lui era un regista stile “buona la prima”. Probabilmente perché aveva troppe cose da raccontare, per perdersi con il cazzeggio degli attori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Eppure il vento soffia ancora.&lt;/span&gt; Pino era anche un musicofilo, un ingordo consumatore di musica. Un giorno mi domandò: “Al di là di tutto, non pensi che, alla fine, il più autentico cantore di un’epoca sia Pierangelo Bertoli?”. Domanda insidiosa, pensai immediatamente. Insidiosa, perché lui sapeva benissimo che io ero molto refrattario a quella corrente emiliano-romagnola che parte da Guccini, passa per l'orchestra Casadei e finisce con Vasco Rossi; e che avevo gusti movimentisti e al limite (sbagliando) preferivo un Finardi a un Bertoli. E poi, mica per altro, ma in giro si diceva che Pino avesse interrotto un’amicizia ultra decennale per una violenta discussione su Frank Zappa. E così presi tempo, tipo una strategica pausa craxiana di trenta secondi, prima di rispondergli con un codardo: “Non so”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SWs8D-uihLI/AAAAAAAABG8/fRqugb6Mzl8/s1600-h/assassiga.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 130px; height: 200px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_fK5_R_O9wf4/SWs8D-uihLI/AAAAAAAABG8/fRqugb6Mzl8/s200/assassiga.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5290388226352252082" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dare, avere, e ogni tanto prenderne.&lt;/span&gt; Mi ricordo un’intervista a Gianni Letta, celebrato tessitore e gran cerimoniere di Berlusconi politico. L'intervistatore gli chiedeva notizie circa l’origine delle sue doti “diplomatiche”. E Letta citò la sua esperienza in un giornale locale. Quando lavori in un giornale locale, diceva più o meno Letta, e scrivi di una persona, sai che poi ti capiterà di incontrare quella persona per strada, con cui alla fine dovrai fare i conti. Da qui l’origine della sua diplomazia.&lt;br /&gt;Anche Pino Careddu scriveva in un giornale locale, ma non era un ciambellano ed era tutt'altro che diplomatico con gli uomini de panza. Polemico nelle sue battaglie vinte o perse, disposto ad attaccare anche gli amici, non usava particolari riguardi nei confronti del potere. Gibi Puggioni, giornalista che si è fatto le ossa proprio nel giornale di Pino, ha ricordato un episodio che la dice lunga sull’irriverenza di Pino. “Ci fu un incontro casuale a Sassari, nel corso di una cerimonia, fra lui e l’allora arcivescovo di Oristano. Pino lo aveva attaccato per qualcosa che riguardava dei terreni della Chiesa. Quando se lo trovò davanti, gli porse la mano e con un sorriso gli disse: - Buongiorno Eccellenza, ancora a piede libero?”. Pino era così, ricorda Gibi: per una battuta, si sarebbe giocato chissà che cosa.&lt;br /&gt;Ma non era solo per il gusto dello sberleffo o delle battute che Pino Careddu aveva scelto per sé il ruolo di giornalista scomodo. Lo testimoniano i processi, le battaglie, i suoi corpo a corpo col potere locale. A differenza di certe celebrate e belle statuine del giornalismo nazionale, Pino ne dava, e a volte ne prendeva, nel vero senso della parola: un giorno mi raccontò di quando lo aspettarono sotto casa per dargliene di santa ragione. Ma ne parlava con non chalance, senza darne peso. Come se fosse tutto normale, come se tutto facesse parte del gioco della vita.&lt;br /&gt;Comunque, siccome Pino mi suggestionava con queste storie alla Kazan, da allora, e per qualche tempo, quando rientravo tardi a casa aprivo il portone con circospezione, nell'attesa di qualche improbabile sveglia a cucù.&lt;br /&gt;E a proposito di corpo-a-corpo col potere: qui ho riprodotto la copertina di uno dei libri di Pino Careddu, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Assassiga&lt;/span&gt;. Sottotitolo: "Tracce di vita anteriore dell'uomo che punta a controllare il centro destra in Italia". Libro geniale, nel senso che qui il genio di Pino si sbizzarrisce tra arsenico e vecchi livori con una scrittura feroce. Libro emblematico, su uno dei grandi fantasmi di Pino: i cosiddetti Giovani turchi democristiani, l'ex presidente Cossiga. Scriveva Pino nella prefazione: "Questo libro - assemblaggio di personaggi e avvenimenti - è stato ultimato quattro mesi prima delle dimissioni anticipate di Francesco Cossiga. Doveva essere un instant-book. Invece l'autore lo ha messo da parte convinto che il penultimo presidente della Repubblica non facesse più notizia. Sbagliò, evidentemente: il grande fantasma della Prima ha ripreso ad attraversare l'Italia della Seconda Repubblica. Cossiga non ha mai cessato di essere un notabile di inquietante attualità".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Malvagìa e altri grand cru dell'esistenza.&lt;/span&gt; Come dicevo, Pino era un grande scrittore, spesso incline alla satira e alla caricatura. Quando pensavo come collocarlo nell’ambiente molle dei giornalisti e degli intellettuali sardi, immaginavo un prato pieno di puffi-intellettuali di regime, di buffi cuccarumeddi, dove spiccava una cosa completamente diversa, una bellissima amanita. Bella da vedere, velenosa da toccare. Questo era Pino: potevi distinguerlo. E quella distinzione, insomma la sua specialità che più mi piaceva, era data da un mix micidiale, tra le attenzioni minute di Hogarth e la violenza della Street Art. Perché era colto, raffinato, e popolare. Mi faceva pensare alle “carriere” di Hogarth, con quel suo gusto del ritratto minuzioso e del fantaracconto in progress, che poi dilatava e sbavava con un eccesso di colore, con un accenno di volgarità popolare, con la battuta feroce o con i graffi di un giovane writer di strada.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R77SFCA8g_I/AAAAAAAAAuY/8UxonJfqDq8/s1600-h/malvagiawe.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R77SFCA8g_I/AAAAAAAAAuY/8UxonJfqDq8/s320/malvagiawe.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5169800406149923826" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Sono andato a rivedere alcuni suoi libri, in particolare &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Malvagìa&lt;/span&gt;, il secondo della serie di pseudo gialli caratterizzati dalle belle copertine disegnate da un grande pubblicitario suo amico di lunghissima data, Gavino Sanna. L’ho aperto proprio lì dove mi aveva scritto una dedica, con la solita penna stilografica, con quella sua scrittura minuta e strana, ordinata, in parte rotonda, in parte aguzza: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;A G., piccolo-grande scienziato delle parole “in libertà vigilata”&lt;/span&gt;. Era il mese di maggio del ‘91, e mi aveva inviato questo libro, con quel suo accenno polemico al mio "tradimento", alla mia attività di pubblicitario e alle parole incatenate (però, caro Pino, quale "libertà vigilata"? Un editore non ti rende più libero né più emancipato né più intonso di un produttore di mozzarella; insomma, sicuramente avrai letto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Casta dei giornali&lt;/span&gt; di Beppe Lopez...). Poi ci incontrammo, e ne parlammo. Che cosa ne pensi, mi disse. Che cosa posso pensare? Che è un tuo libro. E via a sardonicchiare. Nel senso che io mi adeguavo a Pino, al suo linguaggio cifrato, fatto di finte, di rimandi, di citazioni, soprattutto di sottintesi. Pino la pensava come Goethe, che nelle discussioni bisogna essere preventivamente d’accordo almeno sul piano culturale, altrimenti le discussioni sono inutili. Tra me e Pino c'erano vent'anni di differenza, perciò tra noi non c’erano vere discussioni, ma sottintesi. Una volta mia moglie - che allora non era ancora mia moglie - aveva assistito a queste “discussioni” e mi aveva detto: “Non ho capito niente”. Neanche io a volte capisco quello che mi dice Pino, le avevo risposto. E ti dirò di più: non capisco neanche quello che gli dico io.&lt;br /&gt;Non ci capivamo, però ci intendevamo. Quando io e Pino andammo a cercare insieme gli episodi più caratteristici di quel libro, ci trovammo subito d’accordo. Per esempio sul "grazioso" quadretto in cui Pino, magnifico caricaturista, descrive quel mondo di notabili e boss periferici che lui frequentava e conosceva così bene, che metteva a nudo stendendoli nella sala operatoria del suo ring immaginario, sezionandoli e poi esponendone le parti poco nobili nel suo giornale, nei suoi libri, mostrandone in diretta la decomposizione, la dissoluzione necrotica. È il capitolo intitolato &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il senatore Jaco&lt;/span&gt;, dove la scrittura di Pino diventa meno moderna, meno jazzata, anzi si fa calma, dilatata, lenta, meditata, come un'ouverture comica in attesa di altri sfaceli, accattivante e per questo insidiosa come nella &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Gioconda &lt;/span&gt;di Ponchielli. Riporto la prima parte: una splendida, impietosa caricatura di un potentissimo boss democristiano. Il senatore Jaco. Se ci penso. Questi sono gli incredibili uomini stralunati che hanno occupato e devastato, con i loro clan, la mia isola per decenni. E ho paura che i loro figliocci e nipotini non saranno migliori. Anche perché mancheranno gli schiaffi "pedagogici" di Pino Careddu, giornalista di controinformazione e di costume, viaggiatore diligente, enogastronomo in proprio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;IL SENATORE JACO&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Il senatore Jaco trovò sulla scrivania l’appunto lasciato dal suo segretario, il cavalier Gribaldi. Il segretario lo aveva sottolineato in maniera speciale, forse per evitare che finisse subito nel cestino. Funzionario delle Poste in pensione, gli era toccato in sorte un datore di lavoro che odiava lettere, biglietti e telegrammi. Il giorno in cui aveva deciso di curare gli affari correnti di questo politico che aveva avversato per tanti anni, il senatore aveva guardato sprezzantemente la corrispondenza che si era accumulata sul tavolo, dopo giorni di vagabondaggio tra la bouvette di Palazzo Madama, la casa in costruzione in Costa Smeralda (grazioso omaggio dell’on. Tassalabria) e gli ovili del nord dell’Isola. Rivolgendogli poche delle sue rarissime parole, il senatore gli aveva chiesto: “L’ha letta?”&lt;br /&gt;“Non mi sarei mai permesso,” aveva risposto sommessamente il segretario.&lt;br /&gt;“Ha fatto bene, la distrugga.”&lt;br /&gt;Il cavaliere, che conosceva per sentito dire la sua stranezza leggendaria, cercava i suoi occhi a fessura da guerriero mongolo e non trovava altro conforto che in un gesto molle e sprezzante della mano.&lt;br /&gt;“È gente che ha tempo da perdere. Nessuno ha da dirmi cose che non sappia. Decido io cos’è importante.”&lt;br /&gt;Il cavaliere aveva annotato diligentemente le telefonate, non molte. E, forse perché le altre si erano già perse, riassorbite dalla rete telefonica, avevano trovato un’accoglienza meno gelida da parte del senatore. Il senatore se le fece elencare, e impartì le disposizioni.&lt;br /&gt;“Di solito, sono io che chiamo, quando non ne posso fare a meno, ma per dire che mi chiamino. Mi riferisca soltanto queste telefonate, nel seguente ordine: della segreteria della presidenza della Repubblica, di mia moglie, di mio fratello Angelino.”&lt;br /&gt;“E le altre, senatore?”&lt;br /&gt;“Le cataloghi ogni fine settimana. Potrebbe tornarmi comodo verificarle.” Aveva detto proprio così: “Le cataloghi.”&lt;br /&gt;“E se telefonano i suoi figli?”&lt;br /&gt;“Loro non hanno bisogno di telefonarmi. Comunque, lasci scritto in evidenza il suo recapito telefonico in tutti i posti in cui gli è possibile, in modo che mi entri in testa. Ha capito, cavalier Gribaldi?”&lt;br /&gt;E il cavaliere obbedì. Aveva capito che il posto più frequentato in quell’ufficio era l’ampia e comoda toilette in cui il senatore si faceva inghiottire insieme a uno smisurato fascio di giornali; perciò, per lasciare il suo recapito telefonico, cominciò da quel vano, sino ad arrivare alla poltrona-letto sempre scosciata, con un plaid scozzese incredibilmente stazzonato, con un calendario abbandonato sul poggiatesta, pasticciato e pieno di segni indecifrabili, con i mesi già trascorsi sbarrati da una implacabile X. Quel disordine metteva paura.&lt;br /&gt;Sicuro che il senatore Jaco ritenesse quel calendario lo stampato di più frequente consultazione, il cavaliere trascrisse il suo numero telefonico in ognuna delle dodici pagine. Non sfuggì però al cavaliere che i ghirigori di quell’illustre scrittore erano tutti raggrumati intorno ai numeri che indicavano i giorni. Sembrava che ogni numero di ciascun giorno del mese facesse da battistrada a una processione di crocette, di segni più, per e meno, e di lettere di un alfabeto sconosciuto che non era greco - che il cavalier Gribaldi era in grado di riconoscere essendo stato allevato da uno zio canonico, tantomeno latino, forse cirillico, insomma indecifrabile. Che fosse il magazzino dei pensieri di quel singolare uomo politico? Forse il senatore si serviva di quel calendario per smontare i suoi segreti temendo che qualcuno osasse rubarglieli nel sonno?&lt;br /&gt;Ma che sonno era, quello del senatore, nei prolungati giorni di cuccia passati in quella stanza sempre buia e sudicia? Le soste nel bagno erano lunghe e sofferte. Il cavaliere sentiva il senatore tossire, raschiare a lungo e ritmicamente la gola con una serie di doppi boati: uno, come imitato con la bocca; e, subito dopo, quello autentico di un potente sciacquone potenziato dal petulante impianto di un’autoclave. Dal triangolo di luce che proveniva dalla stanza con la porta semiaccostata in cui lavorava l’ex ispettore postale cavalier Gribaldi, si vedeva la figura furtiva dell’uomo politico che faceva una spola talvolta incessante tra poltrona-letto e bagno, tra bagno e poltrona-letto, che forse non si sarebbe neppure notata se quell’uomo massiccio non fosse stato claudicante.&lt;br /&gt;Dopo ore di permanenza del senatore nella toilette, immerso nel suo perenne colloquio con l’impianto idrico, e spesso dopo giorni, il cavaliere trovava i fasci di giornali che lui stesso ritirava nell’edicola vicina. Giornali che apparivano come dimenticati, come se non servissero a niente, neanche buoni da leggere o almeno da sfogliarsi, come se meritassero soltanto ribrezzo, come se fossero scritti con il linguaggio di un altro pianeta, come se non fossero stati mai stampati. E a volte, quando la toilette cominciava ad assomigliare a un magazzino di giornali resi, proprio allora il senatore appariva come un fantasma, con gli occhi mongoli sempre più fessurati, e chiedeva: “Cosa dicono i giornali?” Poi spariva, senza neanche attendere una risposta.&lt;br /&gt;Ma quali giornali, e di quale giorno? Forse il senatore aveva incaricato qualcuno di leggerli per conto suo: un servizio esterno all’ufficio?&lt;br /&gt;L’altra cosa che sembrava incredibile, al cavaliere, era l’immensa scorta di disinfettanti contenuti in bottiglie di plastica, dove si intuiva un liquido chiaro come l’acqua, che non sembrava neppure alcool, oppure lo era e aveva perso il colore originale. Il cavaliere, con molta discrezione, non aveva mai annusato quel liquido; evitando, quando non era indispensabile, di aprire gli sportelli del grande mobile a specchiera che occupava la parete più larga di quel vano molto riservato. Talvolta si permetteva di riportare nel bagno quella plastica vuota che l’illustre padrone di casa abbandonava ai piedi della poltrona-letto. Pensava, il cavaliere, che forse aveva qualche ferita segreta, molto privata, il senatore Jaco. In effetti, c’erano dei periodi in cui egli si ricoverava, spesso nelle vigilie elettorali, occupando l’intera ala di un ospedale, un reparto con pochi ammalati e tante stanze libere, ed erano quelle le volte in cui il senatore appariva rasato, con un bel pigiama di seta a righe, con gli occhi finalmente aperti e la gola che non gli faceva più male. Spesso riusciva ad astenersi anche dall’andare in bagno, indaffarato com’era a ricevere amici e regali, la moglie e i figli, il prefetto e certi deputati.&lt;br /&gt;Vestito da convalescente, era a suo modo un bell’uomo, l’on. Jaco. Sorrideva, persino, ma non tanto, e ascoltava moltissimo, dando poche risposte, in modo avaro, come un emerito specialista nel momento del fatidico responso. Ma di che cosa si ammalava, il senatore, ogni qualvolta avrebbe dovuto battere a tappeto il territorio del suo collegio elettorale? Eppure, in quel territorio dove si assentava alla vigilia delle elezioni, ritornava dopo essere stato rieletto al primo posto della lista, partecipando alle mille feste date in suo onore nelle case dei ricchi del paese e nei più lontani ovili degli allevatori di bestiame e dei padroni di greggi.&lt;br /&gt;Col tempo, il cavalier Gribaldi aveva capito tante cose di quell’uomo misterioso che qualcuno chiamava &lt;span style="font-style: italic;"&gt;il Cinghiale&lt;/span&gt;. Che quell’ufficio era come una tana, e che quell’uomo aveva bisogno di quel tempo lungo e inesplicabile di cuccia e di visite in bagno per covare il suo mito di uomo temuto e inarrivabile, ricchissimo e spaventosamente parsimonioso. La spesa più rilevante di quell’ufficio era la bolletta dell’acqua, che arrivava due volte l’anno, giacché quella del telefono non arrivava mai, anche se il telefono veniva comunque usato, raramente e soltanto per sollecitare le telefonate degli altri. Non arrivava neanche la bolletta dell’energia elettrica: per caso l’onorevole la ricavava da qualche altro locale segreto che egli non aveva mai visto? Era un sospetto avvalorato dagli strani rumori soffocati che provenivano dal sottotetto [...].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R77omiA8hAI/AAAAAAAAAug/ez-MSb8Bj-g/s1600-h/pidcar1we.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R77omiA8hAI/AAAAAAAAAug/ez-MSb8Bj-g/s320/pidcar1we.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5169825170931352578" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;L’ultimo dei muckrakers.&lt;/span&gt; Una volta avevo definito Pino “l’ultimo dei muckrakers”, ma sapevo che la definizione non gli era piaciuta, forse per via di una certa ambiguità del termine; e poi i muckrakers non piacevano neanche a Theodore Roosevelt, che soffriva di attacchi d’asma, soprattutto per le “esagerazioni” di chi a furia di pulire, spazzare e rastrellare il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;muck&lt;/span&gt;, insomma a furia di guardare per terra, non alza mai gli occhi al cielo e non vede le cose belle, “le cose buone dell’America”. Ma io mi riferivo alla migliore tradizione dei muckrakers americani, giornalisti-scrittori-agitatori che impugnavano il rastrello (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;rake&lt;/span&gt;) per spazzare il letame (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;muck&lt;/span&gt;) che insozzava la nazione americana. Giornalisti investigatori che, a cavallo tra il 1800 e l’inizio del 1900, denunciarono le condizioni di vita nei quartieri poveri, nelle industrie, nelle miniere, lo sfruttamento minorile, eccetera: accusati di essere “socialisti” e “comunisti”, quei primi muckrakers furono i progenitori del giornalismo progressista americano contemporaneo, da quelli del Watergate Bob Woodward e Carl Bernstein, passando per l’avvocato esperto di diritti dei consumatori Ralph Nader, sino a Michael Moore. Insomma, mi ero soltanto appoggiato a una limpida definizione di Beniamino Placido: “I muckrakers sono innanzitutto dei giornalisti, sono in secondo luogo dei buoni americani scandalizzati, sono in terzo luogo dei buoni giornalisti scandalizzati che denunciano le cose scandalose dell’America”. E, per me, Pino era questo: innanzitutto un giornalista, in secondo luogo un buon sardo scandalizzato, in terzo luogo un buon giornalista scandalizzato che denunciava le cose scandalose della Sardegna.&lt;br /&gt;Però, vada per il giornalismo investigativo e di denucia e per il rastrello (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;rake&lt;/span&gt;), avrà pensato Pino, ma che ci azzecca il letame (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;muck&lt;/span&gt;)? Analizzare meticolosamente i documenti del Palazzo e la teologia del sottogoverno non è frugare nel fango: è creare un’informazione alternativa. E poi, insomma, Pino era così elegante, raffinato, tanto da rischiare una leggera punta di dandysmo. Altro che fango. Persino il sindaco di Sassari, nella sua commemorazione, lo ricorda così: “Chi lo ha conosciuto non può che ricordarlo come persona elegante nel vestire, nel porgersi, curato e raffinato nella vita e nella professione, dotato di profonda cultura e di penna sottile ed attenta sempre pronta a pungere e graffiare. Era capace di porre all’intervistato le domande più cattive con una cortesia disarmante e spesso premettendo: se vuole, può non rispondere a questa domanda…”.&lt;br /&gt;Certo, si potrà dire che la vernice di raffinatezza ingabbiava una natura maddalenina e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;canaille&lt;/span&gt;, fiera e rude. Un mix di toni più da romanzo picaresco, che da letteratura americana. Del resto, immagino che a Pino, del giornalismo americano, così lontano, importasse poco. Nel senso che lui si sentiva più vicino alle vecchie formule (in formato lenzuolo) dell’Espresso e del Mondo, con un pizzico dell’ABC di Bianciardi. Però, se proprio dobbiamo fare riferimento a una tradizione europea, io dico che Sassari Sera aveva molto in comune con lo stile da hebdomadaire satirico del Canard Enchainé. Come si può evincere dal pezzo che ripropongo qui: comparso in un libro pubblicato diversi anni fa, è firmato da un’altra persona, ma è stato scritto dallo stesso Pino (che svolgeva, così come fanno altri bravi giornalisti, anche una discreta attività di consulenze e ghostwriting). Insomma: è Sassari Sera visto da Pino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;TALKING SASSARI SERA.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;[...] &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; nasce come reazione al monopolio dell'informazione in Sardegna. Si propone ai lettori come periodico (quindicinale): quasi un riassunto ragionato delle notizie omesse dai due quotidiani dell'Isola. Questa sua caratteristica - l'informazione basata sulla disinformazione calcolata dei quotidiani esistenti - ne fa un giornale specializzato su ciò che succede nel Palazzo. Storicamente e giornalisticamente sfrutta il momento in cui alcuni uomini politici sardi divengono protagonisti della vita nazionale. Ideologicamente (non solo, ma anche nello stile) ha come punto di riferimento gli organi della sinistra radicale (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il Mondo&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;l'Espresso&lt;/span&gt;): ne subisce, ritrasmettendole, le tensioni sui grandi temi della moralizzazione della vita pubblica.&lt;br /&gt;In Sardegna trova terreno fertile individuando nella condotta della classe politica e nell'utilizzazione dei centri decisionali (Regione, comuni, province, enti pubblici) comportamenti improntati all'arbitrio e all'abuso di potere. La denuncia di fatti gravissimi, occultati dal silenzio della stampa quotidiana, interrompe un costume di omertà e di connivenza. Centinaia di lettori, decine di intellettuali emarginati, uomini politici accantonati dal ricambio generazionale dei partiti, vedono questo giornale come un'occasione di rivincita morale e di ristabilimento del rapporto fatto accaduto-verità narrata.&lt;br /&gt;Linguaggio e titolazione sono improntati all'irriverenza verso i potenti di turno, alla trasgressione verso i rituali del potere. Il fatto politico è visto esclusivamente sotto l'aspetto del costume. Il motore della storia non è la politica in senso astratto, ma gli uomini che fanno la politica: nella loro fisicità e quotidianità, nelle loro abitudini e frequentazioni, nella loro banalità elettoralistica e nelle loro ambizioni culturali. Viene coinvolto, in questo giornalismo d'irrisione e di demistificazione (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; fa largo uso del disegno caricaturale come satira politica), un mondo di personaggi e di valori prematuramente consegnati alla storia e alla rispettabilità.&lt;br /&gt;La reazione più violenta viene dai giornali quotidiani che bollano &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; di qualunquismo e scandalismo. All'inefficacia di questa catalogazione segue una serie calcolata, scientifica quasi, di querele per diffamazione che si risolvono puntualmente in altrettante vittorie giudiziarie. La stampa quotidiana viene rimproverata dai suoi lettori "di aver taciuto fatti e avvenimenti realmente accaduti, la cui gravità ha trovato riscontro nelle aule dei tribunali che hanno mandato assolto il giornalista che ha avuto il coraggio di raccontarli".&lt;br /&gt;Le querele dei centri di potere contro &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; finiscono col fare da cassa di risonanza presso quell'opinione pubblica che non acquista il giornale, dilatandone interesse e tiratura. Le vicende giudiziarie contro questo periodico finiscono per accreditarlo presso strati pigri dell'opinione pubblica e cerchie ristrette di opinion maker delegati dal regime politico dominante a camuffare i misfatti in immagini di rispettabilità. La strategia successiva è quella del silenzio, della non-citazione, del black out. Il "giornalaccio" marcia per almeno venticinque dei suoi quarant'anni come foglio clandestino, che si compra di nascosto e si tira fuori in pubblico al momento della resa dei conti tra fazioni. "Ti hanno dato del ladro e non hai manco querelato". "Queste cose le ha scritte &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; dieci anni fa e nessuno è intervenuto". Nonostante la congiura del silenzio, dalle denunce di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; scaturiscono inchieste giudiziarie e procedimenti contro personaggi pubblici che escono dalla scena politica.&lt;br /&gt;Intorno al '75, nel clima di permanente scandalo nazionale in cui vive l'intero Paese, grazie anche a un tipo di controinformazione di cui (in versione provinciale) &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; è tra gli anticipatori, il periodico sassarese (che è il giornale estensivamente più letto in Sardegna), non potendo più offrire un'emozione dentro ogni notizia, punta a una specializzazione, scegliendosi il lettore tra gli addetti al Palazzo [...].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Notizia non olet? Sì, no, forse.&lt;/span&gt; Anni fa (era il 2000, se non ricordo male), un amico mi segnalò uno strano accadimento: il quotidiano di Sassari &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Nuova&lt;/span&gt; aveva pubblicato un pezzo su Pino Careddu, in occasione del quarantennale della sua storica testata. Che cosa c’era di strano? C’era di strano che tra certi giornalisti non correva buon sangue: vuoi perché Pino aveva il vizio di pestare - generalmente con ragione - anche su alcuni colleghi, vuoi perché il quotidiano di Sassari passato al gruppo Caracciolo, e poi al gruppo L’Espresso, aveva la puzzetta al naso (ma non l’aveva, evidentemente, quando nel suo consiglio d’amministrazione sedeva Flavio Carboni) e considerava &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Se&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ra&lt;/span&gt; un giornale “scandalistico”. Perciò quell’uscita ci colse tutti di sorpresa, ma, per quanto mi riguarda, sino a un certo punto: l’intervista era di un cronista di razza, Fiorentino Pironti, che allora era vice direttore della &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nuova&lt;/span&gt;, in seguito direttore della &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Gazzetta di Reggio&lt;/span&gt;, e alla fine direttore dell’&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Agl&lt;/span&gt;, l’agenzia che fornisce l’informazione nazionale alle testate Finegil, società di testate locali L’Espresso. Insomma, un giornalista di tutto rispetto. L’intervista mi era piaciuta, ma con qualche riserva, su cui vorrei ragionare brevemente. Non per qualche difetto dell’intervistatore (ci mancherebbe: Pironti è un eccellente giornalista; e poi, insomma, il mio primo e unico pezzo da prima pagina è stato proprio lui a pubblicarlo, bontà sua, quando era a capo delle Province nella &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nuova&lt;/span&gt;...). Ma perché alcuni passaggi dell’intervista andrebbero spiegati meglio. Perciò riporto quell’intervista (si intitolava “40 anni da giornalista contro”) e poi facciamo qualche riflessione.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R7tvhiA8g8I/AAAAAAAAAuA/UZxaabkiilY/s1600-h/pincadu1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R7tvhiA8g8I/AAAAAAAAAuA/UZxaabkiilY/s320/pincadu1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5168847619194913730" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;40 ANNI DA GIORNALISTA CONTRO.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Quante querele per diffamazione ti &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;sei beccato in 40 anni?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Oltre duecento, e devo dire che ho un bilancio positivo di assoluzioni.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E quante per violenza?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Già, qualche volta sono volati anche schiaffi. Ma per me lo schiaffo non è violenza fine a se stessa, è soltanto una misura pedagogica.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Mi&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; racconti la tua carriera di giornalista?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Comincio alla Nuova, come vice corrispondente dalla Maddalena. Prendo il diploma magistrale nell'isola e mi iscrivo all'università a Sassari. Studio e collaboro alla terza pagina della Nuova allora affidata ad Angelo Giagu. Mi propongono di insegnare in una scuola dell'Etfas, quindi Nino Giagu mi convince a spostarmi al Corriere dell'Isola, il secondo quotidiano di Sassari, organo più o meno ufficiale della Dc.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Si racconta che scegliesti uno strano modo per dimetterti…&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Già, mollai due schiaffi a qualcuno e via.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Siamo alla nascita di Sassari Sera.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La storia è questa. Siamo nel 1960. Il Banco di Sardegna sta crescendo a dismisura (anche perchè custodisce nelle sue casse i 400 miliardi del primo Piano di rinascita) e decide di sbarcare sulla penisola, precisamente a Genova. Uno dei primi clienti della nuova filiale è tale Delfino, importatore di cacao, che ottiene un fido di 500 milioni. Il successivo crack dell'imprenditore è devastante: Delfino scappa in Sudamerica, il Banco è nei guai. La notizia viene tenuta segreta, ma il caso esplode quando Delfino rientra in Italia e viene arrestato. Ci ritroviamo in tre (Antonio Simon Mossa, Roberto Stefanelli e io) a lottare per far uscire questa notizia. Niente da fare.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E così decidete di fare un giornale.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il primo numero di Sassari Sera è una bomba. La notizia della truffa del cacao fa il giro d'Italia, mettiamo a nudo l'apparato di potere della Dc sassarese che ha il suo braccio economico nel Banco di Sardegna.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Uno scoop da quante copie?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Mille la prima mezz'ora, e poi via via le altre edizioni.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E poi?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nell'ordine: veniamo denunciati per stampa clandestina in quanto nella fretta ci siamo dimenticati di registrare la testata in tribunale; la tipografia Gallizzi si rifiuta di stampare il secondo numero; i servizi segreti fanno irruzione in redazione alla ricerca di un documento che dimostri la nostra connivenza con Bourghiba. Insomma, ci rendiamo conto di averla combinata grossa.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Un disastro.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Aspetta, non è finita. Io nel frattempo avevo vinto il concorso per un posto da funzionario del Provveditorato agli studi: nel giro di un paio di giorni vengo trasferito a Viterbo per qualcosa che somiglia all'incompatibilità ambientale.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Insomma, sei nel classico mare di guai. Dunque, parti…&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Manco per sogno! Non parto, rinuncio a tutto. Pensa che non ho mai avuto la liquidazione.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Va bene, resti a Sassari e continui la tua battaglia. Sassari (ma forse sarebbe meglio dire la Sardegna) che è completamente nelle mani dei Giova&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ni turchi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;È il momento in cui la classe politica sarda cresce sull'onda della riforma agraria voluta da Antonio Segni. Viene fondato l'Etfas, che i maligni chiamano Ente Truffa, fondata da Antonio Segni, che occupa sei-sette mila dipendenti e costa un centinaio di miliardi del tempo. Si stipendiano i funzionari per fare politica, si crea una classe dirigente che dovrebbe far diventare la Sardegna una seconda California.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Tu fai parte dell'apparato.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sono il loro modesto ghost-writer con qualifica di addetto stampa. Li vedo crescere sempre più potenti, sempre più arroganti. Diventeranno i bersagli delle mie denunce su Sassari Sera.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E come reagiscono?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Normalmente querelano. Memorabile quella di Francesco Deriu, allora assessore regionale, che, in piena campagna elettorale, spedì 100 mila santini con i francobolli comprati dalla Regione. Lo scrissi, e lui mi portò in tribunale.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E Cossiga?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nel pieno di non ricordo più quale campagna di stampa, ci incontrammo in piazza d'Italia. Pino - mi disse - ti invito alla moderazione. Come sai Sassari è una città molto cattiva.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Perchè fallisce la riforma agraria?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;A parte gli imbrogli e i misteri, soprattutto per tre motivi: mancanza d'acqua, tecnologia fondata su avanzi di magazzino americani, produzione su modello economico sovietico.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ma nel frattempo incalza la chimica.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;E si concretizza in Sardegna il compromesso storico. La DC chiama Rovelli per perpetuare il suo potere con i soldi della chimica, il Pci vede nel contadino o nel pastore che diventa operaio un potenziale iscritto alla Cgil. Rovelli è un grande industriale, possiede tecnologie d'avanguardia (vedi i primi dissalatori) e sta al gioco di una classe politica pronta a foraggiarlo e a ottenerne a sua volta finanziamenti.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E il compromesso storico?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Continua. Basta vedere come i Ds si sono buttati sugli avanzi della Dc.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ad esempio?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il Banco di Sardegna. Lorenzo Idda, ai tempi dell'Etfas giovane allievo del presidente Pampaloni, arriva alla presidenza del Banco perché amico di Cossiga. Questa amicizia sarà la sua fortuna e la sua tomba: non appena gli ex Pci decidono di colpire Francesco, fanno saltare per aria il suo amico. Questa è la verità.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Perchè odi Cossiga?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ma non lo odio, e lo sa anche lui. Io lo considero al di sopra di tutti, un prodotto da antropologia politica. Sbaglia per eccesso di autostima, però devo dire che finora gli è andata bene. Sai cosa penso? Se gli avessero detto che la politica è un lavoro, avrebbe smesso immediatamente. Ci siamo visti poco tempo fa, e devo confessarti che ero piuttosto imbarazzato. Ebbene, mi è venuto incontro a braccia aperte, è stato affettuosissimo, lasciando di sasso molti del suo codazzo. Altro che odio!&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E Lorenzo Idda?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Siamo stati amici per 30 anni, poi ha preteso di revocare il mio diritto a scrivere di lui. Punto.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Adesso ti collocano in area sardista…&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sarà perchè sono buon amico di Giacomo Sanna. Ma io ero e resto un laico, un libertario di cultura socialista.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Non a caso sei anche massone.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Da quando avevo 22 anni. Allora la redazione di Sassari Sera era in via Usai, dove ora vendono la fainè, e tutte le mattine alle 6 passavo davanti al negozio di Bruno Mura. Mi fermavo a chiacchierare, si parlava soprattutto di Garibaldi, e quel grande uomo scoprì in me tutte le caratteristiche del massone. Rimasi in massoneria fino alla fine degli anni '70.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Anche stavolta uscisti a suon di schiaffi?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;No, stavolta no. Scoprii che un notabile dc iscritto alla massoneria aveva anche la tessera del Msi. Un fascista tra noi, a suo tempo perseguitati da Mussolini, era intollerabile. Preparai una tavola d'accusa ma fui messo in minoranza. Me ne andai.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E quindi? Non sei più massone?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Resterò sempre massone, anche se adesso sono "in sonno", cioè non pago le quote e non frequento la loggia. Ma lo spirito di tolleranza e solidarietà animerà sempre la mia vita.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lo sai che qualcuno ti definisce un ricattatore?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Lo so, figurati se non lo so, ma lo trovo quasi fisiologico. Ti ho detto prima che ho collezionato oltre 200 querele per diffamazione, qualcuna per i soliti schiaffi, ma mai nessuno mi ha denunciato per estorsione. E poi, sai cosa ti dico: se fossi un ricattatore, sarei ricco o morto come Pecorelli. E io sono povero e vivo.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E la leggenda di Sassari Sera che vive sul ricatto?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;È una strumentalizzazione della sinistra che è arrivata al potere e non sopporta che anche ad essa venga riservato lo stesso trattamento che subì la Dc. Questo è il giornale che gestisce le omissioni o le censure dei quotidiani sardi, è il giornale delle lingue tagliate. Se dovessi farti l'elenco dei giornalisti che hanno lavorato per me in incognito…&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Non te lo chiedo, so che sei legato a un patto di riservatezza. Però sarebbe interessante un tuo giudizio sui due quotidiani sardi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;L'Unione è un giornale di poteri forti, da "dove il Duce vuole" a "dove Zuncheddu vuole" passando attraverso Grauso. Ha un prestigio legato soprattutto alla tiratura. Trovo che abbia confuso le idee a chi amava Liori. Con la Nuova ho un rapporto di amore-odio. Assolve a tutta una serie di funzioni, ma non mi sembra abbia un'anima. O almeno un'anima sarda.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Chi è il più bravo giornalista della Sardegna?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Manlio Brigaglia, di gran lunga. Non vado oltre, perchè mi obblighi a escludere i presenti.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Basta bottega. E se parlassimo di turismo?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;È la terza fase del potere dc. La riforma agraria si fa con Segni-Cossiga alla guida, la petrolchimica ha come protagonista Soddu, il turismo si sviluppa sotto lo strapotere di Giagu che controlla (oltre la Regione) i sindaci della Gallura. Il boom della Costa Smeralda va di pari passo col crollo della petrolchimica e rimodula i codici della politica. Nel 1969 Andrea Raggio (Pci), Armando Zucca (Psiup) e Armando Corona (Pri) incontrano l'Aga Khan che espone il suo piano da mille miliardi e chiede però certezze alla Regione. Tieni presente che lui ha portato danaro in Italia quando tutti gli industriali italiani stanno scappando all'estero; considera che Porto Cervo è stata costruita in gran parte dalle cooperative rosse, che la sede Alisarda è stata lasciata a Olbia contro ogni logica economica.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E perchè non decolla il Master Plan?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Perchè Soddu, tagliato fuori da Giagu, sposa la battaglia ambientalista.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Mi sembra un po' semplicistico.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Certo, ma questo è l'ostacolo iniziale. Il fatto determinante avviene durante il Giubileo degli ismailiti, quando viene chiesto all'Aga Khan di deoccidentalizzare le sue attività. A quel punto comincia il disimpegno, concluso nei giorni scorsi con la messa in vendita di Meridiana.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sei stato il ghost-writer anche della Costa Smeralda.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ero e sono grande amico di Paolo Riccardi, licenziato (usa le virgolette) per aver svelato involontariamente il trucco (sempre virgolette) degli aerei in leasing di Alisarda.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;A proposito di amici: Armando Corona e Pugliese.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Corona è un grande medico, con una comunicativa e un calore umano veramente straordinari. Lo conobbi durante il processo per diffamazione che mi intentò Berretta (il famoso notabile dc, padrone del palazzo dei pazzi di Solanas) e venne a portarmi la sua solidarietà come assessore regionale alla Sanità. Un grande uomo, a cui oggi pesa essere stato il capo della massoneria italiana. Pugliese lo conobbi in occasione di quell'irruzione dei servizi segreti di cui ho parlato prima. Diventammo amici, lo difesi sul giornale quando lo arrestarono per un reato che non esiste: intermediazione nel traffico di armi.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera ha compiuto 40 anni. Un bilancio del giornale e tuo?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Quello del giornale lo lascio ai lettori. Io mi sento come uno che ha vissuto questa professione in assenza di colpa.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Andrai a vivere da pensionato alla Maddalena?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Intanto non andrò in pensione, e poi non tornerei mai nell'isola. Per i miei compagni d'infanzia sono un rinnegato che è scappato. Ci tornerò, ma per ambientarci un romanzo.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Un giallo, come quelli che scrivi tu per raccontare i misteri a base di incontri clandestini in Portogallo, congiure politiche e ansiolitici?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sì, qualcosa del genere. O forse no. Chissà.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Fonte: "La Nuova Sardegna")&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;Nell’intervista ci sono alcuni punti che andrebbero chiariti. Lascerei perdere la storia dei “ricatti”, perché offende Pino, i molti collaboratori e i lettori del suo giornale. Era un’imbecillità, di cui Pino ha chiarito l’origine.&lt;br /&gt;Merita, invece, qualche riflessione il passaggio dove si accenna a due amicizie di Pino: l’ex capo della massoneria italiana e l’ex colonnello dei servizi segreti. Pino dice: Corona sarà anche stato il capo della massoneria, ma che vuol dire? Era un “grande medico” (e tutti sappiamo quanto Pino avesse bisogno di un buon medico come amico) e un repubblicano, figura laica di primo piano della politica regionale, già assessore e presidente del Consiglio regionale. E allora dov’è il problema, dice Pino. È così scandaloso che tra i molti amici di un giornalista ci sia l’ex capo della massoneria? Io trovo che sia più scandaloso vedere l’Opus Dei, tramite l’ex senatrice Binetti, nel PD dell’ex comunista Veltroni.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda l’ex colonnello dei servizi segreti, anche qui Pino puntualizza: un’amicizia nata quando Sassari Sera esce per divulgare una notizia taciuta dagli altri giornali, cioè lo scandalo del Banco di Sardegna. Pino, negli anni Ottanta, prese le difese del suo amico ex colonnello coinvolto nella nota inchiesta del giudice Palermo. Ora, se devo essere sincero, quella “difesa” non mi è mai piaciuta; anzi, lì ho cominciato a disamorarmi un po' di Pino e del suo giornale (Pino aveva i suoi codici, io avevo e ho i mei). Perché, va bene che i protagonisti della vicenda vennero assolti, ma la contrastata e inconcludente inchiesta del giudice ebbe almeno il merito delle rivelazioni su un intreccio di affari raccapriccianti. Con la difesa, legittima, di un suo amico, Pino rischiava di difendere, diciamo di sponda, anche altri personaggi tutt’altro che limpidi. E, comunque, quelle storie ritornano nei suoi primi libri, anche se riproposte in chiave romanzesca. Le ho rilette velocemente, e mi sembra che Pino non abbia fatto sconti agli altri protagonisti: insomma, credo che abbia chiarito a sufficienza.&lt;br /&gt;Che Pino fosse un giornalista informato e documentato, soprattutto quando &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; faceva giornalismo investigativo, lo sapevamo tutti. Che a volte le sparasse grosse, anche questo lo sapevamo tutti: ma quegli eccessi erano, non dico perdonati, ma giustificati perché rientravano nella satira, nei pezzi di costume, nello sberleffo, nell’irriverenza, tutte caratteristiche note e accettate dai lettori di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt;: con quel direttore così poco tradizionale che arrivava a mettere qualche fondoschiena femminile al posto della faccia dei politici regionali, potevi aspettarti di tutto. Per gli uomini de panza, per la Dc e il Pci, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; era un giornalaccio che diffamava le istituzioni; per noi lettori, era l’unica speranza di controinformazione in un paesaggio editoriale, come quello sardo, piegato al potente o al colonizzatore di turno.&lt;br /&gt;E a proposito di controinformazione: quando il lettore legge del giornalismo investigativo, quello vero e sempre più raro, raramente si chiede come il giornalista abbia ottenuto le notizie. Se il giornalista è credibile, se i fatti sono documentati, se l’inchiesta ha come primo risultato la scoperta di una verità importante, al lettore non interessa se quello che legge è il risultato di una guerra tra fazioni o poteri antagonisti, non gli importa dei contatti, delle frequentazioni, delle amicizie che hanno portato il giornalista a svolgere sino in fondo il suo lavoro. Gli interessa la notizia. In questo senso, non so se ingenuamente o meno, per molto tempo non mi sono mai permesso di giudicare le amicizie o le frequentazioni di Pino, pensando che un giornalista “scomodo” debba coltivare, necessariamente, amicizie altrettanto “scomode”. Quando l’ho conosciuto, avevo la percezione di un suo codice d’onore che mi metteva al riparo da molti dubbi. Pino non era in vendita, aveva portato avanti delle battaglie importanti, e questo mi bastava.&lt;br /&gt;Intorno al ‘68, Gian Giacomo Feltrinelli era stato in Sardegna: voleva incontrare Mesina. I servizi segreti erano in allarme. Come raccontò lo stesso Mesina, che allora era un ricercatissimo latitante: “All’inizio del ‘68 il colonnello Massimo Pugliese, del Sifar, chiese di incontrarmi: gli risultava che armi sarebbero state sbarcate in Sardegna per favorire il separatismo”. Mesina disse di non aver mai incontrato Feltrinelli, ma ammise di aver incontrato il colonnello, che allora era responsabile del centro di controspionaggio di Cagliari. L’incontro, effettivamente, ha luogo. Per quanto ne so, il colonnello venne accompagnato da due giornalisti. Di uno, posso dire che non era un giornalista della carta stampata, adesso è vecchio ed è considerato il decano dei cronisti sardi; l’altro era Pino. Perché Pino era un combattente che si metteva in gioco, era presente, nel selvaggio Supramonte come nelle sale stampa della Regione e dei consigli comunali; era dentro la notizia; sia nei primi anni di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt;, quando si occupava di cronaca; sia negli anni in cui il giornale comincia a dedicarsi alla controinformazione sulle cose del Palazzo. Quando Pino si metteva in gioco, nelle sue battaglie giuste o sbagliate, lo faceva senza remore. Pino non era ricco, e, per scelta coerente con il suo carattere legnoso, refrattario a qualsiasi genere di casta, compresa quella dei giornalisti, non godeva di nessuna pensione. Credo che, negli ultimi anni, gli fosse rimasta soltanto la casa in cui viveva. Qualche anno fa parlai con un amico comune, che mi disse, a proposito del suo accanimento contro il nuovo potere regionale: “Se continua così, rischia di perdere anche la casa”. Ma chi poteva fermare quell’uragano di Pino?&lt;br /&gt;Quando oggi leggo una bella inchiesta, una di quelle inchieste che rimuovono la patina dell’informazione velinara, penso a Pino e come lettore mi sento un po’ in colpa. Perché l’azione del lettore è una non azione: sedersi, aprire il giornale e leggerlo. Quella del giornalista, invece, è un’azione dinamica e scomoda: è lui che si espone, che si mette in gioco, e che, alla fine della giostra, deve restare in piedi, sempre che abbia allenato il senso dell’equilibrio.&lt;br /&gt;Il resto, la storia del giornale “scandalistico”, le puzzette al naso, ignorare in modo deficiente il ruolo svolto in quasi cinque decenni da &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt;, sono soltanto seghe di vuoti a perdere. Quella lunga storia finisce qui, con la morte del suo fondatore e “scomodo” direttore. Io perdo un riferimento importante della mia giovinezza. I lettori sardi perdono quello che, qualche anno fa, un giornalista dell’Ansa - cioè un cronista, non uno dei centomila opinionisti e finti inviati e avariati speciali che annacquano i giornali italiani - definiva così: “Pino Careddu con la sua &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sassari Sera&lt;/span&gt; riesce ancora a scuotere i palazzi della politica e dei potentati economici con le sue indiscrezioni e ricostruzioni dei retroscena di tante piccole e grandi vicende, gettando un sasso nelle acque stagnanti dell’informazione tradizionale”. Queste tre semplici righe di cronaca, scritte da un suo collega di Cagliari, mi sembrano il più limpido riconoscimento del lavoro di Pino, il modo più corretto per ricordare un grande giornalista-agitatore e scrittore: caro Pino, non puoi immaginare quanto ci manchino le tue acque agitate.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;G. G.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-4824439924900281910?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/4824439924900281910'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/4824439924900281910'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2008/01/morto-pino-careddu-direttore-di-sassari.html' title='In memoria di Pino Careddu, direttore di Sassari Sera, l&apos;ultimo dei muckrakers'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R5SqygkLJII/AAAAAAAAAto/lLMiyow1RXY/s72-c/pincaudwe.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-3426561148657303317</id><published>2007-12-14T15:48:00.002Z</published><updated>2008-03-10T17:15:17.815Z</updated><title type='text'>(2007) Ho visto un re. Ah beh, sì beh...</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;RIFLESSIONI SUL NATALE.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Dicembre 2007)&lt;/span&gt; Paul Buchanan (quello dei &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Blue Nile&lt;/span&gt;, per intenderci) è un musicista che ci piace molto per almeno due motivi:&lt;br /&gt;1) Perché è andato all'università prima di decidere di aprire bocca e cantare.&lt;br /&gt;2) Perché è sempre stato fuori dal coro (a parte... il coro che ha utilizzato in &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Happiness&lt;/span&gt;).&lt;br /&gt;Fuori dal coro è anche il suo imperdibile "omaggio" al Natale che trovate su YouTube:&lt;br /&gt;http://www.youtube.com/watch?v=5LZBdNLCXaU&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;SONY? MA COM'È BRAVIA!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Dicembre 2007)&lt;/span&gt; Uno degli epiteti, o dei soprannomi, più diffusi nelle agenzie di pubblicità è il seguente: “La fotocopiatrice umana”. Un’offesa lapidaria indirizzata a chi copia le idee “creative” degli altri. “Quello”, si dice, “è una fotocopiatrice umana”. Ma, si sa, chi è senza peccato... eccetera. In realtà, la scopiazzatura, il plagio, lo “spunto”, in pubblicità sono peccati veniali. Una delle pratiche più diffuse tra i creativi pubblicitari - quasi un rito che esorcizza il panico della pagina bianca e il vuoto delle idee quando si comincia a pensare una campagna - è quella di sfogliare decine di riviste o di annual, e di passare in rivista chilometri di commercial stranieri. In qualche caso, per “rompere il ghiaccio”, come si dice, insomma per farsi qualche idea; in altri casi, per copiare spudoratamente. E così, ogni anno, possiamo contare diversi spot che, se non ricalcano, spesso ricordano idee già viste.&lt;br /&gt;Ma che cos’è il plagio nel territorio, come quello pubblicitario, della creatività? Più semplice dire che cos’è la creatività. E, per farlo, ricorreremo a una frase apparentemente banale attribuita a Jacques Maximin, ai tempi chef dell’hotel Negresco di Nizza: “Che cos’è la creatività? Creatività è non copiare”. È una regola che vale per tutti, non solo in cucina: dalla grafica alla letteratura, dal cinema alla cugina televisione, alla pubblicità. Ma viviamo in una società fondata sulla competizione: retaggio dell’antica Grecia, che Nietzsche, e non solo lui, definiva “agonistica”. I pubblicitari corrono e si rincorrono, vengono messi sotto stress, devono rispettare i tempi stretti dettati dal cliente e meritarsi il budget. Devono fare “di più”. E fare “di più”, in questi tempi di perdurante siccità di idee, non è cosa da poco. Perciò copiare, o prendere un “piccolo spunto” da un’idea di altri, diventa una comoda scorciatoia per fare di più facendo il meno possibile.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1xLzJ-fynI/AAAAAAAAAso/FTRSHz_Jeyc/s1600-h/macpubw.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1xLzJ-fynI/AAAAAAAAAso/FTRSHz_Jeyc/s200/macpubw.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5142068216773724786" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Qualche esempio? Almeno un caso clamoroso lo trovate in questo stesso blog, insieme ad altri sparsi nelle varie categorie. Qui, invece, e alla fine di un anno moscio sul piano della creatività pubblicitaria, vogliamo citare un caso meno spudorato: diciamo che non si tratta di un plagio, ma, forse, di un’idea in prestito: il caso Sony Bravia.&lt;br /&gt;In un commercial in onda questo dicembre, e in tempo per i regali natalizi, Sony promuove il suo televisore Bravia con un inno al colore, &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1xL6J-fyoI/AAAAAAAAAsw/roIgnVfScsI/s1600-h/sopuwe.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1xL6J-fyoI/AAAAAAAAAsw/roIgnVfScsI/s200/sopuwe.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5142068337032809090" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;o meglio ai molti colori: un fiume variopinto di pongo si diffonde nella città, con una girandola animata di forme e colori. Un trionfo dei colori che si sviluppa al ritmo di un vecchio brano (1967) dei Rolling Stones: “She’s a Rainbow”. Il risultato? Beh, sì, magari è carino. Però ricorda tanto un commercial di quasi un decennio fa, con cui Apple promuoveva, in una girandola altrettanto animata di forme e colori, i suoi iMac colorati (un modello che segnò il rilancio dell’azienda e il successo personale del redivivo Steve Jobs). E qual era il brano su cui era costruita l’animazione del commercial Apple? Non ci crederete: era proprio “She’s a Rainbow”. Come nel film Sony Bravia.&lt;br /&gt;Qui trovate lo spot Sony:&lt;br /&gt;http://youtube.com/watch?v=CLUAbkRUvVQ&lt;br /&gt;E qui lo spot Apple:&lt;br /&gt;http://youtube.com/watch?v=68qCGzF4EN8&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;LE CASE CHIUSE DELLA MOD&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;A.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1s3N5-fymI/AAAAAAAAAsg/XlHGRJ5WB64/s1600-h/repo3we3.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1s3N5-fymI/AAAAAAAAAsg/XlHGRJ5WB64/s200/repo3we3.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5141764111614331490" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Dicembre 2007)&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;La serie inverna&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;le di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Report&lt;/span&gt; si è chiusa con una puntata dedicata a “Moda Nostra”. Considerando la premessa, ci aspettavamo una puntata di fuoco, con chissà quali rivelazioni, ma il risultato è stato un po' deb&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ole. Capita anche nelle migliori trasmissioni.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Report&lt;/span&gt; ha detto e fatto vedere quello che sapevamo:&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;1) Il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Made in Ita&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ly&lt;/span&gt; è spesso fatto in Cina e in Romania.&lt;br /&gt;2) Una borsa pagata 440 euro in via Montenapoleone può costare meno di 30 euro di manodo&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;pera.&lt;br /&gt;3) Le multinazionali della moda fondano la propria spropositata ricchezza sul&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;l'aspirazione al superfluo dei ricchi e su schia&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;vismo e sfruttamento dei poveri.&lt;br /&gt;4) Può accadere che una giornalista della Rai faccia un servizietto allo stilista e venga ringraziata con un paio di scarpe.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;5) I supplementi dei giornali e le riviste dedicate alla moda sono meri contenitori di pubblicità, occulta e palese. Più spesso occulta. Più in generale, i giornali non affrontano il mondo della moda in modo critico ricevendo pubblicità in cambio del silenzio&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;.&lt;br /&gt;6) Capita che gli art director della pubblicità fatta dagli stilisti, che nel caso specifico vengono chiamati fashion director, siano gli stessi giornalis&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ti o direttori delle testate giornalistiche dove quelle pubblicità vengono pubblicate. Questa è una delle cause per cui le pubblic&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ità che hanno per tema la moda ci sembrano tipicament&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;e insignificanti: perché sono fatte da incompetenti (oppure basta la tessera dell'Ordine dei giornalisti per promuoversi "art director"?). Ma, soprattutto, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Report&lt;/span&gt; denuncia un possibile “conflitto di interessi”. La mancanza di trasparenza è un dato di fatto: per esempio, è raro che stilisti e case di moda si rivolgano - così come fanno tutte le altre aziende - alle agenzie di pubblicità, preferendo un regime autarchico, autoreferenziale, chiuso, protetto da qualsiasi sguardo indiscreto.&lt;br /&gt;Dall’inchiesta di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Report&lt;/span&gt; restan&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;o fuori le curiosità suggerite dalla premessa sulla “Moda Nostra”:&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;1) Chi investe nel settore?&lt;br /&gt;2) Chi sono i veri attori?&lt;br /&gt;3) Come nasce e dove finisce quell’incalcolabile flusso di quattrini?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;CONSIGLI PER LA SPESA.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;I Savoia hanno chiesto 260 milioni di euro agli italiani come indennizzo per i "danni morali" subiti a causa dell'esilio. Su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Repubblica&lt;/span&gt; del 21 novembre apprendiamo che il principe Emanuele Filiberto, rispo&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ndendo alle domande dei giornalisti a Codogno, dove era in visita alla 207esima mostra zootecnica, ha affermato: "Se ci daran&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;no ragione e riotterremo quello che vogli&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;amo, è già pronta una fondazione nella quale de&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;volvere i soldi". Poi, in un'intervista a SkyTg24, lo stesso ha precisato: "Sicuramente i Savoia li spenderanno meglio di come li sta spendend&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;o questo governo".&lt;br /&gt;Il &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;principino svizzero - che in Italia ha già pubblicizzato diversi generi merceologici, dai sottaceti Saclà, alle scarpe, agli occhiali Salmoiraghi &amp;amp; Viganò, e, come si è visto a Codogno, persino la riproduzione dei manzi - evidentemente confonde i consigli per gli acquisti con i consigli per la spesa.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Fatti, non parole.&lt;/span&gt; Il Comune di Galte&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;llì, grazioso paese delle Baronie in Sardegna, ha recentemente modificato i nomi delle strade intitolate ai Savoia sostituendoli con riferimen&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ti ritenuti più appropriati. La decisione rientrava in un più ampio progetto di &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;rivalutazione del decoro urbano.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;IL GIORNALISTA &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;PIÙ VECCHIO DEL MONDO.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La scomparsa di Biagi è diventata l'occasione per un esame-bilancio del mestiere di giornalista in Italia. Innanzitutto, i giornal&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;isti si sono interrogati: "Morto Biagi, chi res&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ta?". Pare che, in seguito a un sondaggio non ufficiale, la palma di giornalista più vecchio d'Italia, anzi del mondo, sia stata assegnata a Michele Serra, che, dalle pagine di &lt;span&gt;Repubblica&lt;/span&gt;, non perde l'occasione di prendersela con "questi giovani", con punte di vera ossessione per la Rete, YouTube, videotelefonini e altri "ammennicoli" del vivere moderno.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RzGeKGtFZHI/AAAAAAAAAqM/Dum_Cif08Ws/s1600-h/biagi.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RzGeKGtFZHI/AAAAAAAAAqM/Dum_Cif08Ws/s320/biagi.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5130055346987295858" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;IL COCCODRILLO DELLA SIURA BENZA.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Novembre 2007)&lt;/span&gt; È morto a Milano il decano dei giornalisti it&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;aliani, Enzo Biagi. Nelle camera ardente allestita nel retro dell&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;a clinica in cui è deceduto, molti milanesi, noti e meno noti, hanno fatto la fila per rendere omaggio a questo giorn&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;alista benvoluto e stimato, morto a 87 anni per vecchiaia, certo, per i problemi&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; cardiaci che lo accompa&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;gnavano da anni, e per le complicazioni, come quelle polmonari, che spesso portan&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;o i vecchi all’addio alla vita. In questo addio, il giornalista portava all’occhiello il distintivo di Giustizia e Libertà. Tanto per rimarcare sino alla fine la sua cultura di partigiano, di uom&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;o libero e resistente.&lt;br /&gt;Giornalista della carta stampata, Biagi ha cominciato a fare televisione nel 1961, portando nelle case degli italiani un linguaggio chiaro e alla portata di tutti, e uno stile asciutto, tipico del cronista nato cronista, non opinionista (lo diciamo senza offesa per il grande giornalista, &lt;span&gt;si parva licet componere magnis&lt;/span&gt;, ma a quella scrittura - così puntuale nella punteggiatura, così essenziale ma vivace, ricca di rimandi e di aforismi e di chiusure fulminanti, caratterizzata da un uso a&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;bile e misurato della retorica - chi scrive queste note si è spesso ispirato nella propr&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ia modestissima atti&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;vità di copywriting pubblicitario).&lt;br /&gt;Nella sua lu&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;nga collaborazione con la Rai, Biagi ha creato anche delle trasmissioni fuori dagli schemi, a volte innovative, e anche per questo si è costruito una fama di professionista autorevole e credibile, qualità molto rara nell’attuale spettacolo dell’informazione italiana generalmente addomesticata, vuoi per le ragioni della cosiddetta audience, o per il peso del potere economico e politico.&lt;br /&gt;Proprio a causa della sua autorevolezza, Biagi venne cacciato dalla Rai dopo il cosiddetto “editto bulgaro” de&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ll’allora presiden&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;te del Consiglio Silvio Berlusconi e in seguito alle affermazioni del ministro delle Comunicazioni Gasparri (già autore di &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;una legge censurata dall’Unione Europea con grave procedura d’infrazione, a causa delle s&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;torture del sistema radio-tv provocate dallo stesso ministro molto sensibile alle ragioni del monopolio Mediaset). In seguito, Biagi, persona orgogliosa e coerente, rifiutò l’invito a ritornare a Rai Uno in una trasmissione di Celentano, perché i responsabili dello sfratto al grande giornalista erano ancora ai loro pos&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ti di comando nella tv di Stato. E lì sono rimasti, malgrado il cambio di governo.&lt;br /&gt;Della compagine governativa che emanò il famoso “editto”, facev&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;a parte anche Leti&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;zia Moratti come ministro dell’Istruzione, e che già era stata messa da Berlusconi alla presidenza della Rai, ruolo non adeguato alle sue scarse competenze. Ora, tra tutte le persone e personalità che hanno reso omaggio al giornalis&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ta nella camera ardente, è stata vista anche Letizia Moratti, oggi sindaco di Milano. Intervistata dalla Rai, è sua la perla della giornata: “Biagi era un &lt;span&gt;vero milanese&lt;/span&gt;”. Ni&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ente male per il giornalista orgoglioso di essere nato in un minuscolo borgo dell’Appennino bolognese, Pianaccio, che con Milano e la Lombar&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;dia, &lt;span&gt;la regiàn piò récca d’la naziàn&lt;/span&gt;, ha veramente poco da spartire. E che a suo tempo aveva commentato l'elezione dell&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;a Moratti come "vittoria dei padroni nella città dei danè".&lt;br /&gt;Un &lt;span&gt;vero&lt;/span&gt; milanese? Per cominciare, non crediamo che la precaria salute del vecchio giornalista abbia tratto gr&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ande giovamento dall’aria irrespirabile di quest&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;i giorni, in questa Milano soffocata dalle auto e dagli impian&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ti di riscaldamento spinti senza criterio. Né crediamo che il problema tocchi più di tanto il sindaco di Milano, moglie del petroliere Moratti e reginetta delle SUV, che i milanesi chiamano affettuosame&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;nte &lt;span style="font-style: italic;"&gt;sgnàura Benza&lt;/span&gt;: la signora Benzina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1_eg5-fysI/AAAAAAAAAtQ/xRJi5bGRxmA/s1600-h/immasanitwe1.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1_eg5-fysI/AAAAAAAAAtQ/xRJi5bGRxmA/s200/immasanitwe1.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5143073956380527298" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;IL MISTERO DELLA SANITÀ.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Ottobre 2007)&lt;/span&gt; Un mostro si aggira per le strade d’Italia. Con quel sorriso forzato, denti aguzzi in evidenza e &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;guance arrossate, è un mistero incomprensibile che h&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;a turbato milioni di italiani. Si racconta persino di bambini che hanno cercato di scacciar&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;e quest’incubo metropolitano chiedendo aiuto al Telefono Azzurro. Di che si tratta? Di un’affissione che ha invaso dal mese di ottobre le strade delle nostre città: un personaggio femminile con un’espressione conturbante, p&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;robabilmente di origine orientale, con cuffia in testa e il simbolo della Croce Rossa in negativo. E una scritta: "&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Pane, amore e sanità". Un messaggio misterioso, indecifrabile.&lt;br /&gt;Quello che milioni di italia&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ni hanno visto nelle strade delle loro città, e non hanno capito, è frutto dell’ingegno di un ministro della Repubblica: Livia Turco, nata a Morozzo in Piemonte e cresciuta dirigente del PCI, di cui, prima della nomina, non si conosceva alcuna competenza in tema di salute pubblica. Ora, a un anno e passa dall'insediamento in un ministero delicato&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; e importante come quello della Sanità, la signora Turco ha pensato bene di spendere un po’ di soldi degli italiani in pubblicità. Iniziativa in linea con l’approccio te&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;nuto sinora dall’esponente DS, che non avrà portato risultati degni di nota nella sit&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;uazione del servizio sanitario nazionale (dove una donna deve attendere due mesi per una mammografia o un pap test), ma che ha prodotto la formazione, intorno al suo ministero, di un cordone sanitario di commissioni e consulenze da Isola dei Famosi, cominciando da Veronesi, per finire con il fotografo Toscani, autore dell’affissione di cui riferiamo. Affissione di cui non abbiamo capito il significato. Significato che anche la stessa Turco, evidentemente, non è riuscita a capire, tanto che ha dato incarico alla SWG di aiutarla nella difficile impresa.&lt;br /&gt;La SWG è una società che fornisce ricerche di opinione e di mercato a enti e imprese impegnati a promuovere la propria immagine. E questo significa che quell’affissione aveva lo scopo di promuovere l’immagine della signora Turco e del suo ministero. Con quale risultato? Premesso che spendere i soldi degli italiani in pubblicità non necessaria, di per sé, non è una bella azione, il risultato è sconfortante. Il messaggio è oscuro, criptico, e il fatto che il committente si sia rivolto a una società di ricerche di mercato, per capire il significato delle proprie azioni, lascia di stucco. A fine ottobre, la SWG ha iniziato la sua indagine inviando un questionario nel quale veniva chiesto di valutare alcuni aspetti della campagna in questione, tra cui: efficacia del visual, efficacia dell’headline, giudizio generale sulla campagna e sulla sua efficacia.&lt;br /&gt;L'azione, nel suo complesso, ha provocato qualche perplessità tra gli interpellati, insieme al fastidio per la leggerezza non reponsabile della comunicazione.&lt;br /&gt;1) Che significato ha quel personaggio dall’aspetto di badante con il trucco pesante, accompagnato dalla frase “Pane, amore e sanità”?&lt;br /&gt;2) Per quanto riguarda l’headline. A parte l’insignificanza, ricordiamo che la distorsione, la deformazione dei titoli dei film famosi era una caratteristica del cinema di serie B e C, dalle parodie di Franchi e Ingrassia ai film porno, giusto per chiarire (esempio: "Ultimo tango a Zagarolo"). Che facciamo, aspettiamo il seguito? Potremmo suggerire qualche remake: "2001: Odissea nell'ospizio", "La città delle nonne", "A mezzanotte va la sonda del piacere". E poi, insomma, che c'entra il film di Comencini, il maresciallo Carotenuto che si invaghisce di Maria Pizzicarella detta la Bersagliera, con il ministero della Sanità?&lt;br /&gt;3) Come dovrebbe sapere ogni art director non a digiuno di sintassi del colore, il rosso su fondo bianco crea tensione, agitazione, turbamento. È vampiresco, scostante, respingente. Disturba. Allontana. Questa non è comunicazione: è una ferita lacerocontusa.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;4) Il font dell’headline è usato a sproposito e rivela incompetenza nell’art direction. È un graziato grossolano che ricorda lo Stencil. Cioè un carattere usato un tempo nella spedizione dei pacchi, uno Stencil alfabeto da “cassa fragile, maneggiare con cura”. Se avvicinato al personaggio femminile orientale, all’emigrato, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1_eQp-fyqI/AAAAAAAAAtA/K7IC7U1JdH0/s1600-h/immsanwe2.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1_eQp-fyqI/AAAAAAAAAtA/K7IC7U1JdH0/s200/immsanwe2.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5143073677207653026" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;fa venire in mente la condizione dei clandestini impacchettati nei camion o nei gommoni, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;spediti verso la disperazione di un viaggio con scarse speranze. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;L’uso di quel carattere è sconveniente. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;L’autore avrebbe rischiato un risultato meno grossolano pescando a caso in qualsiasi campionario di caratteri, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;tra il font più usato nella segnaletica degli ospedali, come il Frutiger, o, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;perché no, il carattere disegnato da una donna, come il Mrs. Eaves. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1_eaZ-fyrI/AAAAAAAAAtI/xx3SGWlJ2DE/s1600-h/immsanwe4.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1_eaZ-fyrI/AAAAAAAAAtI/xx3SGWlJ2DE/s200/immsanwe4.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5143073844711377586" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Ma per valutare e scegliere un carattere, e per fare una comunicazione efficace e responsabile, servono competenze, che evidentemente autori e committente della campagna ignorano. Salvo rivolgersi, per chiarirsi dubbi e idee, a una società di ricerche di mercato; quando, forse, sarebbe bastato chiedere al vicino di casa, a qualunque persona della strada. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;O, senza bisogno di spendere ulteriori soldi dei contribuenti, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;con una veloce ricerca su Google:  &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1_dq5-fypI/AAAAAAAAAs4/id0UWunh4N8/s1600-h/immsanwe3.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1_dq5-fypI/AAAAAAAAAs4/id0UWunh4N8/s200/immsanwe3.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5143073028667591314" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;scoprendo, magari, che i destinatari del messaggio hanno risposto con fastidio alla dubbia iniziativa del ministro, e persino con feroce sarcasmo, come è accaduto nel sito che qui di seguito segnaliamo e da cui abbiamo tratto alcune immagini divertenti, parodie micidiali della campagna del ministro:&lt;br /&gt;http://gaming.ngi.it/forum/showthread.php?t=447141&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RyctE2tFZGI/AAAAAAAAAqE/rGOz5ZA1hTE/s1600-h/immsapor.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RyctE2tFZGI/AAAAAAAAAqE/rGOz5ZA1hTE/s320/immsapor.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5127116262211937378" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;LA RICETTA DEL PERFETTO IDIOTA.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Ottobre 2007)&lt;/span&gt; Abbiamo visto il film &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sapori e dissapori&lt;/span&gt;, remake americano del tedesco &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ricette d’amore&lt;/span&gt;. Questo è peggiore dell’originale (che comunque non era granché), prevedibile anche se gradevole, dove tutto è melenso, persino le musiche de&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ll’ex avanguardista Philip Glass, con una Catherine Zeta-Jones nella parte non credibile della grande chef frigida e acclamata di un ristorante figo a Manhattan. Il film attraversa i grandi enigmi della vita - dolore, morte, amore,&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; e sul perché si butti via mezzo stipendio per una bistecca appena scottata - con una superficialità sostenibile giusto in quel museo delle cere che è Hollywood, ma si capisce che la guerra e pace che investe la protagonista è solo un prete&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;sto per far baciare, alla fine del film, i due graziosi protagonisti. Della commediola che comincia con l’amaro, continua con l’agrodolce e finisce con lo zabaione, non ci sarebbe molto da dire, se non fosse per quel quadretto che nel film rappresenta la svolta nella carriera del personaggio chef al femminile: quando il cliente (un perfetto rompicoglioni, ma tenuto in grande considerazione dalla padrona del ristorante) rimanda indietro due volte la bistecca perché secondo lui non è “abbastanza” al sangue, e la Zeta-Jones gli scaraventa un mezzo chilo di carne cruda sul tavolo, e non basta: gli sbatte i piatti per terra, gira i tacchi e se ne va, tra i battimani dei fans. Il cliente fa ovviamente la figura dell’idiota: primo, perché va in un ristorante da applausi Michelin per mangiare una bistecca con l’insalata; secondo, perché non capisce quello che dice, figuriamoci quello che mangia; terzo, perché si spaventa quando viene assalito dalla donna: incolto, idiota e vigliacco. Uno e trino. E chi poteva rappresentare quest’uomo senza sostanza e tutta apparenza? Semplice: il cliente rompicoglioni è un pubblicitario (“lavora in una grande agenzia”, dice la padrona alla chef, “ci porta un sacco di clienti”). Sorpresi? Per niente. Ormai è una prassi: quando Hollywood vuole rappresentare un idiota, sceglie sempre un pubblicitario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;GAVINO SANNA, UNA QUESTIONE DI ETICHETTA.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Gavino Sanna è un pubblicitario diventato famoso per la sua eleganza a tutto tondo: dal tono di voce, al modo di vestirsi, alla pubblicità prodotta in qualche decennio di onorata attività.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Dopo l’addio - forse per ragioni di età - all’attività pubblicitaria, si è dedicato al vino, fondando, con amici, vig&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;naioli e l'apporto di un enologo di rango, la cantina Mesa nelle collin&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;e di Porto Pino in Sardegn&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;a. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RulNR7KLpFI/AAAAAAAAAiM/daI35j4iyI4/s1600-h/vinsannaweb.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RulNR7KLpFI/AAAAAAAAAiM/daI35j4iyI4/s320/vinsannaweb.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5109700222562051154" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RulNYLKLpGI/AAAAAAAAAiU/emXcvHoJEBE/s1600-h/vignelli2web2.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RulNYLKLpGI/AAAAAAAAAiU/emXcvHoJEBE/s320/vignelli2web2.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5109700329936233570" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Una cantina definita “all’avanguardia”. Ma, essendo pratic&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;amente astemio, Sanna si è riservato il compito esclu&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;sivo di pensare all’immagine del prodotto. Tra le notizie riportate, ci ha colpito l’affer&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;mazione secondo cui il pubblicitario di Porto Torres “ha inventato qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che c'è in giro”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;. Tanto c&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;he l’intervistatore parla di “un guizzo della fantasia” a proposito delle piccolissime etichette, che descrive  come “diverse”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Con tutto il rispetto per il pubblicitario, e per il suo intervistatore poco informato, a noi quelle etichette non sembrano così “completamente diverse”: qui pubblichiamo la foto di una delle bottiglie di Sanna, e, a fianco, quella delle bottiglie disegnate tempo fa per Feudi di San Gregorio da quel gran genio del design che è Massim&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;o Vignelli. Che, oltre le bottiglie e le relative etichette, ha curato (se non ricordiamo male, due anni fa) anche gli interni dei nuovi, eccellenti edifici-forum della storica società campana progettati da un importante architetto giapponese, Hikaru Mori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;LIGURI CONTRO TOSCANI.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Settembre 2007)&lt;/span&gt; Si è svolta la quarta edizione del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Festival della Mente&lt;/span&gt; a Sarzana, nella solita cornice molto pittoresca, con &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;workshop, conferenze, spettacoli, performance e laboratori. E con la partecipazione di un variegato mondo di intellettuali, storici dell'arte, etologi e botanici, genetisti e giornalisti, designer e psicologi, ecceter&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;a. Ha partecipato anche il fotografo Oliviero Toscani.&lt;br /&gt;Riki è andata a Sarzana per i fatti suoi e ha partecipato a diversi incontri, alcuni interessanti, altri noiosi. È rimasta molto impressionata dalla conferenza di Toscani. Non perché sia andata a sentirlo (ci mancherebbe), ma per il fatto che, il giorno dopo, molti dei partecipanti ad altri dibattiti esordivano così: "Contrariamente a quanto detto ieri da Toscani...".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;CHE COSA C'ENTRA LA McCANN ERICKSON CON MICHAEL MOORE? NIENTE.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Michael Moore ha presentato il suo documentario &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sicko&lt;/span&gt; a Roma, a fine agosto. Il film denuncia le situazioni paradossali,&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; drammatiche, del sistema sanitario USA, in una società in cui 45 milioni di persone non hanno “il diritto umano alla cura”, e chi ha una polizza assicurativa rischia la bancarotta se la copertura non è totale. Moore ricorda come il suo paese sia al trentasettesimo posto nella classifica mondiale della salute, mentre la nostra vicina Francia è al primo posto e il nostro paese al secondo. Il ministro Turco, presente alla conferenza del regista americano, ha fatto suo l’elogio senza peraltro meritarlo. Del resto, lo stesso Moore dice che è a conoscenza dei casi di mala&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;sanità denunciati nel nostro paese.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RupoFrKLpHI/AAAAAAAAAic/DRn_9muQbh0/s1600-h/mcorcianweb.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RupoFrKLpHI/AAAAAAAAAic/DRn_9muQbh0/s320/mcorcianweb.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5110011173899314290" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Comunque, mentre Moore faceva il suo show in Italia e i giornali si interrogavano sulla situazione della sanità italiana e sulle differenze con il rude sistema americano, nello stesso tempo usciva una curiosa&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; campagna di Luxury Box (la &lt;span style="font-style: italic;"&gt;unit&lt;/span&gt; di McCann Erickson dedicata ai beni di lusso) per Orciani, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;azienda marchigiana che produce cinture e pelletteria. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;La campagna, dove le teste dei protagonisti delle foto sono coperte da un bollino colorato che, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;a detta degli autori, dovrebbe porre l’attenzione sugli accessori, viene definita “innovativa, di forte impatto, dal tratto &lt;span&gt;unconventional&lt;/span&gt;”. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Ma, a dire il vero, noi non capiamo l’obiettivo dell&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;a campagna, dato che la prima cosa che ci viene in mente - forse per il fatto che gli annunci escono in pieno dibattito sulla nostra sanità - è il cosiddetto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;triage&lt;/span&gt;, cioè il codice guida adottato in Italia nel pronto soccorso e che assegna un codice col&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;ore ai pazienti: bollino rosso per imminente pericolo di vita, bollino giallo per situazioni gravi con tempo d’attesa non superiore ai dieci minuti, e così via.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Ru5-Q7KLpTI/AAAAAAAAAj8/G4Uy8bfEHvM/s1600-h/diario.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Ru5-Q7KLpTI/AAAAAAAAAj8/G4Uy8bfEHvM/s400/diario.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5111161456335496498" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;CARO DIARIO. ANZI, MOLTO CARO (MOLTI DEBITI, POCHI LETTORI, NIENTE PUBBLICITÀ).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Settembre 2007)&lt;/span&gt; Chiude il settimanale &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario&lt;/span&gt; diretto da Enrico Deaglio. Interessante il pezzo di addio (o di arrivederci), pubblicato nell'ultimo numero, che invitiamo a leggere:&lt;br /&gt;http://www.diario.it/home_diario.php?page=wl07090600&lt;br /&gt;È una piccola storia, un esempio di come si possa fare un giornale alternativo alla muffa delle edicole&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;. Che non è impresa semplice. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario&lt;/span&gt; ci ha provato. E questo addio ci dispiace. Però vogliamo commentare velocemente alcuni passaggi dell’ultimo editoriale, che riguardano i motivi della chiusura e i buoni propositi sul futuro.&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Il numero di siti web, di blog e in generale lo scambio di notizie è fortunatamente cresciuto a di&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;smisura. La «buona lettura» è stata adottata da molti giornali.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Vero. Le cose, undici anni dopo l’uscita del primo numero, sono cambiate. Oggi possiamo scegliere come e quanto informarci, gratis, e senza bisogno di abbattere alberi. Anche se siamo consapevoli del fatto che la carta stampata ha tutto un altro fascino (e non solo, ma qui è meglio non dilungarsi). Per quanto riguarda, invece, la “buona lettura”, accettiamo questo pizzico di presunzione. Anche se dovrebbero &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;essere gli altri a giudicare. Pensiamo, tanto per dire, a quella volta in cui ci è capitato di leggere in didascalia Jacques Simenon, invece di Georges. Forse sarà migliorata la “buona lettura”, ma non il controllo-qualità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il mercato pubblicitario (l’unico a tenere in vita i giornali) è a noi praticamente precluso, per quella &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;mancanza di do ut des che ci caratterizza e che dal mercato evidentemente è stato ben colto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;A &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario&lt;/span&gt; hanno tolto l’ossigeno. Le concessionarie di pubblicità oggi hanno un potere enorme: possono far sopravvivere giornali come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Libero&lt;/span&gt;, e far morire giornali come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario&lt;/span&gt;. Ma &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario&lt;/span&gt; ha fatto le sue scelte. Se parli senza remore di Telecom, Barilla, Fiat o del governo di mezza sinistra, non puoi aspettarti che Telecom, Barilla, Fiat o il governo di mezza sinistra (che in comunicazione spende delle belle cifre) ti sovvenzionino con le loro pubblicità. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario&lt;/span&gt;, però, avrebb&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;e potuto creare un’agile struttura casalinga in alternativa al potere delle grandi concessionarie, cercando gli utenti pubblicitari in sintonia con lo spirito del giornale. Difficile? Si può fare. Ma &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario&lt;/span&gt; non era neanche in grado di farsi pubblicità: ci ha provato almeno due volte, con risultati modesti e messaggi fumosi, rivolgendosi alle persone (o alle agenzie) sbagliate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Speriamo di farci vivi al più presto con un nuovo giornale &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;[...]&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; bisognerà fare un bell’oggetto, facile da leggere e bello da conservare.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Qui nutriamo qualche ragionevole dubbio. Vada per la buona lettura, ma grafica e art direction erano penose. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario&lt;/span&gt;, soprattutto gli ultimi tempi, sembrava un foglio di quartiere, un giornalino d&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;i parrocchia, un opuscolo del sindacato. Disegnare un giornale non è un’impresa facile, e l’Italia non vanta particolari talenti. Ma scegliere almeno un carattere decente: perbacco, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;basta un po’ di buon gusto. Per non parlare, poi, di certi fumetti sgraziati e inconsistenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’ironia vuole che nascemmo in Italia con il governo Prodi e lì di nuovo siamo in solo apparente tedio e continuità.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;L'ironia vuole che &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario&lt;/span&gt; soccomba con il ritorno di Prodi a capo di uno dei governi più spendaccioni, inetti e antidemocratici della nostra storia repubblicana. Caro direttore, immagino che l'affermazione ti sembri spiacevole, ma così è. E la coincidenza non è per niente casuale. È il governo del bavaglio alla stampa e al libero scambio di informazioni e materiali sulla Rete, della censura, dell'insofferenza alla satira, del controllo sui blog e della burocratizzazione della Rete (con tanto di ddl del 12 ottobre, che a noi ricorda, guarda un po', l'attività indefessa del MinCulPop).&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;[...]&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; La nostra frasetta che sta appesa qui in via Melzo 9: «Cercate la verità, nel dubbio un po’ a sinistra».&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;I posti cambiano, anche a Milano. Chiudono le librerie, figuriamoci le redazioni. Si allargano le banche, i ristoranti cinesi, le panetterie che pesano il pane come se ormai fosse oro, i supermercati, le boutiques Dolci &amp;amp; Gabbati. Chi vince e chi perde. Però ci dispiacerà passare davanti a via Melzo 9, per andare dall'ottico o comprare la farina di kamut lì vicino, e pensare a quella frase. Che, nella disillusione generale e nel buio di questa cosiddetta "sinistra" al governo, ci sembrerà per niente illuminante. Anzi, un po' triste. Persino patetica.&lt;br /&gt;Auguri, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario&lt;/span&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;CACCIA ALL'ERRORE.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Agosto 2007)&lt;/span&gt; Nel cinema, i &lt;span style="font-style: italic;"&gt;bloopers&lt;/span&gt; sono errori sfuggiti al regista, durante le riprese o in fase di montaggio: oggetti che cambiano posizione da un’inquadratura all’altra, anacronismi, incongruenze, e così via. Un esempio: Forrest Gump che diventa un ricco finanziere perché il suo capitano ha investito nella Apple (dice, testualmente: “He got me invested in some kinda fruit company”, cioè scambia la Apple Computer per una società di frutta). Peccato, però, che a metà degli ann&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;i Settanta non esistessero azioni Apple, dato che l'ingresso della società di Cupertino nel Nasdaq avviene molti anni più tardi, nel 1984. Altro esempio: nel film &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Goodfellas&lt;/span&gt; di Martin Scorsese, Joe Pesci spara a Spider con un revolver a tamburo da 6 colpi, ma esplode 7 proiettili. E questi sono soltanto due tra centinaia di esempi noti.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtL0YmWt8_I/AAAAAAAAAZg/Uc_lE0kX_s8/s1600-h/pubbliMacweb.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtL0YmWt8_I/AAAAAAAAAZg/Uc_lE0kX_s8/s400/pubbliMacweb.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5103410031214064626" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;In pubblicità esistono i &lt;span style="font-style: italic;"&gt;bloopers&lt;/span&gt;? Ovviamente, sì. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Ne abbiamo visto uno di recente, in una rivista che si autodefinisce “di glamour”, e che potremmo annoverare nella serie “incongruenze”.  È un annuncio stampa che ha per tema una borsa per donna, molto elegante e raffinata, diciamo pure “importante”. Tanto “importante” che il fotografo l’ha inserita in un’ambientazione ricca ma piuttosto confusa. La borsa è appoggiata su una scrivania con piano di cristallo, sopra dei documenti su cui è scritto “Top Secret”. Appartiente a una 007 in tailleur? O forse a una top manager, attiva, decisa, grintosa, aggiornatissima? Pensiamo che la seconda ipotesi sia la più logica. Sullo stesso tavolo, a sinistra, davanti a una poltrona in pelle bianca, si nota un computer molto elegante: è un iMac della Apple, la versione bianca. Peccato, però, che, mentre esce questo annuncio, Apple abbia prodotto una revisione potenziata di quel modello, con estetica completamente differente, cioè in alluminio e in nero. La Top Manager aggiornatissima non è al passo con i tempi? Forse. Ma c’è di più. Nessun Mac user collegherebbe il mouse direttamente al computer (come appare nella foto), ma sfrutterebbe uno dei due ingressi USB della tastiera. E, chicca finale, dall’iMac non spunta nessun cavo di alimentazione. Cioè quel computer è inutilizzabile. Insomma: la nostra Top Manager lavora, fa finta di lavorare o batte la fiacca? E soprattutto: ma lo sa usare un computer?&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBabNKlYSI/AAAAAAAAATY/iNBx242TF8M/s1600-h/cipressweb.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBabNKlYSI/AAAAAAAAATY/iNBx242TF8M/s200/cipressweb.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093670601993052450" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span&gt;TUTTI IN GITA AL CIMITERO.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Luglio 2007)&lt;/span&gt; L’abbiamo ricevuto con la posta, è un oggetto promozionale in veste di prodotto editoriale, si chiama &lt;span style="font-style: italic;"&gt;I Ci&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;pressi&lt;/span&gt; e si presenta come “periodico di servizi e cultura cimiteriale”. Da estimatori di Charles Addams, abbiamo gradito. E lo diciamo quasi senza ironia. Anzi, ci sembra una delle iniziative editoriali più curiose di quest’anno.&lt;br /&gt;Il periodico - ci sembra di capire - è curato da una società di servizi funerari che gestisce un servizio di lampade votive elettriche nei cimiteri milanesi. Nel numero che abbiamo ricevuto c’è un servizio sul Cimitero Monumentale di Milano, definito “un luogo di famiglia”. Altri articoli degni di nota: “Morituri te salutant” e un servizio sulle specie di uccelli che nidificano “nella quiete dei Campisanti”, con particolare attenzione al gufo. Appassionante l’articolo “Tutti in gita al Cimitero”. Interessante “Navigando... nell’Acheronte”, una ricerca di siti web dedicati al tema dell’ultimo viaggio, con la segnalazione di siti quali &lt;span style="font-style: italic;"&gt;www.requiescatinpace.it&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;cimiteronline.org&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;cimitero.net&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;seppelliscimi.it&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;amicipersempre.it&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;deathclock.com&lt;/span&gt;, dove, segnalando il proprio stile di vita, si può sapere, o presumere, in anticipo quando si morirà. Utile anche la rubrica di domande impossibili, del tipo: “Si può prendere la scossa innaffiando o pulendo la lastra dei loculi con l’acqua?” (La risposta esatta è: no). Delizioso, poi, il finale, con l’angolo della poesia: &lt;span&gt;Pianto antico&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Persino la pubblicità presente nel giornale è in tema. Per esempio, quella della Banca Popolare di Milano, che promuove “PrestoInTasca”, fino a 10.000 euro con un tasso del 5,5% tutto compreso, dedicato “a chi vuol affrontare le spese con serenità”. Un prestito dedicato anche ai funerali, si presume. Però affrettatevi a morire, perché l’offerta è valida fino al 30.9.07.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;I Cipress&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;i&lt;/span&gt; è un giornale che mette veramente di buonumore. Perciò attendiamo con ansia il prossimo numero: quando ci arriverà, avremo la consapevolezza di essere ancora vivi, se non altro, nel database di qualche società di servizi cimiteriali. Sempre che, nel frattempo, non accada l’inevitabile. Anche se ci siamo preoccupati di prevenire, leggendo la rivista con una sola mano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I FRESCONI&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Luglio 2007)&lt;/span&gt; L’Italia è al primo posto, tra i paesi europei, per l’acquisto di condizionatori. Pare che gli italiani siano impazziti per la tecnologia del fresco, anche dove la media delle temperature estive suggerirebbe come quello del gelo artificiale sia, più che un uso, uno sconsiderato abuso.&lt;br /&gt;A volte costretti dalla mediocre qualità dei materiali e delle nuove costruzioni in cui, in fase progettuale, non si tiene conto, per incapacità o per ragioni di risparmio, né di bioedilizia, né del fattore esposizione, tempo e stagioni; più spesso agevolati dalla totale mancanza di veri divieti e di norme certe e severe, insensibili all’uso consapevole e oculato, all’inquinamento acustico spesso provocato da installazioni inadeguate e nessuna manutenzione, ai danni estetici in un paese che vanta un patrimonio architettonico unico al mondo, e soprattutto insensibili al risparmio energetico e agli effetti dell’inquinamento, gli italiani si sono lanciati nella nuova passione elevandola addirittura al ruolo di status symbol.&lt;br /&gt;Come è noto, i consumatori italiani sono tra i più disinformati, ingenui e malleabili del mondo: costituiscono un materiale umano inerte che i pubblicitari stranieri ci invidiano da sempre. La corsa spropositata al condizionatore è dovuta, in buona parte, non tanto a questioni di salute o di piacevole benessere (non è raro scoprire abitazioni private e piccoli esercizi commerciali che spingono al massimo il condizionatore tenendo porte e finestre spalancate), ma a un massiccio lavoro di lobby: attraverso incentivi statali, attraverso gli allarmi del “grande caldo” lanciati periodicamente dalle redazioni di giornali e telegiornali, dove l’industria distribuisce in modo adeguato i suoi pierre.&lt;br /&gt;C'è qualcosa che non quadra. A fine luglio (notare bene: a fine luglio), &lt;span style="font-style: italic;"&gt;repubblic&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;a.it&lt;/span&gt; pubblica un articolo non firmato intitolato: "Caldo record a giugno. Raddoppia la mortalità". L'incipit è sconvolgente e degno del telegiornale di Emilio Fede: "Il caldo uccide". E ci si chiede: ma dove vive l'anonimo estensore, in un deserto africano? Mica per altro, ma, a parte qualche giornata particolarmente calda, non ricordiamo un mese di giugno così fresco e piovoso. E da &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Repubblica&lt;/span&gt; passiamo al &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Corr&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;iere&lt;/span&gt;: "Allarme rosso". Addirittura. A Milano "è allarme a livello 3". Non si sa che voglia dire, ma fa sicuramente un brutto effetto. Eppure, a noi sembra che ci sia anche una leggera brezza. Non boccheggiamo, non stiamo tirando le cuoia, stiamo benone. Perciò andiamo a controllare le temperature su vari siti, e tutti concordano: massima 33 gradi, umidità 67%, leggera brezza da Ovest. Insomma, una piacevole giornata estiva. Nulla di più. L'unica cosa che ci chiediamo è: perché i TG, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Repubblica&lt;/span&gt; e il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Corriere&lt;/span&gt; sparano cazzate? Mentre i giornali lanciano questi allarmi, i condizionatori si vendono come il pop-corn al cinema e i consumi energetici, di conseguenza, raggiungono picchi inauditi. Nello stesso tempo, Legambiente va in giro per negozi, a Milano, e rileva temperature di 19,7 gradi. Qualcuno fermerà questa follia collettiva?&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBjxNKlYhI/AAAAAAAAAVQ/N_ah6xrw2AI/s1600-h/mediaw.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBjxNKlYhI/AAAAAAAAAVQ/N_ah6xrw2AI/s200/mediaw.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093680875554824722" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;In questo contesto di cattiva informazione e di interessi intrecciati, l’ultima invenzione, il colpo di grazia ai resistenti e agli scettici, è l’esposizione per una campagna di Mediaworld (l'agenzia è Cayenne) del custode del tempo e delle temperature, quel colonnello Giuliacci che calma o allarma - a seconda dell’occasione - gli utenti italiani sugli effetti devastanti di una pioggerella o di un raggio di sole. L’azienda tedesca, sfruttando i luoghi comuni, le paure immotivate e le passioni dell’italiano medio (la “tecnologia” alla portata di tutti, come il condizionatore, e la scommessa), ha fatto, con il concorso Freschi &amp;amp; Vincenti, esattamente quello che i fresconi si meritano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;SE IL CALDO FA PIÙ NOTIZIA DELLA CAMORRA.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Se lo chiede anche Giorgio Bocca su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Venerdì&lt;/span&gt;: “È il solito caldo estivo in cui fa più caldo a Catania che al Sestriere. Ma una quarantina di canali televisivi pubblici e privati, generalisti e specialisti, di sinistra e di destra, di Berlusconi e di Prodi, parlano in continuazione del caldo. Che cosa ha di speciale questo caldo che debba essere la notizia principe ventiquattro ore al giorno?”. Anche noi abbiamo cercato di capire, ma la riflessione di Bocca è più elegante: "Si sa che parlare del tempo è sempre un modo per riempirlo, il tempo". Che sarebbe come dire: la lingua batte dove &lt;span&gt;il niente&lt;/span&gt; duole.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;ABOUT ITALIAN SOCIETY.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Luglio 2007)&lt;/span&gt; Il 13 luglio, con un articolo sull'Italia per il &lt;span&gt;Financial Times&lt;/span&gt;, Adrian Michaels si interroga sull'uso "incongruo" della donna nella pubblicità e in tv: "Since moving to Milan from New York three years ago, I have been wondering why no one seems to care about the incongruous use of women in advertising and on television, and what that says about Italian society...".&lt;br /&gt;http://www.ft.com/cms/s/7d479772-2f56-11dc-b9b7-0000779fd2ac.html&lt;br /&gt;L’articolo di Michaels ha suscitato molte discussioni, anche perché chiama in causa le donne (che fine ha fatto il femminismo?). In qualche caso, ha sollevato questioni o polemiche non del tutto pertinenti: chi ha replicato sostenendo che in Inghilterra o negli Stati Uniti si verifica lo stesso sfruttamento del corpo della donna; chi ha rimarcato il fatto che l’Italia è un paese maschilista. Ma pochi hanno affrontato il vero problema: glutei e seni esposti senza ritegno nelle trasmissioni televisive o nella pubblicità che inonda le nostre case e le strade, sono il segno di una malattia ben più grave di una forma patologica di sessualità come il voyeurismo. Perché l’Italia - un tempo simbolo della bellezza e del buon gusto - è un paese ammalato: di volgarità. E il vero dramma è che gli italiani non se ne rendono conto. Ma quest’impressione è ormai molto diffusa all’estero. Soltanto pochi mesi fa, un altro autorevole giornale, il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;New York &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Times&lt;/span&gt;, decretava la fine della presunta raffinatezza italiana, spiegando come nel made in Italy trionfi il banale, la mancanza di idee e soprattutto “una volgarità da bordello”.&lt;br /&gt;Ora, si può dire che il fenomeno sia prettamente italiano, ma è anche vero che, sebbene in forme più sfumate, si sta allargando al resto dell’Europa. A questo proposito, ci viene in mente uno scrittore norvegese, Nikolaj Frobenius. Bisnipote dell’antropologo Leo Frobenius, figlio di uno psicologo junghiano e di una mamma che lavorava con i bambini delle scuole preelementari; sceneggiatore di &lt;span&gt;Insomnia&lt;/span&gt;, thriller “hitchcockiano” di Erjk Skjoldjaeberg; autore di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il catal&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ogo di Latour&lt;/span&gt; (in Italia: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il valletto di De Sade&lt;/span&gt;), e poi di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il giovane pornografo&lt;/span&gt;, una “favola morale” sul dilagare della pornografia di ogni giorno. Ricordiamo un’intervista allo scrittore, padre di una giovanissima Kitty, che, in quanto padre responsabile, si sentiva addirittura “atterrito da un mondo in cui le immagini attraverso le quali si propone oggi la pubblicità sono la pornografia di ieri”. Detto da un norvegese, fa riflettere.&lt;br /&gt;Ma, ritornando all’articolo di Adrian Michaels e allo sfruttamento del corpo della donna, sarà bene che le stesse donne si interroghino sulle cause di questa deriva. Il giornalista ci porta a riflettere sul fatto che sono poche le donne manager italiane e quelle che occupano ruoli dirigenziali e importanti in politica. Vero. Ma se parliamo con donne "normali" che ci raccontano la loro vita nelle aziende, ci viene un sospetto: non è che quelle donne in carriera sono in carriera proprio perché replicano le cattive abitudini degli uomini? Facciamo un esempio. Il giornalista ha citato le gambe e le tette della Canalis mostrate al pubblico della strada per un'offerta di una compagnia telefonica. Molte donne hanno difeso la velina, sostenendo che, se qualcuno la paga per mostrarsi, non c'è niente di male. In fondo, questa velina è il nuovo totem delle pari opportunità, quando si offre un anno nel calendario di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Famiglia Cristia&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;na&lt;/span&gt;, e l'anno seguente nel calendario di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Max&lt;/span&gt;. Contrariamente al giudizio dato a suo tempo da Antonio Ricci ("l'ho scelta perché aveva una faccia di polla"), la Canalis si rivela poco polla e molto furba. E la furbizia, da noi, piace. Ma veniamo al vero problema. Chi c'è dietro queste scelte: un maschio "arcaico"? &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Lasciamo la Canalis (poverina, come se fosse lei l'origine del male...) e facciamo chiarezza andando indietro negli anni, all'inizio del fenomeno. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrB299KlYkI/AAAAAAAAAVo/QQHauVeGbXQ/s1600-h/marcOmni.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrB299KlYkI/AAAAAAAAAVo/QQHauVeGbXQ/s200/marcOmni.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093701985319084610" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Ricordate Megan Gale? Era la bonona, esagerata modella australiana che sostituì la Marcuzzi e che entrò prepotentemente nei sogni erotici dei maschi italiani, tramite la pubblicità di un'altra compagnia telefonica. E chi c'era dietro quella scelta? L’idea di scegliere questa testimonial, "in teleconferenza con l’Australia", viene a un ingegnere della Omnitel, studi all’International School di Milano, PhD al Mit di Boston, "mentalità tecnica e scientifica", e che perciò ammette in un’intervista “come cultura sono zero”. È una donna manager che si definisce "milanesissima", e in quell'intervista che citiamo (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Repubblica&lt;/span&gt; del 17 luglio 2000), si vantava della scelta. Ma non basta. C’è un’altra persona che si contende questa ambita primogenitura. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrB3C9KlYlI/AAAAAAAAAVw/JbZNRfKUZwM/s1600-h/spotOmniVod.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrB3C9KlYlI/AAAAAAAAAVw/JbZNRfKUZwM/s200/spotOmniVod.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093702071218430546" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;È un'altra donna. È Milka Pogliani, presidente e direttore creativo della McCann Erickson, che diceva in un'intervista: "Pensate a me come a chi vi ha fatto conoscere Megan Gale, e che l’ha fatta crescere. Nei primi spot Omnitel, nel 1999, mostrava tutta la fisicità e l’energia di una 24enne. Poi ha saputo trasformarsi in personaggio completo e trasversale: piace ai ragazzi e ai loro papà, le ragazze si identificano in lei e le mamme la vorrebbero come figlia”. Due donne, dunque, due donne "manager", hanno inaugurato quella tendenza al pornosoft (che, con molta eleganza, definiscono "fisicità") nella pubblicità dei telefoni così mal digerita dal giornalista del FT.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBjVdKlYgI/AAAAAAAAAVI/gMFNdfNC2p0/s1600-h/caimanweb.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBjVdKlYgI/AAAAAAAAAVI/gMFNdfNC2p0/s200/caimanweb.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093680398813454850" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Ma ritorniamo alle questioni aperte da Michaels. Per quanto ci riguarda, possiamo rimarcare un primo sospetto, cioè che l’offerta di corpi e la diffusione della volgarità a tutti i livelli siano, più che altro, un difetto di cultura, il segno più tangibile della mancanza di idee che pervade l’ambiente pubblicitario e quello televisivo. L’inizio di tutto questo? Secondo noi, con l’avvento di quella rivoluzione “culturale” (termine improprio) delle televisioni cosiddette indipendenti, poi meglio definite “commerciali”. Evento che è ben rappresentato nel film di Moretti &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il caimano&lt;/span&gt;: quando il protagonista offre in pasto al pubblico una squadra di ballerine procaci; le offre gratis, come merce, come "novità", come baratto in cambio di consenso, e il pubblico ringrazia con un fragoroso, straripante applauso.&lt;br /&gt;I vecchi pubblicitari ricordano quando in pubblicità era vietato dire "olio vergine d'oliva": la definizione veniva puntualmente corretta in "olio &lt;span&gt;puro&lt;/span&gt; d'oliva". Il quadretto dipinto da Moretti rappresenta la perdita della verginità, ma anche la trasformazione definitiva della scatola televisiva in una scintillante barellhouse. Michaels conosce quel periodo per sentito dire; certo, nel suo articolo parla delle televisioni di Berlusconi, ma non va sino in fondo: per esempio, scoprendo che quel personaggio che ieri offriva fondoschiena col tanga gratis, oggi non è soltanto un proprietario di televisioni, ma condiziona pesantemente l'industria culturale e la pubblicità attraverso la disponibilità di spazi pubblicitari, con &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Publitalia&lt;/span&gt; che già negli anni Ottanta diventa un imponente canale finanziario e, più tardi, la base per la costituzione e il lancio del partito di Berlusconi.&lt;br /&gt;È questa l’Italia descritta dal giornalista del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Financial Times&lt;/span&gt;: un paese arcaico. Voce dotta, aggettivo elegante, che secondo noi - e abbiamo visto come e perché - sottintende un giudizio più esplicito sull'habitat dell'italiano medio: un paese cafone. E, quel che non dice Michaels, lo aggiungiamo noi: ai primi posti in Europa per l'uso di tecnologie primitive (dall'automobile, al televisore, al telefonino) e agli ultimi posti per l'uso di banda larga e di tecnologie più complesse come il computer; che depenalizza il &lt;span&gt;vaffan&lt;/span&gt;... (recentissima sentenza); che sputa per terra, che non chiede "permesso"; che trova giusto evadere le tasse; che passa con il rosso e stende i pedoni sulle strisce; che sporca e inquina; che invade l'architettura urbana con rumorosi condizionatori (primo posto in Europa) e antenne satellitari. E che, nel tempo che gli resta tra un'illegalità e l'altra, si dedica alla pornografia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;FIX IT AGAIN, TONY!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Luglio 2007)&lt;/span&gt; Abbiamo letto un’intervista a Sergio Marchionne, apparsa sul quotidiano &lt;span&gt;La Stampa&lt;/span&gt;, in occasione del lancio della nuova Cinquecento. L’Ad di Fiat ci è sembrato piuttosto euforico. E pensare che soltanto cinque anni fa Moody’s declassava le azioni Fiat abbassando il rating sul debito, con outlook negativo, portandolo al livello di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;junk&lt;/span&gt; (titoli spazzatura). Il fatto che Fiat stia producendo qualche modello decente di automobile, può giustificare un certo ottimismo, ma un po’ di prudenza (almeno per ragioni di scaramanzia) non guasterebbe. &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBgWNKlYbI/AAAAAAAAAUg/z787dj9zO1M/s1600-h/fiatmark.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBgWNKlYbI/AAAAAAAAAUg/z787dj9zO1M/s200/fiatmark.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093677113163473330" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Comunque, è chiaro che Fiat ha cambiato registro anche sul piano dell’immagine. Dove ci sarebbe ancora molto da fare, soprattutto all’estero. Come dimenticare gli esercizi ridanciani degli stranieri sull’acronimo FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino)? “Fix It Again, Tony”, che starebbe per “aggiustala ancora, Tonino”, secondo gli inglesi. “Feeble Italian Attempt to Transportation”, qualcosa come “fiacco tentativo italiano nei mezzi di trasporto”, per gli americani. “Fehler In Allen Teilen”, traducibile con “errori in ogni parte/componente”, per i tedeschi. “Ferrailles Invendibles A Turin”, cioè “rottami invendibili a Torino”, per i francesi. Una tradizione di giochini e insinuazioni molto irriverenti, e in parte immeritati, dura a morire.&lt;br /&gt;Adesso, è uscito un nuovo commercial per la nuova Cinquecento, e Marchionne dichiara orgogliosamente di essere l’autore del testo. Sapevamo che era Leo Burnett l’agenzia incaricata, ma prendiamo atto della precisazione. Il risultato? Piuttosto confuso, a nostro modesto parere.&lt;br /&gt;http://www.youtube.com/v/seJmEb0fcBA&lt;br /&gt;Il film (proposto con differenti versioni) è costruito sul montaggio di una serie di spezzoni di cronaca in bianco e nero. Vediamo Falcone e Borsellino, i carabinieri, il papa, Teresa di Calcutta, l’orologio della stazione di Bologna, Pertini, Carla Fracci, Sordi, Totò, Montanelli, Coppi e Bartali, Eduardo, e alla fine una foto sul genere United Colors of Benetton. Di tutto, di più. Il commercial inizia con una scena di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nuovo Cinema Paradiso&lt;/span&gt;, e il bambino di Tornatore - che ride, piange, si turba alla visione delle scene - fa da collante. E chiude con la Cinquecento e una specie di payoff: “La nuova Fiat appartiene a noi tutti”.&lt;br /&gt;Noi chi? Tutti gli italiani? Falcone, la Fracci, Montanelli? Verrebbe da precisare che la Fiat non appartiene agli italiani, ma è proprietà di alcune banche e degli Agnelli (e derivati). Vero è, invece, che la Fiat è costata molto agli italiani.&lt;br /&gt;Nell’intervista citata, l’AD vola alto, avvicinando Fiat a Apple. E la chiamata in causa della società di Cupertino ha fatto rabbrividire i Mac users: perché la storia di Apple - società creativa in grado di sconvolgere le regole di mercato - è segnata dall’anticonformismo, quella di Fiat dal conformismo. In fondo, qui si parla di un’automobile. Una tecnologia primitiva che delizia gli italiani non evoluti (l’Italia è ai primi posti per diffusione di automobili, e agli ultimi posti per l’uso di internet e del computer). Con un computer fai un’automobile. Con un’automobile non fai un computer. Al massimo, ti schianti contro un platano o vinci un Gran Premio nel circuito di Montecarlo.&lt;br /&gt;Ma non basta. Marchionne rivela che, per questo commercial, ha tratto ispirazione dalla campagna “Think different” creata dalla TBWA Chiat Day di Los Angeles per Apple nel 1997 (che, in un certo senso, possiamo considerare come un'evoluzione della leggendaria campagna "Think small" &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBgadKlYcI/AAAAAAAAAUo/yTliGT5LVeU/s1600-h/differentweb1.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBgadKlYcI/AAAAAAAAAUo/yTliGT5LVeU/s200/differentweb1.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093677186177917378" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;creata da Doyle Dane Bernbach per il "Maggiolino" Volkswagen nel 1960, dove, come per Apple, le caratteristiche "negative" diventavano qualità positive). Un passaggio storico, con cui Apple, utilizzando un linguaggio alto, particolarmente ispirato, faceva l’elogio della differenza, dell’anticonformismo, della “follia” creativa che cambia il mondo (non a caso, la voce fuoricampo della versione italiana era di Dario Fo). Cercando nella storia di personaggi “folli” la propria legittimazione di &lt;span&gt;small&lt;/span&gt; e &lt;span&gt;different&lt;/span&gt; in un mercato viziato dal monopolio di attori pigliatutto come, per esempio, Microsoft. &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBgetKlYdI/AAAAAAAAAUw/L12IJk5-Zu0/s1600-h/differentweb2.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBgetKlYdI/AAAAAAAAAUw/L12IJk5-Zu0/s200/differentweb2.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093677259192361426" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Il film cominciava con le immagini di Einstein, Bob Dylan, Martin Luther King, Muhammad Alì, Lennon, Gandhi, artisti, scienziati, imprenditori "differenti", per far proprio il metodo dei geni ribelli che fanno progredire l’umanità, dei folli, degli anticonformisti, di chi non ama le regole, “specie i regolamenti”, dei piantagrane, di chi non ha “nessun rispetto per lo status quo”. Parole che oggi, con l'aria che tira, suonerebbero addirittura eversive e spedirebbero Steve Jobs dritto a Guantanamo. Ma, a parte l’ironia, chi, come noi che scriviamo queste righe, conosce bene la storia di Apple e utilizza da sempre i suoi prodotti, sa che quel “manifesto” del 1997 è stato generalmente rispettato.&lt;br /&gt;http://www.youtube.com/v/gLqqJDSWvyU&lt;br /&gt;http://youtube.com/watch?v=bPwv4MIHPcM&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBh1tKlYeI/AAAAAAAAAU4/sYwfOLzTtA4/s1600-h/pertinweb.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBh1tKlYeI/AAAAAAAAAU4/sYwfOLzTtA4/s200/pertinweb.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093678753840980450" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Ora, se il film di Apple era un vero “manifesto”, quello di Marchionne, in confronto, sembra un album delle figurine Panini. Una sequela retorica propria della pubblicità che fa finta di non fare pubblicità, e che si maschera di altro, di sociologismo, di campanilismo, di paternalismo e di altri ismi, soprattutto di qualunquismo, variando dal canto della sirena al trombone (senza offesa per il povero Ricky Tognazzi che fa da voce fuori campo); che fa un uso strumentale della cronaca italiana di questi ultimi decenni, &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBh69KlYfI/AAAAAAAAAVA/Aa933syhijo/s1600-h/toto.web.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBh69KlYfI/AAAAAAAAAVA/Aa933syhijo/s200/toto.web.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093678844035293682" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;accontentando tutti e nessuno, nascondendosi dietro carota e bastone, tra Bene e Male, tra Benemerita e quelli della P38, tra opposti estremismi e convergenze parallele; e che alla fine non dice niente, se non che è sul mercato un’altra city car che andrà a spargere benzene (anche se con emissioni drasticamente ridotte rispetto al bicilindrico della 500 progettata da Dante Giacosa nel 1957) e polveri sottili nell’aria che respiriamo. Perciò non si capisce quale filo leghi Falcone, la strage della stazione di Bologna, De Gasperi, Pertini, Valentino Rossi e tutti gli altri personaggi chiamati in causa per promuovere la nuova Cinquecento. Né dove si voglia andare a parare. Per non dire, poi, dell’incipit da illetterato: “La vita è un insieme di luoghi e di persone che scrivono il tempo. Il nostro tempo”. Avete mai visto qualcuno scrivere il tempo? E poi, diciamolo francamente, che brutta definizione della vita: così banale, così sciatta, così insignificante. Dato che l’esistenza è argomento ontologico per eccellenza, non sappiamo a quale categoria appartenga questa definizione: alla corrente del materialismo, a un programma di Piero Angela, a una canzone di Laura Pausini? E poi le persone, i luoghi... Ma dove avrà trovato l’ispirazione, il neo copywriter Marchionne? Nell’Atlante geografico De Agostini, forse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Aggiornamento.&lt;/span&gt; A qualche settimana dalla campagna di lancio, perciò un po' in ritardo, anche il settimanale &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Diario&lt;/span&gt; (numero del 27 luglio) si occupa del commercial, con un approccio puntiglioso e interessante. Lo segnaliamo, condividendo molte opinioni espresse nell'articolo: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il minuto e mezzo di spot è così moscio da essere privo di significato&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; (...). &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'ipocrisia di questo filmato pu&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;bblicitario è sconc&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ertante&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; (...).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;LA MOLTIPLICAZIONE DEI PANI E DEI PESCI? OGGI SI FA CON L’8xMILLE.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Maggio 2007)&lt;/span&gt; In questa particolare stagione che ha per confini la dichiarazione dei redditi e l’inizio delle ferie estive, la Chiesa cattolica rischia il ruolo di big spender tra altri importanti utenti pubblicitari come Telecom, Fiat, Barilla.&lt;br /&gt;In questi ultimi mesi, per la precisione dal mese di aprile, gli italiani hanno subito una martellante campagna per la promozione dell’8xmille da destinare alla Chiesa cattolica: nelle forme più tradizionali della pubblicità, come quella televisiva o sulla stampa, nella radio e nei new media, e in quelle più sfumate e collaterali, con manifestazioni di propaganda come il Family Day.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBwStKlYiI/AAAAAAAAAVY/iEsOYog1w9M/s1600-h/chiesamille1.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBwStKlYiI/AAAAAAAAAVY/iEsOYog1w9M/s200/chiesamille1.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093694645219975714" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Invasiva e persino irritante la pubblicità televisiva, prodotta dalla Saatchi &amp;amp; Saatchi con gli occhi rossi e il fazzoletto in mano, con autentici sceneggiati sullo stile “Don Matteo”: preti che salvano orfani e aspiranti suicidi, che redimono delinquenti e sconfiggono la malavita organizzata, che liberano i commercianti dal pizzo e dall’usura, che resuscitano i moribondi, costruendo una figura di sacerdote che incarna una personalità multipla in bilico tra l’ispettore Callaghan e l’antico medico di famiglia come quello paternalista, &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBwYNKlYjI/AAAAAAAAAVg/rwUGQIwBjjs/s1600-h/chiesamille2.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBwYNKlYjI/AAAAAAAAAVg/rwUGQIwBjjs/s200/chiesamille2.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093694739709256242" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;un po’ sciamano e un po’ dottore della &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Cittadella&lt;/span&gt; di Archibald Joseph Cronin.&lt;br /&gt;Il risultato di questa massiccia propaganda sarà un’enorme massa di denaro - a cui si aggiunge una cospicua percentuale della parte di chi non ha indicato la destinazione del proprio 8 per mille - che confluirà direttamente in quella banca vaticana che fu capeggiata a lungo dal cardinale Marcinkus, l’indimenticabile “banchiere di Dio”: l’Istituto Opere Religiose. Ma come verrà impiegata questa montagna di denaro? Peccato che l’ADUC, l’associazione utenti e consumatori (www.aduc.it), ricordi come soltanto una minima parte dell’incasso finisca in carità. In effetti, dando uno sguardo all’ultimo rendiconto, scopriamo che una parte andrà a ripianare i deficit delle diocesi, una parte verrà impiegata per il sostentamento di 39 mila sacerdoti, una parte finirà nelle attività finanziarie del Vaticano, in edilizia del culto, nei cosiddetti “beni culturali”, e poi nelle “varie &amp;amp; eventuali”.&lt;br /&gt;Nel capitolo “varie &amp;amp; eventuali” potrebbe aggiungersi, oggi, una spesa importante e non prevista. Da &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Repubblica&lt;/span&gt; del 15 luglio:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'arcidiocesi di Los Angeles ha accettato di pagare 660 milioni di dollari in indennizzi a 500 vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti cattolici, alcuni dei quali risalgono agli anni '40. Si tratta del più consistente risarcimento di questo tipo nella lunga catena di cause intentate negli Usa contro i preti pedofili e chi li coprì: ad ogni vittima andrà più di un milione di dollari. La prima udienza di fronte alla Corte d'Assise di Los Angeles era prevista per domani, ma l'accordo extragiudiziale pone fine alla vicenda. Dodici querelanti avrebbero accusato di molestie l'ex sacerdote Clinton Hagenbach, morto venti anni fa, ma l'obiettivo degli avvocati era di mettere l'arcivescovo di Los Angeles, il cardinale Roger Mahony, nell'imbarazzante posizione di dover testimoniare sulla risposta data dalla chiesa alle denunce di abusi ricevute tra gli anni '40 e gli anni '90. David Clohessy, direttore nazionale dello Snap, la rete che raccoglie le vittime degli abusi commessi dai sacerdoti, non vuole che l'attenzione dei media venga calamitata dalla consistenza dell'indennizzo. "Non è mai una questione di soldi", ha detto, "le vittime vogliono guarire, vogliono che venga impedito il ripetersi di cose simili, vogliono chiudere con il passato, vogliono che qualcuno sia chiamato a rispondere". Già nel dicembre scorso, l'arcidiocesi aveva sborsato 60 milioni di dollari per un accordo extragiudiziale con altre 40 vittime. L'arcidiocesi di Los Angeles dovrà vendere parte del patrimonio di 4 miliardi di dollari per pagare il risarcimento.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su quest’ultimo punto, i radicali nutrono qualche perplessità. “I cittadini, è bene che sappiano: buona parte del loro otto per mille destinato alla chiesa cattolica servirà quest'anno a pagare i rimborsi dei preti pedofili in America”: lo sostiene Michele Bortoluzzi, della Giunta nazionale dei Radicali italiani. “D'altronde, nel bilancio della chiesa come di qualsiasi altro ente o impresa - avverte Bortoluzzi - i soldi che escono sono composti dalla somma, indistinta, delle partite di entrata. Quindi anche dall'otto per mille. Credo che molti cittadini versino alla chiesa per aiutare le missioni in Africa o per sostenere il lavoro in Indonesia per i bambini dello Tsunami - conclude Bortoluzzi - ma è bene che sappiano, però, che quest'anno i loro soldi andranno a finanziare i danni ai bambini dei preti pedofili, e per evitare che le questioni diventino pubbliche e giudiziarie”.&lt;br /&gt;Ma è possibile che i radicali sbaglino. Ci sono diocesi proprietarie di notevoli patrimoni che, come dimostra il caso di Los Angeles, possono anche badare a se stesse. Per quanto riguarda l’Italia: malgrado i numerosi casi denunciati, malgrado l’ingente somma di denaro incassata attraverso l’otto per mille (l’Aduc stima una cifra di poco inferiore al miliardo di euro), non si ha notizia di risarcimenti da parte della Chiesa, che, difendendo con i denti l’istituzione, e soprattutto confidando in una giustizia sorda a questo genere di rivendicazioni, scarica abilmente il problema sulla responsabilità del singolo sacerdote.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;Aggiornamento.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;(&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ottobre 2007&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;)&lt;/span&gt; Cinque mesi dopo questo post, vi segnaliamo le inchieste di Curzio Maltese pubblicate su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Repubblica&lt;/span&gt;:&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/cronaca/conti-della-chiesa/conti-della-chiesa/conti-della-chiesa.html"&gt;Repubblica.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/cronaca/chiesa-commento-mauro/soldi-del-vescovo/soldi-del-vescovo.html"&gt;Repubblica.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/esteri/ue-ici-chiesa/ue-ici-chiesa/ue-ici-chiesa.html"&gt;Repubblica.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;amp;currentArticle=F6E56"&gt;Camera.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;GLI EUROPEI "VENGONO" INSIEME&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo visto su YouTube due dei 44 spot commissionati dalla Ue per la promozione della propria brillante attività:&lt;br /&gt;http://www.youtube.com/watch?v=koRlFnBlDH0&lt;br /&gt;http://www.youtube.com/watch?v=3kHoHH-05yI&lt;br /&gt;I due spot si assomigliano: nel primo (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Film lovers will love this!&lt;/span&gt;) si tromba, nel secondo (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Romanticism still alive in Europe's films&lt;/span&gt;) un po’ meno. L’idea è modesta: una selezione di spezzoni di film per promuovere il cinema europeo. Soprattutto il primo ha provocato molte polemiche. I conservatori hanno parlato di spot immorale, i progressisti e i cinefili hanno criticato la scelta dei film di riferimento, perché trascura gli esempi più nobili della tradizione cinematografica europea. Il primo spot è costruito su una sequenza di scene di sesso, con finto orgasmo finale e il payoff &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Let’s come together&lt;/span&gt; ("Veniamo insieme"). Più che uno spot, una barzelletta difficile da capire, con quel doppio senso da commediola pecoreccia.&lt;br /&gt;Il responsabile dell’iniziativa, la svedese Margot Wallström, vice presidente della Commissione europea incaricata delle Relazioni interistituzionali e della Strategia per la comunicazione, ha replicato all’accusa di volgarità tagliando corto: “È una questione di gusti”.&lt;br /&gt;Risposta antipatica. Esaminando il primo spot con prevalenza di posizioni non missionarie, gli unici gusti che si intuiscono sono quelli della disinvolta vice presidente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;DELL'ELOGIO O DEL "CROCKODILLO".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo letto, purtroppo con un certo ritardo (siamo gente mooolto slow), gli ultimi numeri de &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il latore della presente&lt;/span&gt;, dell'associazione dei creativi italiani (Adci). In particolare, quello del 29 maggio 2006, con la corrispondenza da Los Angeles di un giovane creativo italiano, Marco Cremona. Cremona è un copywriter, co-autore del memorabile film Telecom sulla "mancanza di comunicazione", purtroppo simile al film di Paul Arden girato per Telefonica. Il latore della presente ha chiesto al copywriter italiano, trasferito nella Y&amp;amp;R di Los Angeles, di raccontare le sue esperienze nella metropoli californiana, con delle corrispondenze diciamo a largo raggio, dalla qualità delle fotocopiatrici (presumiamo), alle novità in ambito pubblicitario. Ci ha colpito una descrizione, con un elogio curioso del padrone di casa:&lt;br /&gt;"Vi racconto delle due persone che più mi hanno colpito in questi primi sei mesi in agenzia. Una è il nostro CEO, Rick Eiserman. Ha 32 anni e avere un amministratore delegato così giovane è un segnale forte da parte dei vertici del network. Una scelta dinamica, fresca, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;croccante&lt;/span&gt;".&lt;br /&gt;È la prima volta che sentiamo di un Chief Executive Officer "croccante": a quando un Ceo con un cuore di panna?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;LA COOP SEI TU... TU... TU...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Maggio 2007)&lt;/span&gt; Abbiamo visto un annuncio, e anche un commercial...&lt;br /&gt;La Coop occupa un nuovo spazio: quello di operatore virtuale di telefonia mobile. Già da tempo venivano proposte le ricariche Tim marchiate Coop (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;cobranded&lt;/span&gt;) che si potevano prendere con i punti Coop: più che un commercio veramente redditizio, un altro modo per fidelizzare il cliente. Adesso, con &lt;span&gt;CoopVoce&lt;/span&gt;, il definitivo accordo con Telecom Italia fa di Coop uno dei primi MVNO (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Mobile Virtual Networ&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;k Operator&lt;/span&gt;) italiani. In realtà, c'è ancora un po' di confusione: per il momento, non si capisce se sarà più vicina al ruolo di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;En&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;hanced Service Provide&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;r&lt;/span&gt;, e se venderà servizi di telefonia così come oggi vende altri prodotti a marchio Coop.&lt;br /&gt;Intanto, ci si chiede se questo nuovo servizio porterà a una reale concorrenza e a una corposa diminuzione delle tariffe. Ma c’è chi ha esaminato la tariffa Coop, e la conclusione è deludente: non si riesce a vedere la convenienza di &lt;span&gt;CoopVoce&lt;/span&gt; rispetto alle proposte di altri competitors. Insomma, niente di nuovo. Non a caso, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il Sole 24 Ore&lt;/span&gt; titola: “Tariffe facili ma il risparmio non è scontato”. In particolare, nell’offerta Coop disturba lo scatto alla risposta (15 centesimi), anche se mitigato dall’offerta di un bonus pari al 20 per cento di ogni ricarica effettuata. “Limitandosi a prendere in considerazione la tariffa base senza bonus,” scrive &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il Sole&lt;/span&gt;, “Coop fa meglio di Tim; invece le proposte di Vodafone, Wind e Tre, sempre tra i piani tariffari a scatto, tenuto conto anche dei meccanismi di ricarica, risultano concorrenziali rispetto alla soluzione Coop”. Ma i sei milioni di soci Coop e familiari (18 milioni di potenziali clienti), a cui è destinata l’iniziativa, lo sapranno mai?&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBe_NKlYYI/AAAAAAAAAUI/ogmKn56mFcA/s1600-h/cooweb1.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBe_NKlYYI/AAAAAAAAAUI/ogmKn56mFcA/s200/cooweb1.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093675618514854274" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Da giugno, è on air anche la campagna pubblicitaria prodotta dalla Young &amp;amp; Rubicam, con un film di lancio sulle principali reti nazionali e una campagna stampa sui principali quotidiani nazionali (creatività di Dario Alesani e Umberto Mauri per la TV, e di Davide Breghelli e Mattia Peghin per la stampa, con la direzione creativa esecutiva di Aldo Cernuto e Roberto Pizzigoni). La campagna vuole far leva soprattutto sulla “novità” del servizio, mettendo l’accento su chiarezza, semplicità e convenienza, e su “tutte le garanzie Coop”, ma il risultato non appare così limpido.&lt;br /&gt;In primo luogo, l'enfasi sulle "garanzie": beh, non si vede perché gli utenti Carrefour siano, per dire, meno garantiti. E così quelli dei quattro gestori italiani. E la convenienza? Come è stato scritto, è tutta da dimostrare. E la presunta semplicità? Il fatto che &lt;span&gt;CoopVoce&lt;/span&gt; ti regali (si fa per dire) il 20 per cento di traffico telefonico ad ogni ricarica, aggiunge, insieme al peggior vizio dei gestori telefonici, cioè il famigerato scatto alla risposta, un’ulteriore complicazione nel calcolo della reale convenienza e nel confronto con altre tariffe. Piuttosto, ci riporta alla politica antipatica del 3x2 tanto in voga sino a poco tempo fa alla Coop, con la retorica infida del “più compri meno spendi”, che non rappresenta una chiara cultura del risparmio, ma ha una valenza fortemente consumistica.&lt;br /&gt;Anche un tentativo di critica estetica, se così si può dire, della campagna pubblicitaria, dà addito a molte perplessità. Sulla stampa, si mette l’accento sulla voce "nuova” della telefonia mobile. Ma non c’è rivoluzione. Semmai, ne viene fuori un annuncio da festival delle voci nuove di Castrocaro, un’Italietta d’altri tempi un po’ stupita dalle tecnologie rappresentate da una confezione di succo di frutta con latte. Però bio.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBfDNKlYZI/AAAAAAAAAUQ/uwHE1_DXEAg/s1600-h/cooweb2.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBfDNKlYZI/AAAAAAAAAUQ/uwHE1_DXEAg/s200/cooweb2.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093675687234331026" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Nel commercial, una casalinga entra in cucina, con un sacchetto della spesa che deposita stancamente sul tavolo. L’ambiente è piccolo, claustrofobico come in una stanza della RDT; ci fa pensare al microcosmo di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Good Bye, Lenin!&lt;/span&gt; La ripresa è fissa, statica, come negli esordi delle tv di quartiere. La casalinga sente lo squillo di un telefono che proviene dal sacchetto. Prende una scatoletta di sardine e l’avvicina all’orecchio: è il “telefonino” da cui proviene lo squillo. Entra in scena il marito, burbero, che la guarda severamente e le impone, senza dire una parola o almeno buongiorno, con un gesto sbrigativo, di dargli la preziosa scatoletta di sardine. L'idea è infantile e la scenetta atroce, almeno per il fatto che i soci Coop vengono percepiti come visionari, stravaganti, un po’ instupiditi dal logorio della vita moderna.&lt;br /&gt;È strano che la “rivoluzione” di una presunta liberalizzazione e maggiore concorrenza nei servizi della telefonia mobile venga annunciata, attraverso la sottocultura dei cibi pronti e delle conserve, in modo così dimesso, triste, sottotono. È deludente che Coop si rappresenti in modo così sciatto, senza neanche differenziarsi - sul piano dell’informazione, dove si limita a suggerire di “scoprire” &lt;span&gt;CoopVoce&lt;/span&gt; nei punti vendita, neanche fosse una caccia al tesoro - dalle banali commediole pubblicitarie degli altri operatori. Ma la forma stravagante rivela la debole sostanza: la “novità” non ha portato niente di rivoluzionario. Del resto, sembra impossibile che i gestori della telefonia - a cominciare da Tim - rinuncino ai loro privilegi, tra cui quello di spremere off limits gli utenti: difficile, in questo contesto di vacche grasse, che un operatore virtuale faccia meglio dell’esoso gestore. Se questo, poi, è l’effetto delle liberalizzazioni di Bersani, segnalategli tutta la vostra delusione. Sempre che sia raggiungibile, e a meno che non vi risponda un segnale di occupato: la Coop sei tu... tu... tu...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBfItKlYaI/AAAAAAAAAUY/GJPKL3Q1Wbg/s1600-h/locandinaweb.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBfItKlYaI/AAAAAAAAAUY/GJPKL3Q1Wbg/s200/locandinaweb.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093675781723611554" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;QUANDO COOP LA SA LUNGA&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;E poi abbiamo visto il film &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Come l'ombra&lt;/span&gt; all'Anteo di Milano...&lt;br /&gt;La trama del film di Marina Spada, così come l'abbiamo letta prima di andare al cinema: " Claudia vive sola a Milano, dove attende un'occasione. Di giorno lavora in un'agenzia di viaggi e la sera studia russo. Attratta dal suo nuovo insegnante ucraino lo invita a cena e tenta un approccio. Boris, scostante e misterioso, si sottrae al suo bacio maldestro, rendendosi poi irreperibile. Alla vigilia della partenza estiva per la Grecia, l'uomo si affaccia nuovamente nella sua vita per chiederle di ospitare qualche giorno la cugina Olga, che viene dall'Ucraina. Le loro solitudini si trasformeranno in un'amicizia profonda. Un fatto tragico e inaspettato la spingerà finalmente ad agire".&lt;br /&gt;E dài, dài, cúnta sú, insomma il film racconta una storia di solitudine a Milano. Si è detto che il cinema di Spada "è un cinema di silenzi, di tempi meravigliosamente morti, di riti e gesti ripetuti". Vero. Tanto che all'inizio, con quell'inquadratura interminabile e fissa sul grigio di Milano, ci è venuto da scappare via. Poi, se pensi che hai pagato il biglietto e ti armi di molta pazienza, il film diventa anche interessante. E siccome il terzo personaggio di questo film è proprio Milano, dopo la proiezione ti pulsa nel cervello una domanda angosciante: "Che ci faccio qui?". Ma non è la Milano di facciata della Moratti col tailleurino verdolino: è il vero paesaggio urbano globalizzato della solitudine, squallido, di un ammasso di strade e cemento in cui è difficile per una persona mentalmente sana integrarsi, condividere.&lt;br /&gt;Ma c'è una cosa curiosa che ci ha colpito. Nelle riprese, nello squallore del paesaggio, schizza spesso l'insegna dell'Esselunga. Si dirà: per forza, perché la protagonista abita davanti a quel supermercato. Poi leggiamo, in una recensione, che "come nel cinema di Antonioni, la donna diventa il filtro della crisi, capace di recepire l'inquietudine dei tempi e di farsi carico della consapevolezza della solitudine e dell'incomunicabilità delle relazioni umane. Quelle che esistono dietro le nostre finestre, lungo i binari delle stazioni metropolitane, tra le architetture decadute della città, sotto le insegne luminose dell'Esselunga".&lt;br /&gt;Alla fine, non ne viene bene Milano, certo, ma neanche l'Esselunga, poverina. Poi, alla fine del film, nei titoli di coda, tra i ringraziamenti eccetera, scorgiamo una coop. Ma sarà un caso? Ah beh, sì beh.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBcHdKlYVI/AAAAAAAAATw/7FdFIrdr8Sg/s1600-h/arcawe.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBcHdKlYVI/AAAAAAAAATw/7FdFIrdr8Sg/s200/arcawe.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093672461713891666" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I BISOGNI DEGLI ITALIANI.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo visto un annuncio. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sa l'ha vist cus'è?&lt;/span&gt; Insomma, abbiamo visto un annuncio stampa...&lt;br /&gt;Si parla molto di pensioni. Ma si parla anche di fondi pensione. Nel mese di giugno, gli italiani si sono impegnati nella scelta della destinazione del TFR: scelta difficile, perché significa scommettere sul benessere futuro. Non tutti hanno letto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La pensione tradita&lt;/span&gt; di Beppe Scienza (Fazi Editore), e così gli italiani inconsapevoli del fatto che un onesto gruzzolo lo si può ottenere anche stando fermi, cioè tenendo il Tfr in azienda, sposteranno una bella somma di denaro nell'industria del risparmio gestito e nei fondi pensione dei sindacati, "gli unici", secondo Beppe Scienza, "a essere matematicamente certi di trarre vantaggio dal trasferimento del Tfr alla previdenza integrativa dei fondi pensione"".&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBcutKlYXI/AAAAAAAAAUA/OmydY88DDMY/s1600-h/WCuomi2.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBcutKlYXI/AAAAAAAAAUA/OmydY88DDMY/s200/WCuomi2.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093673136023757170" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Comunque, in questo periodo, sono molti i money managers e le società finanziarie impegnati ad attirare l’attenzione dei lavoratori, anche attraverso la comunicazione pubblicitaria. Tra le tante proposte, abbiamo notato questo annuncio per la promozione di un fondo pensione aperto di Arca Sgr comparso sulla stampa quotidiana e prodotto dall'agenzia Armando Testa. &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBcptKlYWI/AAAAAAAAAT4/bAPkGDECfes/s1600-h/WCuomi.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBcptKlYWI/AAAAAAAAAT4/bAPkGDECfes/s200/WCuomi.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093673050124411234" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;L'headline dice: “Se così tanti italiani ci affidano il loro TFR, è perché abbiamo una soluzione per tutti”. Curioso il visual, dove la moltitudine di italiani viene rappresentata dalla moltiplicazione di un simbolo conosciuto in tutto il mondo: l’omino che, nei luoghi pubblici, generalmente indica la toilette. Sarà un incolpevole riferimento ai nuovi “bisogni” degli italiani? Chissà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;LA PUBBLICITÀ COL CIECO? GIÀ VISTA.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo visto lo spot della Alfa Brera. Una giovane donna con occhiali scuri procede dentro un elegante paesaggio urbano. La donna appare misteriosa. Cammina. Si ferma. Sorride mostrando un certo godimento. Sente, percepisce qualcosa di indefinito. Chissà, forse un odore, forse un suono, ma lo spettatore non percepisce il minimo rumore. &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBantKlYTI/AAAAAAAAATg/JoOg4cwzBk8/s1600-h/alfabrera.web.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBantKlYTI/AAAAAAAAATg/JoOg4cwzBk8/s200/alfabrera.web.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093670816741417266" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Sinché si scopre che la giovane donna avanza col bastone dei ciechi, mentre vicino a lei transita un’elegante Alfa Brera, evidentemente dotata di buone sospensioni. Il commercial finisce con un semplice: “La bellezza si sente”.&lt;br /&gt;La cosa buffa è che gli stessi direttori creativi di Alfa Brera - diversi anni fa, e in un’altra agenzia - avevano tenuto a battesimo un’altra pubblicità con dei protagonisti non vedenti: si trattava di una campagna stampa per Artemide, che fa lampade.&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBastKlYUI/AAAAAAAAATo/yjlOa2blas0/s1600-h/artemidweb.jpg"&gt;&lt;img src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RrBastKlYUI/AAAAAAAAATo/yjlOa2blas0/s200/artemidweb.jpg" alt="" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5093670902640763202" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;L’idea di sorprendere avvicinando un cieco a un oggetto d’uso quotidiano (come un'automobile, come una lampada) che necessita di un fruitore dotato del senso su cui ci basiamo maggiormente nella nostra percezione, cioè la vista, può piacere o meno. In ogni caso, che il déjà vu sia un evento tutt’altro che raro in pubblicità, lo sanno anche i ciechi. E - lo diciamo per evitare spiacevoli discriminazioni - probabilmente anche i sordi.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Riki, Tiki e Tavi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-3426561148657303317?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/3426561148657303317'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/3426561148657303317'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2007/12/ah-beh-s-beh.html' title='(2007) Ho visto un re. Ah beh, sì beh...'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1xLzJ-fynI/AAAAAAAAAso/FTRSHz_Jeyc/s72-c/macpubw.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-102859776675076491</id><published>2007-11-08T10:23:00.002Z</published><updated>2008-03-04T12:03:55.344Z</updated><title type='text'>Jools, ovvero l'album delle fotografie del Sessantotto</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RzLpbbpWm0I/AAAAAAAAAr4/UejraMvbEKk/s1600-h/julie1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RzLpbbpWm0I/AAAAAAAAAr4/UejraMvbEKk/s320/julie1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5130419583015361346" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RzLpQbpWmzI/AAAAAAAAArw/ilY_3qgJXWk/s1600-h/julie2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RzLpQbpWmzI/AAAAAAAAArw/ilY_3qgJXWk/s320/julie2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5130419394036800306" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Novembre 2007)&lt;/span&gt; Ho visto una foto. E ho capito che l’orologio più sincero non è un Patek Philippe comprato da un gioielliere o un Casio pescato in una bancarella, ma l’album delle fotografie:  le lancette dell’orologio passano, le fotografie restano.&lt;br /&gt;Girando nella Rete, ho visto per caso una foto di Julie Driscoll - come dire - allo stato attuale. Julie, detta Jools, era il mio grande amore immaginario ai tempi del ‘68, quando c'era chi giocava alla rivoluzione e si impegnava, e io, che ero ancora un ragazzino e soprattutto troppo pigro per la rivoluzione, invece giocavo al Rhythm and Blues e con tutto ciò che gli assomigliava. Un’epoca schizofrenica, in lotta tra pesantezza e leggerezza, tra opposti estremismi della pancia e del cuore, del credo e del non credo. La cupezza di piombo degli anni che seguirono al '68, oggi mi viene ricordata dai leaderini politicosi e dai loro sosia trasferiti nelle televisioni, nel mondo dell’editoria, nel parlamento, dove hanno conservato i colori originali anche se sbiaditi dal tempo, o dove hanno cambiato casacca a seconda delle convenienze o delle coincidenze. Impressionante? Insomma, sì e no. Voglio dire che fa una certa impressione ricordare quel ciccione che menava e correva a Valle Giulia, e che oggi fa il suggeritore di Berlusconi e tiene in mano l’informazione politica serale a La 7. Oppure ricordare quello che tirava pietre dal podio di Lotta Continua e che oggi non sa a chi indirizzare le sue prediche complicatissime, se su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Repubblica&lt;/span&gt; o sul &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Foglio&lt;/span&gt; o su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Panorama&lt;/span&gt;. Ma la musica no, la musica era un’altra cosa. Quelle erano persone cupe, e oggi sono presenze altrettanto cupe, fastidiose, anche se mi consola sapere che, se le credenze e le ideologie svolazzano con i loro tazebao e poi vanno a morire insieme alle tessere di partito, la musica invece resta. E nella musica - non nel gracchiante &lt;span style="font-style: italic;"&gt;noise&lt;/span&gt;, nel rumore di fondo della politica senza novità dei nipotini molto meno stravaganti dei loro nonni don Camillo e Peppone - c’è la leggerezza di quegli anni ambulanti tra il pacifismo dei figli dei fiori e il rock cosiddetto progressivo e spesso aggressivo: la creatività liberata sino all’eccesso, la trasgressione, la teatralità, la satira, una risata vi seppellirà, l’esplorazione della coscienza, perché no, anche per via “psichedelica”. Ma soprattutto la musica e i suoi personaggi, demoni del palcoscenico, angeli dei nostri giradischi.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RzLlcrpWmpI/AAAAAAAAAqk/5yXruw3cpAk/s1600-h/juli4web.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RzLlcrpWmpI/AAAAAAAAAqk/5yXruw3cpAk/s320/juli4web.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5130415206443686546" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Un personaggio interessante che rappresenta bene la bellezza di quegli anni è, appunto, Julie Driscoll, vocalist di talento, affascinante protagonista della scena musicale inglese. Una protagonista quasi per caso. Secondo la leggenda, Brian Auger - personaggio a noi molto noto, forse anche per il fatto che ha sposato una cagliaritana, ma soprattutto perché, come disse bene Hancock, è da sempre “one of the best Hammond B-3 artists” - cercava, mentre correva l’anno 1967, una cantante per il suo gruppo. Giorgio Gomelsky, proprietario dell’etichetta &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Marmalade&lt;/span&gt;, gli suggerì di provare la sua segretaria Julie. Un suggerimento o una divinazione, non si sa; ma, grazie a Gomelsky e Auger, tutti potemmo ascoltare quella voce così aggraziata e insieme dura, matura eppure acerba, educata ma spontanea, bluesish e psichedelica. Una bella, fantastica miscela, che fece di Julie Driscoll, non solo una cantante di rilievo, ma anche un personaggio da copertina, esaltato da &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Elle&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Vogue&lt;/span&gt;, per via della sua minuta bellezza: la mod-queen, la reginetta della Swinging London.&lt;br /&gt;Bella favola. Ma la verità è che a Gomelsky dobbiamo qualche benefica scossa nella scena inglese tra il 1962 e il 1967. Non per niente, se andiamo a controllare gli album di quegli anni praticamente dispersi negli angoli più polverosi della nostra discoteca, vediamo spuntare Gomelsky come figura di producer e jazz promoter di larghissime vedute: mettere insieme gente come Clapton, Ginger Baker e Dick Heckstall-Smith, Jack Bruce e Alan Skidmore, Jimmy Page, Brian Auger e persino Rod Stewart, significa assistere a un discreto piccolo bang della musica Pop. Né so se la giovane Driscoll fosse realmente la “segretaria” di Gomelsky: i miei ricordi cominciano dai tempi del supergruppo di british blues Steampacket, e siamo intorno al '65, dove giravano nomi come Long John Baldry, Rod Stewart, Brian Auger e la nostra Julie, appunto.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R0YT5lvcMqI/AAAAAAAAAsQ/ynXHirqwiXs/s1600-h/stempecaw3.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R0YT5lvcMqI/AAAAAAAAAsQ/ynXHirqwiXs/s320/stempecaw3.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5135814305167192738" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Nel grande movimento di quegli anni, Brian Auger è una figura molto originale. Musicista coraggioso, in piena epoca di coretti e Beatlemania, lui fonda un quintetto jazz (con McLaughlin), poi lascia il piano e passa all’Hammond. E qui è necessaria una piccola celebrazione. Perché non possiamo scivolare con non chalance sul ruolo di uno strumento fondamentale come l’organo nella musica Pop, oggi caduto in disuso con il diffondersi dei computer e degli strumenti MIDI. Ruolo di prezioso tappeto sonoro su cui i poppers osservavano la cerimonia del tè e del narghilè. Un fiume tranquillo da cui staccarsi, di tanto in tanto, per sperimentare, avventurarsi negli impetuosi affluenti, alla ricerca di altre sorgenti del suono.&lt;br /&gt;L’organo è il filo conduttore, la voce narrante, il “chiamatemi Islaele” di un’epopea. E vogliamo esagerare: che cosa sarebbe della leggenda dei Pink Floyd senza il primo Farfisa Compact Duo, e poi l’Hammond M100 e l’amato C-3 di Richard Wright? Da - citiamo a caso - &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Little by Little&lt;/span&gt; degli Oasis, a &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Downtown Train&lt;/span&gt; di Tom Waits, a &lt;span style="font-style: italic;"&gt;This Love&lt;/span&gt; dei Maroon 5, non c’è un episodio di successo o significativo della musica Pop (certo, a parte Hendrix, ma lui era un marziano, e a parte quell'altra formazione classica del rock ritmica + chitarra ben collaudata dai Cream) in cui non si possa riconoscere quel timbro caratteristico, portante. Ma l’episodio più curioso riguarda uno dei brani di svolta e perciò più importanti di tutta la musica Pop, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Like A Rolling Stone&lt;/span&gt; di Bob Dylan. Il brano era stato concepito, in origine, con tempo di valzer, e poi modificato in 4/4. Dylan fece le prime registrazioni nel mese di giugno del 1965, con Tom Wilson come produttore, e con i musicisti Mike Bloomfield, Paul Griffin, Josef Mack, Bobby Gregg e il chitarrista Al Kooper come “osservatore”. Durante le session, il tastierista Griffin lasciò l’organo per passare al piano. Kooper, che era un chitarrista abbastanza onesto da riconoscere la superiorità di Bloomfield, all’inizio si limitò al ruolo passivo di osservatore. Poi, approfittando di una breve assenza del producer Wilson, sgattaiolò verso l’Hammond B-3, che in precedenza aveva suonicchiato in rare occasioni, e aggiunse la parte che tutti conosciamo. Ritornato in studio, Wilson non prese per niente bene l’iniziativa di Kooper. Quando Dylan disse a Wilson di tirare su il volume dell’organo, Wilson replicò: "Hey man, that cat's not an organ player!”. E Dylan, che cominciava a scocciarsi dei pregiudizi di Wilson nei confronti di Kooper, ordinò in modo piuttosto ruvido: "Hey, now don't tell me who's an organ player and who's not... Just turn the organ up!”. E così Kooper diventò ufficialmente "organ player". E, come scrivono i libri di storia del Pop, “a classic rock organ part was born”.&lt;br /&gt;Difficile e complicato elencare tutti i protagonisti della lunga avventura di questo magnifico strumento. Ma, tralasciando i languori di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;A Whiter Shade of Pale&lt;/span&gt; (sempre di Hammond si trattava, comunque), potremmo cominciare dal Memphis Sound di Booker T. e della sua &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Green Onions&lt;/span&gt; che ancora oggi viene celebrata negli stacchi pubblicitari (e siamo nel Terzo millennio, niente male), passando attraverso l’entusiasmo e la forza del giovane Winwood, il progressive rock dei Quatermass o le rozze banalità dei Grand Funk, e poi le raffinatezze degli Yes, il pop "sinfonico", i Nice di Emerson (altro grande innovatore: a lui si devono le modifiche tecniche “storiche” sull’Hammond C-3), per finire nella sordina degli ultimi episodi belli, un po’ nostalgici, di Georgie Fame, uno dei nostri preferiti (quando suona, non quando canta), nei CD di Van Morrison degli anni Novanta, come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Hymns To The Silence &lt;/span&gt;&lt;span&gt;oppure &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;How Long Has This Been Going On&lt;/span&gt;, tanto per citare. La fine, il canto del cigno? Ci sembra di trovare il simbolo della fine di un'epoca in Billy Preston che suona, prima di scomparire, nel più recente &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Danger&lt;/span&gt; di Clapton e Cale, che non a caso gli dedicano tutto il CD. Ascoltarlo, così guizzante, puntuale e misurato sull'Hammond, provoca un’inevitabile, piccola commozione, perché suona con la discrezione di un addio, di un vero “inno al silenzio”.&lt;br /&gt;In questo lungo corso di uno strumento così caratteristico, Brian Auger, con il suo jazz rock tendente all'heavy, e attraverso l'eredità di Horace Silver e di Jimmy Smith, aggiunge un contributo importante. Lui era il comandante titanico, personalità forte, persino invadente. Ma così tenero da concedere alla giovane Julie Driscoll frasi da innamorato pazzo come "the best white female singer", e la libertà di digressioni e variazioni infinite. Variazioni che hanno accompagnato poi Driscoll in tutta la sua avventura musicale, sino ai giorni nostri (tra l'altro, ricordo che l'anno scorso è uscita la ristampa in CD, con adeguata rimasterizzazione, di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;1969&lt;/span&gt;, l'album che Driscoll incise dopo l'abbandono dei Trinity di Auger, e che segnò l'inizio del lungo rapporto artistico e sentimentale con Tippett). Altro che “mod-queen” e “reginetta della Swinging London”. Ammesso che lo sia stata, sembra chiaro che Julie non ha cavalcato a lungo quella situazione, cambiando strada radicalmente, esplorando con una buona dose di coraggio certe vie musicali meno scontate e ben più ostiche del facile &lt;span style="font-style: italic;"&gt;soul&lt;/span&gt; di matrice inglese: ascoltare uno dei brani che la portarono al successo come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;The Wheel's on Fire&lt;/span&gt;, e poi confrontarlo, che so, con i tormenti di  &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Couple In Spirit&lt;/span&gt;, può essere traumatico. Per fortuna, in mezzo c'è anche il ritorno con Auger, e le belle interpretazioni di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Rope Ladder to the Moon&lt;/span&gt; di Jack Bruce o di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Don't Let Me Be Misunderstood&lt;/span&gt;. E molto, molto di più.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RzLm-bpWmsI/AAAAAAAAAq8/ZdaB0rxjsYs/s1600-h/juli6web.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RzLm-bpWmsI/AAAAAAAAAq8/ZdaB0rxjsYs/s320/juli6web.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5130416885775899330" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Quando l’ho conosciuta fuori contesto, cioè fuori dalla carta patinata, quindici anni dopo, ho conosciuto una personalità limpida. Aveva affrontato con risultati eccellenti altre avventure musicali, da sola o con musicisti di rango come Wyatt e Carla Bley, ed era sposata con il pianista Tippett, di cui aveva assunto il cognome, quasi come per liberarsi una volta per tutte del passato di donna-copertina. In quel periodo andava avanti con sperimentazioni spinte, faceva concerti per intimi, specie di mantra, suoni vibrazionali, musica improvvisata dopo essere passata nel gorgo del Free, insomma una palla mostruosa. Con quei concerti non facevano più di trenta persone di pubblico pagante. Venti andavano via dopo un quarto d’ora, nove si addormentavano, e l’ultimo diceva: però, forse è stato interessante. Ma, come è noto, un artista che si mette in gioco, che sperimenta e rischia e si mette in discussione, è sempre in volo, tra alti e inevitabili bassi.&lt;br /&gt;Ricordo quell’incontro alla fine del concerto. Il marito era antipatico, scontroso. Eccellente pianista e compositore (lo ricordavo ai tempi dei King Crimson e di Centipede), forse era soltanto nervoso perché gli avevano dato un pianoforte un po’ scordato: tanto, avevano forse pensato i volenterosi organizzatori (che tra l'altro erano dei miei cari amici, e oggi ricordano quell'evento con una bella dose di incazzatura), a che gli serve un piano accordato, con quello che fa? E comunque io ero davanti alla mia affascinante ex reginetta: di Tippett, quell’antipatico valente pianista-compositore diventato forse un po’ troppo eccentrico, non me ne importava un bel niente. Perciò, quando li intervistai, io giovane carogna, la prima domanda che feci a Tippett fu qualcosa del tipo: “Come va a soldi?”. Il pianista scontroso per poco non mi ruppe il muso e se ne andò imprecando. Così passammo il resto della serata, finalmente, a sentire Jools, che parlava di musica, di scelte coerenti, di condizione della donna nell’ambiente musicale inglese, di cose quotidiane e ordinarie, di piatti da lavare, con una serietà impressionante. Il mio grande amore immaginario era una modesta persona che non trovava differenza tra leggere ieri il proprio nome su &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Vogue&lt;/span&gt;, e leggerlo in seguito sulle bollette del gas.&lt;br /&gt;Le cronache dicono che oggi Julie continua “to be active in music education”, semplicemente: continua la sua ricerca nell'intimo della propria voce, cercando la sorgente, sottoponendola a una rigida educazione e poi liberandola da tutti i vincoli. La collaborazione con Keith Tippett ha raggiunto una coesione che sembra perfetta; le loro ultime performance nei festival di jazz vengono accolte con la rispettosa attenzione che viene riservata ai musicisti più maturi, coerenti nelle loro sperimentazioni. E ora che rivedo queste fotografie raccolte qui e là, questo implacabile orologio del tempo, mi viene da pensare a quelle persone che mantengono una loro coerenza sino alla fine. Perché le belle persone restano belle per sempre. Quelli degli slogan sono rimasti imprigionati nelle loro stesse parole, quelli della musica non hanno finito ancora di volare. Chi era incendiario è diventato pompiere, chi era Julie è rimasta Julie.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;G. G.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;A PROPOSITO DI SESSANTOTTO: È LA POLITICA CHE NON HA CAMBIATO NIENTE, O È LA MUSICA CHE HA CAMBIATO TUTTO?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;Dear Mr. Fantasy, play us a tune&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; Something to make us all happy&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; Do anything to take us out of this blue&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; Sing a song, play guitar, make it snappy&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; You are the one who can make us all glad&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; But doing that, you break down in tears&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; Please don't be sad, if it was a straight life you had&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; We wouldn't have known you all these years&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1VCGZ-fylI/AAAAAAAAAsY/CCLbpKao1h0/s1600-h/dylRol1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R1VCGZ-fylI/AAAAAAAAAsY/CCLbpKao1h0/s200/dylRol1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5140087227532954194" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Nella mia cittadina c'era una rivendita di dischi nella strada principale, quella dedicata al passeggio. Che poi era la strada dove abitavo. Ma, in realtà, non era un vero negozio di dischi: era un negozio di elettrodomestici con un angolo dedicato ai dischi.&lt;br /&gt;Un pomeriggio Pesciolino mi fa: "Accompagnami, vado a prendere un disco". Lo accompagno, entriamo nel negozio, e Pesciolino comincia a sfogliare qualche fila di 45 giri. Sfoglia e risfoglia, alla fine sceglie due 45 giri. Li guardo, gli dico: "Pesciolino... ma hai preso due copie dello stesso disco!". Lui mi guarda con sufficienza e dice: "E allora? Uno lo conservo, l'altro lo ascolto". Era &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Like a Rolling Stone&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Da allora, sono passati molti anni. Altro secolo, altro millennio. Quell’immagine di un amico che compra due 45 giri della stessa canzone era una specie di foto ingiallita sepolta nel cassetto dei ricordi, sinché non succede questa cosa strana. Succede che la mia vicina di casa affitta il suo appartamento a due ragazze. E queste ragazze, un giorno, sparano della musica a un volume così alto, che sento distintamente i brani attraverso il muro. Ora, quando qualcuno fa casino, mi capita di intervenire per fare rispettare una delle regole che preferisco del condominio: quella del silenzio. In quel caso, invece, lascio perdere. Perché? Perché succede una cosa strana. Succede che le ragazze ascoltano Bob Dylan. E, insomma, su Dylan non posso mica infierire. Riconosco &lt;span style="font-style: italic;"&gt;I Want You&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Just Like a Woman&lt;/span&gt;. E naturalmente &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Like a Rolling Stone&lt;/span&gt;. Insomma, passano da &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Highway 61 Revisited&lt;/span&gt; a &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Blonde on Blonde&lt;/span&gt; in un attimo. Voglio dire: stiamo parlando di cose di quarant’anni fa. E ho l’impressione che le abbiano scoperte adesso. Perché le ascoltano e le riascoltano a più riprese, soprattutto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Like a Rolling Stone&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;I Want You&lt;/span&gt; (e per fortuna dimenticano &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Desolation Row&lt;/span&gt;:&lt;span style="font-style: italic;"&gt; &lt;/span&gt;non che mi dispiacesse, allora; però, diciamo che con il tempo abbiamo dato spazio a un po' più di ottimismo).&lt;br /&gt;Sorpreso? Non proprio. Anzi, così sento meno il peso degli anni. Perché quella musica, quando passa attraverso questi ragazzi, si rigenera. Ho scoperto che alcuni brani di Dylan, come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Like a Rolling Stone&lt;/span&gt;, sono nella playlist preferita di mio figlio, che sta uscendo dall’adolescenza. Ti aspetteresti di trovare, che so, Rihanna, al limite Feist, persino gli Air, gli LCD Soundsystem, gli Arctic Monkeys, e questi che fanno? Ascoltano Dylan. Che c'è di strano? C'è di strano che queste ragazze e mio figlio ascoltano la mia musica; mentre io, alla loro età, non ascoltavo la musica di mio padre...&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic; font-weight: bold;"&gt;(Continua)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-102859776675076491?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/102859776675076491'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/102859776675076491'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2007/11/jools-ovvero-lalbum-delle-fotografie.html' title='Jools, ovvero l&apos;album delle fotografie del Sessantotto'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RzLpbbpWm0I/AAAAAAAAAr4/UejraMvbEKk/s72-c/julie1.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-4244385323068369339</id><published>2007-10-02T13:12:00.000+01:00</published><updated>2007-11-22T11:02:51.738Z</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwJEqQUO2LI/AAAAAAAAApc/SZdL5ZOSv3o/s1600-h/confe1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwJEqQUO2LI/AAAAAAAAApc/SZdL5ZOSv3o/s400/confe1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116727619371325618" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nel 1876, il criminologo Cesare Lombroso, dopo aver compiuto ce&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ntinaia di autopsie su uomini e animali, e dopo aver esaminato centinaia di crani di delinquenti, scopre che, sia in alcuni animali inferiori, sia in c&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;erti cri&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;m&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;in&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ali, è presente una fossa &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;nell’occipite: u&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;no dei segni morfologici che rivelerebbero il criminale nato.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;C&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;esare&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; Lombroso, ritenendo che alcuni parametri fisiologici, come ritmo car&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;diaco e &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;del respiro, sudorazione e pression&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;e arteriosa, po&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ssano dimostrare se &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;un individuo stia mentendo o men&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;o, inventa anche la macchina della verità.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La macchina d&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;e&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;lla verità sarà ul&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ter&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;iormente svilu&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ppata dall’am&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ericano Leonard Keeler, verrà usata per la prima volta in t&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;rib&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;una&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;le nel 1935, e si rivelerà utile per chi decide di “cantare”. &lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nello stesso anno, per pura coincidenza, l’ingegnere John Laurens Hammond &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;inv&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ent&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;a l’organo&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; Hammond: il primo organo elettrico moderno, destinato ad accompagnare&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;, con timbro inconfondibile, molti cantanti di jazz e di musica popolare tra gli anni ‘40 e ‘60.&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwJG8wUO2MI/AAAAAAAAApk/vVLmyp-Mp74/s1600-h/confe16.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwJG8wUO2MI/AAAAAAAAApk/vVLmyp-Mp74/s200/confe16.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116730136222161090" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwN9KQUO2OI/AAAAAAAAAp0/v5fFgsmVtz4/s1600-h/conf2we2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwN9KQUO2OI/AAAAAAAAAp0/v5fFgsmVtz4/s200/conf2we2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5117071216755005666" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Mi ricordo che a mio cugino, già da piccolo, tutti dicevano... Fenuto cu la capa! Scasciavarlire! Ruospo! Ciuto! Ndfuto!&lt;br /&gt;Ma non è vero niente che già da piccolo era un po’ mafioso, cafone, scansafatiche e scemo. Altrimenti, adesso non sarebbe quello che è: assessore regionale ai Lavori pubblici e sindaco del nostro paese. Insomma, un uomo impurtante (anche se, quando passa, si sente una feta di musca...).&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI8ZAUO2CI/AAAAAAAAAoU/UQfOBaUZyaE/s1600-h/confe10.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI8ZAUO2CI/AAAAAAAAAoU/UQfOBaUZyaE/s200/confe10.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116718526925559842" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;È che da un po’ di tempo è nel mirino dei soliti maligni: almeno mirassero giusto! Ma non è vero niente di tutto quello che dicono: in tutta la sua vita non ha ricevuto neanche un centinaio di avvisi di garanzia, saranno 99 al massimo. Che non vuol dire niente: è come ricevere le bollette del gas. E poi è più protetto lui di chi persica col preservativo.&lt;br /&gt;E non è assolutamente vero che è camorrista. No. È mafioso da sempre. E mai tradirà i suoi ideali, neanche per una scafaria. Voi lo sapete che qui siamo nel regno della camorra, ma mio cugino è un uomo generoso e temerario che ha sempre lottato per i diritti delle minoranze. Non è stato facile e ci sono stati parecchi battibecchi. Adesso hanno deciso che ogni 19 luglio si vedono tutti, compreso il capo dei pompieri, per il compleanno di mio cugino e si dividono la torta: una fetta a uno, tre fette all’altro, cinque fette all’altro ancora. ‘O pompiere ha l’incarico di spegnere le candeline. E il piatto lo fanno leccare alla manovalanza.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI30gUO14I/AAAAAAAAAnE/yzxFmP-s3Qc/s1600-h/confe7.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI30gUO14I/AAAAAAAAAnE/yzxFmP-s3Qc/s200/confe7.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116713501813823362" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Infatti egli è un uomo altruista. Mi ricordo, da ragazzo, quando ha cavato gli occhi a nostra cugina. Isso l’aveva fatto solo perché aveva appena accoltellato il padrone del bar milord che non gli aveva ancora pagato il pizzo. C’era ‘nu poco di sangue, ed è per questo che mio cugino ci ha cavato gli occhi a nostra cugina: non perché non testimoniasse, no di certo, ma perché quella mbirducuta non vedesse chisso brutto spettacolo, assai sconveniente per una giovane creatura!&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI4QgUO15I/AAAAAAAAAnM/TPKo-NkB6_I/s1600-h/confe8.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI4QgUO15I/AAAAAAAAAnM/TPKo-NkB6_I/s200/confe8.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116713982850160530" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Isso è ben voluto da tutti perché a lui ci è stato sempre naturale ottenere il consenso: è così simpatico che soltanto a lui ci arrivano stanziamenti pubblici, appalti, subappalti, tangenti, rolex, mitragliatori Kalashnikov e Thompson, rivoltelle a tamburo Smith e Wesson calibro 38 special, bombe a mano, donne, coca e altre forme di stima.&lt;br /&gt;È anche spiritoso. Ero presente e posso testimoniare quando a un uomo politico molto, ma molto più importante di lui, il nome non ve lo posso dire ma se volete ve lo scrivo, ci ha detto: “La conoscete la differenza tra auto blu e rosso Ferrari?”. E gli ha mollato cinquecentomila euro sull’unghia. &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwODSAUO2PI/AAAAAAAAAp8/8uEKL7BMC-s/s1600-h/confe5x.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwODSAUO2PI/AAAAAAAAAp8/8uEKL7BMC-s/s200/confe5x.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5117077946968758514" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Quello gli ha detto: “Miii... peccato che sono daltonico. Però li accetto volentieri, ma per darli in beneficenza alla ricerca sulla dinervazione lambdoidale del salnitraio”. Che cazzo di malattia è, solo lui lo sa. Ma mio cugino si è commosso, tanto che gli ha regalato pure un orologio d’antiquariato Patek Philippe Torre Eiffel del 1955 con la cassa che ricorda la famosa torre innocenti di Parigi, che tanto lui non sapeva neanche leggere l'ora, e che aveva preso giustamente in prestito a una donna di facili costumi della mulèn ruje, una cocotte polacca di un metro e sessantacinque comprese le piume, perché non l’aveva pienamente soddisfatto come lui intendeva.&lt;br /&gt;Isso ha sempre amato la giustizia: ha sempre giustiziato chi non la pensava come lui. Da bambino, garrottava le lucertole che gli attraversavano la strada. Era proprio coraggioso e temerario e guaddaruso.&lt;br /&gt;Mio cugino è un uomo sincero e tollerante che non ha mai rinnegato il suo umile passato di figlio di contadini. &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI5BgUO17I/AAAAAAAAAnc/dyIjD0Y3XQk/s1600-h/confe11.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI5BgUO17I/AAAAAAAAAnc/dyIjD0Y3XQk/s200/confe11.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116714824663750578" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Infatti la sua vigna è la più bella e rigogliosa di tutta la provincia: a scavare bene, si trovano almeno trenta quintali di ossa. E, anche adesso che è preso da mille impegni, continua ad amare la pace bucolica, il silenzio e l’omertà. Alla confusione, isso preferisce la criminalità organizzata. Al chiasso, isso preferisce i silenziatori.&lt;br /&gt;L’unica cosa veramente triste che posso dire di mio cugino è che purtroppo non lascerà eredi. Meglio li ammazza.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwJACwUO2HI/AAAAAAAAAo8/6OQou1020io/s1600-h/confe14.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwJACwUO2HI/AAAAAAAAAo8/6OQou1020io/s320/confe14.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116722542719981682" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;È proprio per il suo buon cuore che tutti lo rispettano e tutti lo ricorderemo come un uomo veramente pulito: non ha mai lasciato un’impronta in vita sua. Si è bruciato i polpastrelli già da ragazzo, cosicché se tocca un bicchiere, che so, una tazzulella ’e caffé, che so, qualche corpo inanimato, non troverete un bel niente. Tutto pulito, meglio di una lavatrice ignis.&lt;br /&gt;Certo che, per essere diffidente, è diffidente. Un giorno i boss si erano riuniti per fare due chiacchiere tipo la domenica sportiva nei magazzini di una fabbrica di imballi al suo paese, che è molto caratteristica perché è a forma di cupola. &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI5vQUO18I/AAAAAAAAAnk/D6SExPtGc7c/s1600-h/confe9.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI5vQUO18I/AAAAAAAAAnk/D6SExPtGc7c/s200/confe9.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116715610642765762" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Lui arrivò per ultimo nel parcheggio, scese dalla sua porsche caienna e istintivamente tolse l’autoradio per paura dei ladri. E allora tutti si sono messi a ridere dicendogli: «Mii come lo controlli bene il tuo territorio, ah, ah!» Da allora nessuno li ha più visti. Ma non perché mio cugino è permaloso. Nossignore. Anzi, quando le famiglie gli chiedevano notizie, lui era affranto e diceva: «Lasciatemi solo, lasciatemi solo con il mio grande dolore.» Perché ci voleva veramente bene, mischino, e da allora è rimasto solo: amministratore unico.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI6FQUO19I/AAAAAAAAAns/NnWgCUZXo28/s1600-h/confe12.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI6FQUO19I/AAAAAAAAAns/NnWgCUZXo28/s200/confe12.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116715988599887826" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Questo è veramente mio cugino. Anche se, come tutte le persone sensibili, intelligenti e complesse, è difficile scoprirlo a fondo, se nessuno lo prende in flagrante. Tutte le cose cattive che si dicono di lui sono pettegolezzi di gente invidiosa e pipitiana perché isso &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI6UgUO1-I/AAAAAAAAAn0/s0VjfibI76Y/s1600-h/confe13.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI6UgUO1-I/AAAAAAAAAn0/s0VjfibI76Y/s200/confe13.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116716250592892898" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;è arrivato in alto, molto in alto, su una montagna fetente di cadaveri che al mio paese chiamano La fossa occipitale, dove lui ha costruito una villa di duecento camere con i rubinetti tutti d’oro. L’ha fatta con i soldi accucchiati dall’ultimo terremoto, che tanto tutti sono morti e a nessuno i soldi gli ci avrebbero fatto veramente comodo. A lui, invece sì.&lt;br /&gt;È grazie a lui, che è bene azzuddato, che ho avuto una pensione d’invalidità di guerra, una di grande invalido del lavoro e una di vecchiaia, e anche una pensione a Cesenatico. Anche se, grazie a Dio:&lt;br /&gt;a) Sto bene.&lt;br /&gt;b) Non ho mai faticato.&lt;br /&gt;c) Ho trent’anni e sono esentasse fin dalla nascita.&lt;br /&gt;È per questo che io gli voglio bene anche se non dovrei volergliene, perché mi aveva promesso il posto di presidente della Asl del mio paese, ma non me l’ha dato. L’ha dato all’altro nostro cugino, me’ canzuprino paparapallu.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI6wgUO1_I/AAAAAAAAAn8/HhBfdP2Qfxo/s1600-h/confe15.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI6wgUO1_I/AAAAAAAAAn8/HhBfdP2Qfxo/s200/confe15.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116716731629230066" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;È solo per questo che mi sono preso la libertà di parlare. Anche perché chi è in prigione come me dovrebbe concedersi ogni tanto qualche libertà: il mio medico mi ha detto che ciò gioverebbe alla salute. E  perché spero che tutti ricominciamo a volerci bene come deve volersi bene una vera famiglia. Questa è tutta la verità, che ho detto non perché ce l’ho con lui, ma solo per amore della verità (anche se non mi fido molto ed è perciò che mi sono ammucciato).&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Gaspé&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Il racconto &lt;/span&gt;La confessione&lt;span style="font-style: italic;"&gt; è stato pubblicato in forma di fumetto su&lt;/span&gt; Linus &lt;span style="font-style: italic;"&gt;nel 1994)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI2tAUO11I/AAAAAAAAAms/dKPycyrlWk8/s1600-h/confe16.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwI2tAUO11I/AAAAAAAAAms/dKPycyrlWk8/s320/confe16.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5116712273453176658" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-4244385323068369339?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/4244385323068369339'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/4244385323068369339'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2007/10/nel-1876-il-criminologo-cesare-lombroso.html' title=''/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RwJEqQUO2LI/AAAAAAAAApc/SZdL5ZOSv3o/s72-c/confe1.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-8981232793906650621</id><published>2007-09-25T22:11:00.001+01:00</published><updated>2007-09-25T22:17:50.034+01:00</updated><title type='text'>Favole</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Puoi cliccare sulle immagini per vederle ingrandite)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rvl5sQUO1rI/AAAAAAAAAlU/r9T4AU7Wn30/s1600-h/favolweba1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 286px; height: 400px;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rvl5sQUO1rI/AAAAAAAAAlU/r9T4AU7Wn30/s400/favolweba1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5114252653056939698" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rvl5nQUO1qI/AAAAAAAAAlM/8jK1izDI2ZY/s1600-h/favolweba22.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rvl5nQUO1qI/AAAAAAAAAlM/8jK1izDI2ZY/s400/favolweba22.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5114252567157593762" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-8981232793906650621?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/8981232793906650621'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/8981232793906650621'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2007/09/favole_4126.html' title='Favole'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rvl5sQUO1rI/AAAAAAAAAlU/r9T4AU7Wn30/s72-c/favolweba1.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-7063633767069046251</id><published>2007-09-15T20:19:00.000+01:00</published><updated>2007-10-18T18:34:35.191+01:00</updated><title type='text'>Brest (rendez-vous)</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;Il 3 novembre 1957 avviene il primo volo spaziale di un essere&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; vivente: l’Urss manda in orbita lo Sputnik-2, con la cagnetta Laika, un piccolo e malinconico fox-terrier.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Laika viene chiusa in una capsula conica di 1,20 metri di altezza, in una piccola cabina pressurizzata, con aria condizionata e ossigeno, acqua e cibo per una settimana.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;La cagnetta serve per sperimentare tutte le incognite del volo spaziale: le accelerazioni del lancio, la vita in assenza di peso, il bombardamento di raggi cosmici e radiazioni ultraviolette. Dalle&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; sue reazioni alla vita fuori dall’at&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;mosfera terrestre, trasmesse dallo Sputnik alla Terra, gli scienziati sovietici arrivano alla conclusione che anche l’uomo sarà in grado di viaggiare nello spazio e di rientrare felicemente sulla Terra.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;È previsto, invece, che il viaggio di Laika sia senza ritorno, perché le tecnologie dell’epoca non rendono ancora possibile il rientro dallo spazio. Dopo sette g&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;iorni di volo orbitale, le scorte di ossigeno si esauriscono. Lo Sputnik-2, con il corpo della cagnetta, verrà lasciato ruotare intorno alla Terra per altri quattro mesi, finché, il 14 aprile 1958, piomberà nell’atmosfera, disintegrandosi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuzvPrKLpLI/AAAAAAAAAi8/xtEsvVHURos/s1600-h/gabbwebb1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuzvPrKLpLI/AAAAAAAAAi8/xtEsvVHURos/s320/gabbwebb1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5110722729721177266" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Alle porte dell’autunno, Roberto e Silvana soggiornarono a Brest, per una decina di giorni.&lt;br /&gt;Non c’era molto da vedere. Brest era una città grigia, e a Silvana, se avesse conosciuto il francese, avrebbe sicuramente richiamato quella strana assonanza tra &lt;span style="font-style: italic;"&gt;mer&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;meurtre&lt;/span&gt;: Brest sembrava una città riservata a persone con piena maturità di giudizio.&lt;br /&gt;Abitavano in un albergo non lontano da Rue St. Marc. Silvana ripeteva:&lt;br /&gt;«Perché Brest?»&lt;br /&gt;Perché Brest. In effetti, sarebbe stato, non diciamo geniale, ma sicuramente meno stupido fare una breve vacanza da qualsiasi altra parte. Ma la principale caratteristica di un’idea geniale è che viene soltanto ai geni.&lt;br /&gt;Roberto non spiegava il suo interesse per Brest: una grande rada, la penisola di Plougastel, il Port de commerce, il Port de guerre. Del passato, soltanto un brutto simbolo repertato: il castello con vista sulla rada, pochi euro per visitarlo.&lt;br /&gt;La volta del cielo, che mutava spesso colore, era più  alta di qualsiasi altro cielo.&lt;br /&gt;Nel loro piccolo albergo, una vecchia palazzina che, in origine, era destinata sicuramente ad altro uso, avevano chiesto una “camera con vista”. Un gabinetto serviva i clienti di due piani. Il materasso era scavato. La finestra della camera non mostrava alcun paesaggio: soltanto un altro palazzo scrostato, e poi un anonimo palazzo, e poi un altro palazzo scrostato. «Camera con vista? Secondo me, quest’albergo era un pensionato per ciechi,» si lamentò Silvana.&lt;br /&gt;Per depositare la chiave della camera, Roberto doveva entrare nell’appartamento privato della proprietaria dell’albergo, dove veniva costretto a parlare del più e del meno. La figlia trentenne della proprietaria rientrava in albergo sempre alla stessa ora: tra l’una e le due del mattino.&lt;br /&gt;Una sera, Roberto lasciò Silvana in albergo. Conosceva una donna che lavorava alla Compagnie des Transports de Brest, in rue du Moulin à Poudre: si arrivava, dal porto, costeggiando il Penfeld, poi il Boulevard Jean Moulin, l’Hôpital Maritime, rue Portzmorguer, e infine si passava sotto il ponte Schumann. Roberto fece una lunga passeggiata.&lt;br /&gt;Thérèse abitava in rue de la Digue, vicino alla Cité Universitaire. Aveva i capelli biondi cortissimi; non emanava alcun odore particolare; era serissima.&lt;br /&gt;Parlarono poco. Fecero l’amore subito. Thérèse affondò il viso nel cuscino; poi si rannicchiò in un angolo del letto, incollata alla parete. Aveva gli occhi europidi, ma gonfi, con le ciglia corte. Lo guardò. Aveva una voce aspra. Disse a Roberto che aspettava della gente.&lt;br /&gt;Silvana piombò in una crisi: voleva scappare da Brest, conquistare la via per Morlaix o per Landernau o per qualsiasi altro posto. Roberto la portò a una festa organizzata, fuori città, dal partito socialista. Silvana aveva bisogno di svago.&lt;br /&gt;La festa si svolgeva nei grandi capannoni di una fiera. Curiosando tra restaurant, jeux, tirs, loterie, expositions, Silvana si rese conto di non aver mai visto tanti ubriachi quanto a Brest.&lt;br /&gt;Quella domenica si esibiva la corale Mouez Ar Mor; c’era del teatro bretone: la pièce si intitolava &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Strollad c’hoariva Plougin&lt;/span&gt;; facevano su e giù i balletti Dihun de Redon; alle 17,30, un intervento politico con dibattito; alle 19,00, un “grande spettacolo” con Bea Velakoski. La festa si consumava, con calma, al Parc des Loisirs.&lt;br /&gt;Roberto e Silvana acquistarono due biglietti per il concerto nel bar-tabacs Le Mamy Blue, dove Roberto comprò anche delle sigarette italiane. Mentre attraversavano la strada, da un’auto urlarono: «Diwallit ‘ta!» Roberto disse a Silvana: «Credo che, in bretone, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;diwallit ‘ta&lt;/span&gt; significhi &lt;span style="font-style: italic;"&gt;attenzione!&lt;/span&gt;»&lt;br /&gt;Bea era una poetessa rock di origine moldava. Roberto la trovava “splendida”, appassionata. Silvana non sopportava il rumore.&lt;br /&gt;«Tu non capisci il cuore,» le diceva Roberto.&lt;br /&gt;«Oh, beh... È facile leggere nel cuore di chiunque. Purché chiunque fornisca il proprio elettrocardiogramma.»&lt;br /&gt;Girarono per la fiera; parlarono con tre ecologisti. Silvana comprò un adesivo contro l’energia nucleare. Un militante socialista domandò a Roberto:&lt;br /&gt;«Tu sei socialista?»&lt;br /&gt;«Ogni tanto,» rispose Roberto.&lt;br /&gt;«È lo stesso,» disse il socialista francese.&lt;br /&gt;Il socialista offrì del vino. Domandò:&lt;br /&gt;«Bianco o rosso?»&lt;br /&gt;«È lo stesso,» risposero Roberto e Silvana. Ma, in realtà, avrebbero preferito del sidro. Roberto disse a Silvana: «Il sidro è buono, in bretone, si dice &lt;span style="font-style: italic;"&gt;ar chistr ‘zo mat&lt;/span&gt;. Se qualcuno ti chiede “vuoi assaggiare?”, puoi rispondere &lt;span style="font-style: italic;"&gt;ur blank&lt;/span&gt;, un sorso...»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuzpgLKLpJI/AAAAAAAAAis/yO2sajp280E/s1600-h/gabbianweb2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuzpgLKLpJI/AAAAAAAAAis/yO2sajp280E/s320/gabbianweb2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5110716416119252114" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Nella loro strada, davanti all’albergo, soprattutto il lunedì mattina, il marciapiede era costellato di grandi macchie di vomito.&lt;br /&gt;Roberto e Silvana facevano colazione in una crêperie davanti all’albergo. Una ragazza maneggiava delle crêpes finissime e preparava, nella cucina all’interno dell’abitazione privata, del café au lait: con quelle colazioni semplici cercavano di iniziare bene la giornata.&lt;br /&gt;In rue Jean Jaurès notarono molte ragazze che indossavano dei vestiti viola, e Roberto pensò subito a qualche forma di protesta.&lt;br /&gt;«Protesta contro chi?» domandò Silvana.&lt;br /&gt;Roberto non sapeva: forse... contro la costruzione di una centrale nucleare a Plougasnou o a Plougastel, a Plougonven o a Ploumanach, forse a Plouescat, o a Plouguerneau. Perché tanti &lt;span style="font-style: italic;"&gt;plou&lt;/span&gt;?&lt;br /&gt;«Credo che &lt;span style="font-style: italic;"&gt;plou&lt;/span&gt; significhi parrocchia,» disse, pensieroso, Roberto.&lt;br /&gt;Scoprirono che il viola era un colore alla moda: in Bretagna come in Provenza, a Parigi come a Marsiglia, in Francia come in Italia, in Italia come in Gran Bretagna, in Gran Bretagna come in Germania. Silvana si sentì disamorata: «Tu devi pseudologizzare tutto quanto. Anche uno schifo di colore.»&lt;br /&gt;Una notte, a Brest, dalle parti del Port de commerce, passeggiarono nel buio del Jardin Kennedy. Un ubriaco fermò Roberto per chiedergli delle sigarette. Una donna diede una busta bianca a un uomo.&lt;br /&gt;Roberto e Silvana entrarono in una delle minuscole trattorie della zona del porto. Nella vecchia trattoria c’erano due tavoli di legno coperti con della tela cerata. Il locale era gestito da due giovani che possedevano uno splendido cane lupo.&lt;br /&gt;Il cuoco cubano confabulò con i proprietari, e preparò subito un enorme vassoio di homards à la crème. Poi il capo tribù si mise alle pentole, grandi come bonghi, che suonava e percuoteva meglio di Mongo Santamaria e di Armandino Peraza. El rey de los timbales.&lt;br /&gt;I prezzi erano molto convenienti, ma non c’era una grande scelta. Uno dei proprietari spiegò che il coquillage andava prenotato e ordinato di mattina, con almeno dieci ore di anticipo sulla cena: in questo caso, avrebbero avuto a disposizione palourdes, coquilles St-Jacques, langoustes, huîtres plates. Certo, le ostriche non erano delle migliori, però Silvana restò a bocca aperta per tanta meraviglia.&lt;br /&gt;Una lampadina centrale tingeva i visi di giallo brumoso.&lt;br /&gt;Un marinaio grassoccio e calvo, col viso rincotto, si appoggiava al banco del bar; ubriaco, raccontava la sua tristezza a uno dei giovani proprietari. Il giovane consolò il marinaio triste e gli regalò una bistecca e delle patate giganti avvolte nella carta d’alluminio, da portare via. Roberto e Silvana mangiarono gamberi e ostriche, bevendo del muscadet. Il vino era da buttare.&lt;br /&gt;Entrò un altro marinaio bretone, un colosso con la barba incolta, spintonando violentemente la porta d’ingresso. Entrò come una tromba d’aria, prima sorbendo, poi facendo cadere l’ubriaco triste. Il colosso soffiava intorno dei monsoni di rinite acuta. Era molto eccitato: disse, chiaramente, che quella sera voleva picchiare e sfasciare tutto.&lt;br /&gt;Silvana guardò Roberto con aria interrogativa: nel locale, l’atmosfera si era fatta gelida come dentro una cattedrale gotica. Il cane lupo aveva gli occhi di Jean Gabin e annusava la tempesta. Roberto e Silvana continuarono a mangiare. Dopo una lunga pausa di silenzio, Roberto le sussurrò:&lt;br /&gt;«Marinai, in bretone, si dice &lt;span style="font-style: italic;"&gt;martolod&lt;/span&gt;.»&lt;br /&gt;L’altro giovane proprietario raggiunse l’amico dietro il banco del bar. Il cuoco cubano si piazzò all’entrata della cucina: el rey de los timbales sentiva avvicinarsi la festa. Il cane lupo si sforzava di capire la strategia. Il colosso diede dei calci contro il bancone.&lt;br /&gt;Roberto cercò, con delle rapide occhiate, un posto sicuro; ma, in quel minuscolo locale, non c’era un posto sicuro. L’ubriaco triste si lagnava. Il colosso lo scaraventò a terra, con una semplice manata.&lt;br /&gt;Uno dei due giovani proprietari negò da bere al colosso, con calma e determinazione. L’altro gli disse:&lt;br /&gt;«Abbiamo ospiti: per piacere, comportati bene.»&lt;br /&gt;Gli unici “ospiti” erano Roberto e Silvana. Il colosso fissò a lungo Silvana, e infine piombò in un mistico, educato silenzio, e per mezz’ora buona mostrò il viso di un bambino colto in fallo, corrugato dal labbruccio inferiore sino alle folte sopracciglia. Era soltanto una tregua. Roberto disse a Silvana: «Per piacere, in bretone, si dice &lt;span style="font-style: italic;"&gt;mar plij&lt;/span&gt;.»&lt;br /&gt;Roberto e Silvana terminarono i gamberi e le ostriche; lasciarono una buona mancia; salutarono e scivolarono via dal locale.&lt;br /&gt;Roberto le disse: «Ma non hai avuto paura, quando ti fissava?»&lt;br /&gt;«No,» lo tranquillizzò Silvana. «Non ho paura di chi mi guarda fisso negli occhi: magari è soltanto un po’ miope.»&lt;br /&gt;Nessuna paura: Silvana era felice, come dopo aver visto un film di Vincente Minnelli; Roberto era turbato, come dopo aver visto un film di Carl Theodor Dreyer.&lt;br /&gt;La mattina seguente, Roberto comprò il quotidiano Le &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Télégramme&lt;/span&gt;, direttore Jean Pierre Coudurier. Sfogliò il giornale: era morto M. Pierre Le Bourhis, presidente della Caisse régionale de Crédit Agricole: era un uomo di grande bontà. Il loro amico colosso non aveva combinato troppi guai, nella piccola trattoria del porto. Il roast-beef di prima scelta era a 16,72 euro al chilo; il pot-au-feu, a 7,74 euro. Il tempo era previsto variabile.&lt;br /&gt;Roberto e Silvana comprarono qualcosa da mangiare in un grande centro commerciale nella route de Gouesnou. La commessa li servì, dicendo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;ha setu!&lt;/span&gt;: qualcosa come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;et voilà!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Silvana, non solo non capiva il bretone, ma neanche il francese: questo le rendeva Brest ancora più incompatibile.&lt;br /&gt;Roberto telefonò a Thérèse, alla Compagnie des Transports. Thérèse rispose e, quando riconobbe la voce, disse qualcosa in bretone. Roberto credette di capire alcune parole: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;pez a zo asur&lt;/span&gt;... &lt;span style="font-style: italic;"&gt;yaouank&lt;/span&gt;... &lt;span style="font-style: italic;"&gt;malloz&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Thérèse riagganciò.&lt;br /&gt;Silvana telefonò alla mamma, che era stata alcune volte in Bretagna, e che le raccomandò almeno una visita, più giù, verso Quiberon, magari a Belle-Île. Dove Sarah Bernhardt prendeva il caffè, all’Hôtel du Phare; dove Claude Monet dipingeva; dove Gustave Flaubert poltriva; dove Jacques Prévert cazzeggiava con i pescatori; dove i colori sono meravigliosi, tra palme e ibischi, mimose, fichi e orchidee, erica, ginestre. E dove c’è sempre un alberghetto con lenzuola di lino e copriletto ricamato...&lt;br /&gt;Silvana preparò la sua valigia. Roberto cercò di fermarla in tutti i modi, ma Silvana gli mollò un pugno sul muso.&lt;br /&gt;Roberto disse a Silvana: «Ti amo, in bretone, si dice &lt;span style="font-style: italic;"&gt;me da gar&lt;/span&gt;.»&lt;br /&gt;«Ammesso che sia vero, questo non cambia niente,» replicò Silvana.&lt;br /&gt;Da allora, di Silvana si son perse le tracce.&lt;br /&gt;Sono già passati alcuni anni, ma Roberto, la mamma e il papà di Silvana, gli amici e i parenti non hanno smesso di sperare, perciò affidano all’autore di questo racconto un messaggio, che l’autore volentieri accoglie e trasmette:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;SILVANA,&lt;br /&gt;TI VOGLIAMO BENE&lt;br /&gt;E ASPETTIAMO&lt;br /&gt;ARDENTEMENTE&lt;br /&gt;IL TUO RITORNO.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Roberto rassicura tutti ed è molto fiducioso. Dice che il tempo aggiusta molte cose, e che Silvana è come in volo, ma rientrerà a casa presto, nel suo nido, come un piccolo uccello.&lt;br /&gt;Piccolo uccello, in bretone, si dice &lt;span style="font-style: italic;"&gt;labousig bihan&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;G. G.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; (disegni di Gaspé)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuzqCrKLpKI/AAAAAAAAAi0/osrEQkfxrGU/s1600-h/gabbianweb2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuzqCrKLpKI/AAAAAAAAAi0/osrEQkfxrGU/s200/gabbianweb2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5110717008824738978" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-7063633767069046251?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/7063633767069046251'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/7063633767069046251'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2007/09/brest-rendez-vous.html' title='Brest (rendez-vous)'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuzvPrKLpLI/AAAAAAAAAi8/xtEsvVHURos/s72-c/gabbwebb1.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-3104151549715723827</id><published>2007-09-09T12:53:00.000+01:00</published><updated>2007-09-16T13:19:41.736+01:00</updated><title type='text'>Aigues Mortes</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Puoi cliccare sulle immagini per vederle ingrandite)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Ru0fFrKLpOI/AAAAAAAAAjU/qaW_mYvse3Y/s1600-h/aigueswe1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Ru0fFrKLpOI/AAAAAAAAAjU/qaW_mYvse3Y/s400/aigueswe1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5110775334480618722" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Ru0dvbKLpMI/AAAAAAAAAjE/o7X7PxH-QL4/s1600-h/aigweb1.jpg"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuRVuWWt98I/AAAAAAAAAhs/VFmtnG8w79c/s1600-h/aigweb2.jpg"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Ru0fMrKLpPI/AAAAAAAAAjc/AsSR0UgbkRg/s1600-h/aigueswe2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Ru0fMrKLpPI/AAAAAAAAAjc/AsSR0UgbkRg/s400/aigueswe2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5110775454739703026" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuPgS2Wt94I/AAAAAAAAAhM/QuSpZgq7kIQ/s1600-h/aigueswe2.jpg"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-3104151549715723827?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/3104151549715723827'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/3104151549715723827'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2007/09/aigues-mortes.html' title='Aigues Mortes'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Ru0fFrKLpOI/AAAAAAAAAjU/qaW_mYvse3Y/s72-c/aigueswe1.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-3030826781188981675</id><published>2007-09-09T12:47:00.000+01:00</published><updated>2007-09-09T12:52:24.232+01:00</updated><title type='text'>Il milionario</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Puoi cliccare sulle immagini per vederle ingrandite)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuPeUWWt92I/AAAAAAAAAg8/R_Kv2gK25FQ/s1600-h/miliona1euwe.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuPeUWWt92I/AAAAAAAAAg8/R_Kv2gK25FQ/s400/miliona1euwe.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5108170843547891554" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuPeO2Wt91I/AAAAAAAAAg0/fMJd84oN0go/s1600-h/miliona2we.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuPeO2Wt91I/AAAAAAAAAg0/fMJd84oN0go/s400/miliona2we.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5108170749058611026" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuPeGmWt90I/AAAAAAAAAgs/WbYf37QtOtk/s1600-h/miliona3we.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuPeGmWt90I/AAAAAAAAAgs/WbYf37QtOtk/s400/miliona3we.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5108170607324690242" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuPdtmWt9yI/AAAAAAAAAgc/OB_q5QNrG-M/s1600-h/miliona3we.jpg"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-3030826781188981675?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/3030826781188981675'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/3030826781188981675'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2007/09/il-milionario.html' title='Il milionario'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuPeUWWt92I/AAAAAAAAAg8/R_Kv2gK25FQ/s72-c/miliona1euwe.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-6065126037972526325</id><published>2007-09-02T12:37:00.001+01:00</published><updated>2008-06-25T10:12:31.390+01:00</updated><title type='text'>L'estate di Tonto</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sugli italiani ossessionati dallo sporco impossibile, sui grandi silenzi e l’effetto gregge, sul grande equiv&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;oco delle alghe e della posidoni&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;a.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtqhJWWt9dI/AAAAAAAAAd0/uCRV5nMhmUo/s1600-h/1capestate.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtqhJWWt9dI/AAAAAAAAAd0/uCRV5nMhmUo/s400/1capestate.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5105570309569639890" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(2007)&lt;/span&gt; Per ragioni che non sto a spiegare, e che non interesserebbero nessuno, ho mancato il mio solito appuntamento col paesello in giugno e ho dovuto ripiegare sul mese di agosto: il peggiore. La domanda è rimbalzata con un brivido caldo, anzi caldissimo, sulle lingue dei componenti della piccola famiglia: che fare? L’ipotesi di passare le vacanze nei dintoni della mia città natale e di sentire gli odori di Briatore e compagnia ci ha fatto venire il voltastomaco. E così ho perso tempo per decidere. Mentre agosto avanzava, e con lui il tutto esaurito. Poi ho sognato.&lt;br /&gt;Ho sognato le mie estati selvagge da bambino. Quando non avevano ancora inventato la Costa Smeralda. Quando le spiagge erano in gran parte deserte. Ho sognato gli odori. Quando il mio babbo ci caricava in auto un po’ dopo l’alba, quando col primo sole si spalancano gli odori del cisto, e si andava all’avventura, verso sud, sull’orientale sarda.&lt;br /&gt;Facevamo più di cinquanta chilometri su una strada difficile, a tratti sconnessa, percorsa da poche auto, che attraversava un paesaggio solitario, con poche case. Allora le automobili si fermavano per un nonnullla, bastava un carburatore appena sporco, e si rischiava di passare la notte con l’auto in panne sul ciglio della strada. Succedeva con tutte quelle che ricordo: dalla Fiat 1100-E color celestino che ricordava la Balilla e veniva chiamata “musone” per il frontale spartivento, alla grande 1900 verdolina, alla 1100-103 grigio topo. Le automobili erano una rarità. Dalla targa della nostra auto nella foto deduco che le immatricolazioni nella provincia di Sassari superassero di poco le seimila unità, perciò non si poteva sperare nel soccorso di altri automobilisti. Non esistevano carri attrezzi, bisognava aspettare la mattina seguente perché un meccanico venisse da lontano con la sua auto per trainarti. Malgrado mio padre capisse qualcosa di motori, perché, oltre a scorzare sughero e fabbricare tappi, vendeva e aggiustava automobili nella sua commissionaria Fiat. Ma il rischio e la fatica venivano sempre ripagati dalla suggestione dei luoghi. &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtqht2Wt9fI/AAAAAAAAAeE/Kra8sunCH6A/s1600-h/sostcap.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtqht2Wt9fI/AAAAAAAAAeE/Kra8sunCH6A/s320/sostcap.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5105570936634865138" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;E poi, anche se il mio babbo era un gallurese gentile con gli altri, era un tipo tosto, un sugheraio che all’occorrenza sapeva menare le mani, e così noi bambini non avevamo paura degli orchi. Ma c’è da dire che noi galluresi, appena si entrava in provincia di Nuoro, pensavamo di entrare nel territorio degli indiani, nel territorio dei “banditi”: noi galluresi non eravamo meno “banditi” di loro, ma facevamo finta di non saperlo. Tutto il mondo è campanile. E comunque, a dire il vero, a me gli indiani sono stati sempre simpatici. E forse anche a mio padre. Del resto, lui che scorzava sughero già da ragazzino nelle foreste delle Barbagie e delle Baronie conosceva bene e rispettava, sempre con le dovute riserve di un gallurese linguacciuto e polemico, lo spirito dei luoghi.&lt;br /&gt;A volte andavamo verso un paesino di pescatori, una colonia di ponzesi, che si specchiava su chilometri di spiagge bianche, aperte a tutti i venti, al vento di maestrale o al libeccio, perciò a volte fastidiose. Lì andavano i nuoresi per il bagno. E negli Anni ‘60 trovavi le donne col vestito lungo nero, intente ad abbronzare le caviglie. E poi i ragazzi dell’interno a muso duro con cui giocavo a pallone. Poi, un po’ più giù, c’era il silenzio, grandi spiagge vuote. Che ho continuato a frequentare, ogni anno, con una visita fugace, per nostalgia, per piacere personale, e perché anche mio figlio potesse amare i luoghi della mia giovinezza, la gente nata in quei luoghi, i sentimenti che tramandano e che ispirano. E così ho deciso: andiamo lì.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtqiVGWt9hI/AAAAAAAAAeU/bw4r0sVqekc/s1600-h/3farocominw.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtqiVGWt9hI/AAAAAAAAAeU/bw4r0sVqekc/s320/3farocominw.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5105571610944730642" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Lì c’è una vegetazione che non è stata intaccata dal fuoco. Le grandi dune. Una passeggiata lunga e meravigliosa che parte dalla spiaggia sino al vecchio faro, attraverso i sentieri delle capre, tra il granito, la vegetazione bassa, qualche pinnetta (intesa come capanno, con come bosco di pini), qualche recinto per le capre. Dicono che questo fosse luogo di contrabbando, di traffici. E questa leggenda lo rende misterioso. Come è misteriosa la grande distesa azzurra che si apre davanti, sino al blu più cupo, e che perciò mi dà la stessa sensazione che provo in un altro luogo che amo molto, ai confini della nostra cultura occidentale, dove già gli umori cominciano a mischiarsi, insomma voglio dire nell’ultimo lembo di Portogallo. Poi ritorni indietro e c’è una lunga selva di ginepri che costeggia la spiaggia, i pochi ginepri sopravvissuti al saccheggio. Il paesaggio marino che si fonde con il paesaggio umido dell’interno, stagni e rias con contorno di salicornia, giunco, ciuffi di canneggiole e tamerici. Una miscela meravigliosa, che fa esplodere i sensi. &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtqiE2Wt9gI/AAAAAAAAAeM/inzdP_1EcGc/s1600-h/2riaumidacap.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtqiE2Wt9gI/AAAAAAAAAeM/inzdP_1EcGc/s320/2riaumidacap.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5105571331771856386" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;E una pace che è rara, difficile da trovare da altre parti in agosto. Una pace che perdura, malgrado il crescente affollamento delle zone limitrofe, per un motivo incredibile, che voglio raccontare.&lt;br /&gt;Innanzitutto, devo premettere che la pace non dura per sempre, ma il paradiso può attendere il giorno di Ferragosto, quando arrivano cinque o sei grandi barche con i loro tender, gommoni e gommoncini che stazionano sulla battigia, qualche maleducato che porta il cane in spiaggia: mi è capitato di vedere un dobermann, un pastore tedesco, un pittbull. O una raffinata signora milanese che faceva defecare la figlia sulla spiaggia, a pochi metri da mio figlio (e che, grazie a Dio, ha reagito prontamente). Così come mi è capitato di assistere, sempre a Ferragosto, all’accensione di falò sotto i ginepri. Imbarcazioni sul bagnasciuga, cani in spiaggia e falò sono ovviamente vietati, ma qui la Guardia costiera non l’ho mai vista (un tempo avevo la buona volontà di avvisarla per telefono, ma era una perdita di tempo), né il Comune a cui appartiene questo piccolo paradiso si degna di effettuare controlli, o di installare qualche cartello di divieto per gli smemorati. Il che equivale a un grande spreco. In altri paesi ne farebbero un’oasi controllatissima, ma qui è come dare perle ai porci. Per fortuna, gli istinti abominevoli degli italiani, e dei sardi meno responsabili, vengono a sfogarsi qui soltanto a ridosso di Ferragosto. Poi ritorna la pace. E allora è bello nuotare e fare il piccolo golfo coast to coast con una nuotata leggera, lenta, indisturbato, e quando alzi la testa ritmicamente hai questa magia dei colori e degli odori che ti tonifica insieme al lento movimento dell'acqua.&lt;br /&gt;Qui la zona è facilmente raggiungibile perché è stata ultimata la strada a scorrimento veloce, anzi troppo veloce. Quaranta, cinquant’anni fa, mio padre con la vecchia Fiat impiegava delle ore. Oggi in mezz’ora scarsa i turisti vanno dappertutto. Turisti eccitati che traslocano con le loro nevrastenie, che rendono pericolosa la strada, con una guida aggressiva e sconsiderata. Eppure il paesaggio visto dalla strada è ancora bello, da godere con calma, brullo e improvvisamente verde, circondato dal tenue indaco delle lontane cortine dei monti di granito o dall’improvviso apparire di una montagna albina di calcare. Ma i turisti si trasferiscono in fretta, accelerando, spingendosi oltre i limiti, incollati alla corsia di sorpasso o zigzagando. Sinché, a volte, si schiantano.&lt;br /&gt;Sì, anche qui comincia ad esserci un certo fastidioso affollamento. Non ci sono villaggi turistici e grandi alberghi, per fortuna. Trovi ancora case disponibili per l’affitto a un prezzo decente, magari quelle dei nuoresi che non vengono in agosto. Però trovi i turisti non stanziali, quelli in continuo fermento, nervosi o isterici, che si spostano insoddisfatti di spiaggia in spiaggia, di villaggio in villaggio, e sono come morsi dall’argia o dalla tarantola. Però io riesco ancora a evitarli. Perché succede una cosa strana. Succede che io lascio la casa con vista sull’ultimo promontorio, prendo la macchina e vado verso il faro e posteggio. Prima di arrivare alle dune e al mio posto preferito, devo attraversare una piccola spiaggia che quest’agosto era affollatissima, con ombrelloni in terza fila, con la gente che si sfiora e si sovrappone, crema su crema, tanfo su tanfo. Li guardiamo, io e mio figlio, e gli dico: questo è il gregge. Quando una pecora, due pecore romperanno il recinto che si sono imposte, sarà la fine: il nostro posto diventerà invivibile. Verranno tutte queste pecore. Ma adesso no. Adesso no perché c’è qualcosa che spaventa, che terrorizza le pecore continentali: la posidonia.&lt;br /&gt;Ora, io pensavo che tutte le persone che vanno al mare sapessero che cos’è la posidonia. Ma sbagliavo. La posidonia per me è l’essenza del mare. Quando si secca e marcisce nel bagnasciuga, quell’odore intenso e caratteristico è il profumo che mi porto dentro, da sempre, nei miei ricordi. Quando si stacca dalle praterie che forma nell’acqua e va a depositarsi sulla spiaggia, forma delle dune su cui è piacevole sdraiarsi, perché si adattano al tuo corpo. E quando sono secche crepitano come un piccolo fuoco, trasmettono un piacevole benessere, sono accoglienti come il grembo di nostra madre.&lt;br /&gt;Le persone non lo sanno. Gli italiani che non amano il proprio paese, che vanno al mare ma non lo amano, che vanno a scuola ma non sanno, che cosa vengono a fare in questi luoghi se hanno terrore della posidonia? Hanno terrore perché le loro coste sono contaminate da spiagge artificiali, perché preferiscono lo stabilimento balneare e il vacanzificio, la sabbia setacciata e rastrellata, all’avventura di una spiaggia selvaggia. E perché la loro arroganza, che è una succedanea dell’ignoranza, gli impedisce di pensare, di scegliere autonomamente.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtqinWWt9iI/AAAAAAAAAec/ElrOoDV1hlw/s1600-h/5spiaggettcapo.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtqinWWt9iI/AAAAAAAAAec/ElrOoDV1hlw/s320/5spiaggettcapo.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5105571924477343266" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Soltanto trecento metri separano la spiaggetta affollatissima dalla spiaggia di cui parlavo. Ma i turisti italiani non ci vanno perché c’è la posidonia, che chiamano “alghe”. E che evidentemente confondono, che so, con l’alga assassina o con la mucillagine. E che per loro è “sporca”. Abituati come sono agli spiaggioni rastrellati del Veneto, della Liguria, della Romagna, o della Toscana o del Lazio. Spiagge morte. Per gente morta.&lt;br /&gt;Vedi, dico a mio figlio, come vuoi che voti questa gente, se non è capace di discernere, di separare il bello dal brutto, il vero dal falso? Lui ci pensa e non gliene frega niente di buttarla in politica. Sono solo stronzi. Però mi sembra che qualche reazione, a lui che è nato a Milano, gli venga sotto la pelle. Io sono stato da un barbierino di un paese all’interno, a cui ho detto: taglio corto, taglio da pastore. Perfetto. Con soltanto 10 euro, quando a Milano ne chiedono tra 18 e 22 per un taglio da fighetto perbene. E lui, mio figlio, mi ha seguito dopo qualche giorno per un taglio in sintonia. Appunto, facciamo vedere chi siamo: pastori.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtqir2Wt9jI/AAAAAAAAAek/drx7zYf_iOU/s1600-h/6duncominweb-2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtqir2Wt9jI/AAAAAAAAAek/drx7zYf_iOU/s320/6duncominweb-2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5105572001786754610" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;La posidonia è l’erba dei pastori del mare. Erroneamente viene confusa con le alghe. Invece è una "pianta superiore" endemica del Mediterraneo. Mentre ci trovavamo nella nostra spiaggia, è venuto un gruppo di romani, caciarone. I turisti che si avventurano da queste parti, con una grande prova di coraggio, si ammucchiano, stanno tutti vicini come in un piccolo condominio per farsi coraggio. E questo è bene perché a noi che amiamo il silenzio restano dei chilometri liberi. Molti non ce la fanno e ritornano indietro. I romani hanno piazzato tre ombrelloni e sono rimasti, a far casino, predatori, saccheggiatori, a buttarsi sugli scogli con pinne e occhiali e fare il pieno di polpi e uccidere inutilmente una piccola murena di pochi centimetri. Mentre il loro corteo ci transitava davanti, uno di loro ha detto: “Ahò, ma quant’è sporca ‘sta spiaggia, ma non la puliscono mai?”.&lt;br /&gt;Stupido romano. Assueffatto al piattume dei lidi de noantri, confonde la vegetazione marina con la sporcizia. I resti spiaggiati della posidonia sono le caratteristiche “olive di mare”, i ciuffi, le infiorescenze, gli steli. Sono fiori, foglie, non sporcizia, stupidissimo romano. E poi le “palle di mare” che mia moglie porta a casa come puntaspilli, si chiamano egagropile, ammassi di residui di fibre di foglie che, cadute sul fondo del mare, vengono appallottolate dal movimento delle onde di risacca e finiscono spiaggiate. Sfere perfette, erano i miei giochi da bambino.&lt;br /&gt;Un giorno, passano due ragazzine e mi fanno tenerezza perché non sono arroganti, ma dolci. Una fa coraggio all’altra: “Non guardare dove metti i piedi, pensa che sono cose &lt;span style="font-style: italic;"&gt;naturali&lt;/span&gt;”. Certo, la posidonia è “naturale”.&lt;br /&gt;Quello che neanche immaginano, questi turisti strutturati, è che la posidonia è il termometro della salute del mare. È il ritratto della salute del mare. Perché è sensibile all’inquinamento chimico e organico. È la “certificazione” della qualità dell’ambiente marino. Le praterie a posidonia, quelle che sopravvivono ai disastri dell’uomo (all’inquinamento, alla pesca a strascico, alle ancore strappatutto delle grandi barche), sono il “polmone verde” del Mediterraneo, perché ossigenano le acque. Garantiscono la sopravvivenza di pesci, molluschi, echinodermi, crostacei. È il loro reparto maternità: depongono le uova nel fogliame, che diventa un perfetto nascondiglio. E, soprattutto, le praterie di posidonia proteggono le coste dall’erosione, fanno da barriera alle onde. Anche le foglie che si ammassano sulla battigia hanno questa funzione. Non caso, proprio i “verdi”, in questa zona, si oppongono alla drastica pulizia delle spiagge, con quelle macchine che portano via tutto, anche la preziosa posidonia depositata sulla sabbia. (L’ha ricordato, a scanso di equivoci, anche il responsabile per la Gallura di Legambiente Sardegna sul quotidiano &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Nuova Sardegna&lt;/span&gt;, in agosto. Bravo il mio vecchio amico Martino).&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtqivmWt9kI/AAAAAAAAAes/0VO712C_8IQ/s1600-h/4posidoncomin.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtqivmWt9kI/AAAAAAAAAes/0VO712C_8IQ/s320/4posidoncomin.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5105572066211264066" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;La posidonia è il mio aut aut. I resto è acqua morta. Non per gli italiani, che non sanno nulla di quello che sfugge agli scaffali dei loro ipermercati e ai cataloghi dei loro valtur. Come alle due coppie che si vengono a piazzare di fronte a noi, dove eravamo soli, in questi chilometri di ambiente selvaggio. Ci capitano come marziani. E marziani sono, con la loro parlata del nord est. Sono le quattro pecore uscite dal gregge, come dicevo a mio figlio, che hanno saltato il recinto, che rischiano l’avventura, che per un giorno hanno detto famolo strano, come i romani del giorno prima. Si piazzano davanti a noi, e una tira fuori le tette gommose, e non fa per niente l’effetto di una bombshell. Una, la più accanita, dice “ma che fognaaa!”. Che “schifooo” questa spiaggia. E già il sangue mi sale di temperatura. Si china e spolvera il suo pezzo di spiaggia, lo giuro, dalle egapropile. Farà l’estetista, dico ai miei. Farà la depilatrice. E l’estetista continua, ma addolcisce il linguaggio. Sembra di stare alle terme, dice. E capisco che confonde l’odore della posidonia con l’uovo marcio, lo zolfo di Tabiano. Hanno i sensi distrutti, questi italiani. Ma non la coglioneria. Che li spinge a ficcare nella sabbia candida e sottile come farina le loro innumerevoli cicche di sigarette, micidiali. Poi mia moglie mi dice: guarda. Le dico non guardo, meglio raccontami. Lei dice: sai che fa quella? Che fa? Chi lei? No, l’altra. Ha tirato fuori una pinzetta e si sta strappando i peli delle gambe. Mi alzo e li prendo a pedate, dico. Ma si alzano loro, le tettemolli con i loro ganzi. Smollano l’ombrellone e se ne vanno, con le loro sigarette, con le loro pinzette per i peli superflui. Ritornano nel gregge. E io alzo gli occhi al cielo che ha evitato il massacro. Allora è vero che Dio esiste?&lt;br /&gt;Per un impenitente agnostico, questi sono momenti cruciali. Più prosaicamente, sinché in Sardegna ci sarà separazione delle carriere, i turisti buoni da un parte, i turisti cattivi dall’altra, sinché ci saranno i Briatore che fanno da calamita al mal di vivere, saranno preservati questi spettacoli della solitudine, i nostri religiosi silenzi. Me lo dico sulla banchina, prima di imbarcarmi per il ritorno dopo queste settimane di vacanza nelle splendide Baronie, lontano dalla mia cittadina natale da troppi anni in mano ai vassalli sardi del Berlusca. Settimane magiche come il mare di stelle che ogni notte affascina anche questo mio figlio nato a Milano. E che non ha torto, perché come disse Einstein, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Looking at the stars is looking at history of the Universe&lt;/span&gt;. E che affascina anche me, perché è un sentimento che si rinnova di padre in figlio. Attraverso le persone così diverse, così uguali, che amano queste stelle, questo mare. &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtqi1GWt9lI/AAAAAAAAAe0/_siJMSMwkvA/s1600-h/7dockol.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtqi1GWt9lI/AAAAAAAAAe0/_siJMSMwkvA/s320/7dockol.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5105572160700544594" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Che mi pulisce. Che mi fa sentire libero da contaminazioni. Sino all’ultima banchina, prima di entrare nel ventre del traghetto e nelle nuvole tinte di rosa. Dove incontro un mio nipote che lavora al porto, come ha fatto suo padre, come ha fatto suo nonno. E vorrei dirgli, invece di “allora ci vediamo”, che una delle fortune che possano capitare a un bambino che vuole diventare uomo, è nascere in una città di porto. Ma lui mi guarderebbe male e mi direbbe: ajò, sgombrami il piazzale, muoviti rincoglionito che parte la nave. Però con le dovute delicatezze, perché lo sanno tutti che lo zio è un po’ lunatico.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Banduleri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-6065126037972526325?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/6065126037972526325'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/6065126037972526325'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2007/09/lestate-di-tonto_02.html' title='L&apos;estate di Tonto'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtqhJWWt9dI/AAAAAAAAAd0/uCRV5nMhmUo/s72-c/1capestate.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-5827168907189053487</id><published>2007-09-02T12:22:00.000+01:00</published><updated>2007-09-08T16:20:10.663+01:00</updated><title type='text'>Fame!</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Puoi cliccare sulle immagini per vederle ingrandite)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuK87mWt9xI/AAAAAAAAAgU/20qnfJLeb-E/s1600-h/fameewe1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuK87mWt9xI/AAAAAAAAAgU/20qnfJLeb-E/s400/fameewe1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5107852659485701906" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuK80GWt9wI/AAAAAAAAAgM/KudX7X0Gu0c/s1600-h/fameewe2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuK80GWt9wI/AAAAAAAAAgM/KudX7X0Gu0c/s400/fameewe2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5107852530636683010" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuK8iWWt9vI/AAAAAAAAAgE/w10Y-S8PNws/s1600-h/fameewe3.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuK8iWWt9vI/AAAAAAAAAgE/w10Y-S8PNws/s400/fameewe3.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5107852225694004978" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuK8ZmWt9uI/AAAAAAAAAf8/tTCz0sYNT10/s1600-h/fameewe4.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuK8ZmWt9uI/AAAAAAAAAf8/tTCz0sYNT10/s400/fameewe4.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5107852075370149602" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-5827168907189053487?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/5827168907189053487'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/5827168907189053487'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2007/09/fame_02.html' title='Fame!'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RuK87mWt9xI/AAAAAAAAAgU/20qnfJLeb-E/s72-c/fameewe1.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-1037772045270271732</id><published>2007-08-31T16:08:00.002+01:00</published><updated>2008-05-13T16:40:51.483+01:00</updated><title type='text'>Mangereste una mela morsicata da altri?</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Assistenza Apple, assicurazione AppleCare e il grande equivoco dei ricambi nuovi e/o usati. Breve storia di un iBook che non sapeva fare l’iBook.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtgwgWWt9BI/AAAAAAAAAZw/jb3uwAA5WqI/s1600-h/tormelaweb.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtgwgWWt9BI/AAAAAAAAAZw/jb3uwAA5WqI/s400/tormelaweb.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5104883509939270674" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Premessa.&lt;/span&gt;&lt;span&gt; Delle mele, ho sempre pensato un gran bene: una forma perfetta, design morbido (Armani lo chiamerebbe “destrutturato”), un profumo meraviglioso. Certo, la mela ha molto fascino: per la sua fragranza e i suoi colori, per la forma di que&lt;/span&gt;&lt;span&gt;sto frutto della tentazione e del peccato, come ci dicevano al catechismo, quando il prete evitava di dirci che certi peccati, però, sono veramente deliziosi, con l’aggravante, poi, che sono persino originali.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;La mela è buona, la mela è bella. Anzi, di più: la mela dei fratelli Grimm era "una bellissima mela". E non solo: venne offerta in regalo. Bella e conveniente. Tanto che l'ingenua Biancaneve si sentì in dovere di darle un morso. Con le note conseguenze.&lt;br /&gt;Le mele piacevano anche a mia madre. La mia mamma cucinava molto bene, ma non mangiava molto. Quand’era più avanti con gli anni, la sera si limitava a mangiare una mela. Si sedeva in cucina, con la sua bella mela nel piatto. La pelava e poi la mangiava con calma. Quella era la sua cena.&lt;br /&gt;Aveva sempre goduto di ottima salute. Per fortuna dei suoi alunni (o per sfortuna, dipende dai punti di vista), credo che non abbia mai fatto neanche un giorno di malattia. Una donna tenace, attaccata al lavoro, seria. Lei e la sua pi&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ccola mela. Sinché le è successo tutto di colpo. Diagnosi: morbo di Alzheimer, una malattia tremenda, devastante, che l’ha accompagnata sino alla morte. Povera donna.&lt;br /&gt;Insomm&lt;/span&gt;&lt;span&gt;a, sarà anche vero che una mela al giorno toglie il medico di torno. Ma è anche vero che, mela dopo mela, alla fine il fruttivendolo arriva e ti presenta il conto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R25PXAkLJGI/AAAAAAAAAtY/9c7omH3b4S8/s1600-h/melappweb.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/R25PXAkLJGI/AAAAAAAAAtY/9c7omH3b4S8/s200/melappweb.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5147138680838366306" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il primo morso.&lt;/span&gt; Il mio primo computer era marchiato Apple. E così il secondo. Il terzo. E così via. Che cosa vuol dire? Vuol dire che sono un Mac user da sempre. Fanatico? No, per carità. Diciamo fedele. Per amore? Dato che non ci si innamora di un circuito stampato e di una manciata di condensatori, direi per necessità. Sono sensibile alle parole “friendly” e “human”, che Apple ha opportunamente evidenziato all'inizio del suo successo nel suo vocabolario tecnologico. E poi, quando, raramente, mi capita di usare Windows, mi viene un attacco di orticaria.&lt;br /&gt;Ho acquistato il primo Apple molto tempo fa, perché già lo usavano due colleghi, e mi sembrava funzionale, semplice, ergonomico. Mi piaceva la melina arcobaleno e il computerino che faceva &lt;span style="font-style: italic;"&gt;hello&lt;/span&gt;. E poi nell’ambiente della pubblicità era la marca più diffusa. Del resto, programmi come Photoshop, Illustrator, Freehand, ma anche Excel e Word, se non ricordo male, sono nati in simbiosi con la Mela.&lt;br /&gt;Comprare un computer Apple, allora, era un piccolo atto di incoscienza. Sembrava di iscriversi alla Carboneria. Per trovare quel particolare modello, ricordo di essere finito in uno scantinato, poi in un negozio improbabile senza insegna e vetrine dove ho effettuato l’acquisto. Con la prima delusione: scoprii solo più tardi che qualcuno aveva sottratto dalla confezione i dischetti di ripristino del sistema. Fu il mio battesimo di consumatore tradito. O poco avveduto. Dipende da come la si prende.&lt;br /&gt;I prodotti erano cari. Gli accessori rari e carissimi. Se rivedo le fatture dell’epoca mi vengono i brividi. Oggi mi chiedo: che cosa mi ha spinto al masochismo? La percezione, a volte illusoria, più spesso concretizzata, di avere a che fare con un’azienda attenta alle esigenze dell’utente, con prodotti esteticamente belli e soprattutto disegnati con intelligenza rigorosa, dove non c’era ridondanza, ma una bellezza essenziale, funzionale: ciò che è bello, è bello perché serve a qualcosa. E la percezione di un sistema e di un hardware abbastanza affidabili. Possiedo un portatile Apple aquistato 14 anni fa: non lo uso più, ovviamente, perché non dialoga più col mondo moderno, ma funziona ancora senza intoppi, e quasi mi spaventa, come se fosse Christine la macchina infernale. Percezione allargata al rapporto diretto con l’azienda. Otto anni fa comprai un Mac di fascia alta. Costava una cifra mostruosa, in confronto ai prodotti della concorrenza. Quando lo portai a casa, mi resi conto che aveva una piccola abrasione sul davanti. Il negoziante si rifiutò di sostituirlo. Protestai con Apple. E si scomodò addirittura il Country manager, che impose l’immediata sostituzione. E poi una seconda sostituzione, per dei problemi alla scheda grafica, con ampliamento della garanzia.&lt;br /&gt;A queste attenzioni particolari, alla fine, ci si affeziona. Tanto da non rendersi conto che gli anni passano e le cose cambiano radicalmente. Oggi Apple è rinata grazie al successo dei suoi gadgets, come l’iPod. E quando dici “gadget”, suona sempre il campanello d’allarme. Forse perché lo associ all’usa e getta, al lusso, al consumismo sfrenato. Ma è vero che i tempi sono molto cambiati. Facciamo un esempio. Se si guasta la scheda logica di un portatile fuori garanzia, l’assistenza non ci prova nemmeno a prendere lente e micro saldatore, non l’aggiusta, ma la sostituisce, e chiede 700 euro. Che sarebbe il 60% di quanto ti è costato il computer. A quel punto, conviene buttarlo via e ricomprarne un altro, nuovo. E se riparare un computer fuori garanzia non conviene a nessuno, che fanno le aziende? Alimentano il consumismo. Abbassando i prezzi ma anche la qualità. Non per niente, i casi di “mortalità infantile” - tra il primo e il secondo anno d’uso - dei computer sono aumentati sensibilmente.&lt;br /&gt;Apple non è estranea a questa nuova tendenza. Se lo fosse, soccomberebbe. Ha tolto “computer” dalla sua ragione sociale, è diventata Apple tout court, e la cosa ha messo in allarme gli utenti di lungo corso, soprattutto i professionisti, a cui l’azienda di Cupertino oggi guarda forse con meno interesse. In tempi di multimedialità, anche Apple si è adattata. In tempi di “ottimizzazione”, soprattutto dei costi e della filiera, Apple si è adattata molto più in fretta di altri. Ed è cambiata, nel senso che guarda, direi necessariamente, ai nuovi soggetti. Gli specialisti, i professionisti, i grafici, i pubblicitari, i ricercatori, quelli che nel secolo scorso rappresentavano lo "zoccolo duro" degli utenti Apple, ormai ne possono fare benissimo a meno. In tempi di globalizzazione, tutto è omologato. Gli utenti italiani, in particolare, sanno di essere in coda alle attenzioni dell’Impero. Se hai un problema, devi rivolgerti, non più a Cologno Monzese, ma a Cork in Irlanda. Telefoni a tue spese, e pare che paghino soltanto gli italiani, e ti risponde un call center. E così l’utente scoprirà di essere non più un privilegiato, ma un utente spersonalizzato. E fine del sogno.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtgw6mWt9DI/AAAAAAAAAaA/4GYdAOP3lRQ/s1600-h/melappweb.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtgw6mWt9DI/AAAAAAAAAaA/4GYdAOP3lRQ/s320/melappweb.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5104883960910836786" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Un altro morso.&lt;/span&gt; Il mio sogno si è interrotto due anni fa. Diciamo che il 2005 è diventato la linea d’ombra tra annus mirabilis e annus horribilis nel mio lungo rapporto con Apple. Tre acquisti, tre prodotti difettosi. Un record. Un iMac G5 destinato a mia moglie, affetto dalla nota sindrome dei condensatori da pochi centesimi che scoppiavano: scheda logica sostituita dopo un mese dall’acquisto. L’iPod regalato a mio figlio come premio per dei buoni risultati a scuola: guasto dopo pochi mesi, non aggiustabile, sostituito. E infine l’iBook, un portatile: display difettoso, in riparazione dopo un mese di utilizzo.&lt;br /&gt;Ora, si dirà, dopo tre knock out di questa portata, qualsiasi arbitro ti manderebbe a casetta. Ho abbandonato Apple? Non proprio. Ho cercato di interrompere la serie negativa, approfittando di un’offerta vantaggiosa e acquistando un altro computer, un Mac Mini con il nuovo processore Intel. E com’è andata? Abbastanza bene. Dopo un brivido iniziale (risolto con un semplice reset della PRAM), mi sforzo di credere che vada tutto bene: questo Blog è scritto con il grazioso Mac Mini. Ma, in realtà, la serie negativa non si è interrotta: il masterizzatore interno è difettoso, non mi fa il Master e masterizza soltanto a due velocità, 8x e 24x. Dopo aver fatto una ricerca in Rete, ho scoperto che il problema è dovuto a "una partita difettosa". Direte: perché non  lo hai portato dall'assistenza? Perché, e lo dico sulla base delle esperienze che racconterò di seguito, potrebbe fare più danni. Risolverò acquistando un masterizzatore esterno, magari assemblato ed economico, diciamo un Nec o meglio un Liteon con un case esterno cinese, sicuramente più affidabile.&lt;br /&gt;Però, però. Però mi resta un cruccio: l’iBook. L’iBook che non ne volle sapere di fare l’iBook...&lt;br /&gt;Tutto è cominciato un giorno prima del mio compleanno. Al mio vecchio Apple (sei anni spesi bene) era partita la scheda video, non conveniva ripararlo perché l’assistenza Apple mi chiedeva una cifra mostruosa (lo riparai più tardi grazie a un ebayer texano che mi vendette una scheda analogica per pochi dollari e al fai da te: totale 50 euro contro i "300 forse 400" preventivati dall'ineffabile assistenza Apple), avevo necessità di un altro computer, preferibilmente un portatile. E così approfitto di uno sconto sostanzioso, e compro un iBook da Mondadori. Dopo qualche settimana, compaiono delle macchie nel display. Conosco quel difetto, perché si manifestava su altri portatili Apple, come il Powerbook. Perciò porto l’iBook dall’assistenza, a fine ottobre. Attendo una settimana e chiedo notizie: mi dicono di portare pazienza. Attendo. Attendo. Attendo. E arriviamo a dicembre. Dopo ben 38 giorni di attesa, ho il mio iBook con il nuovo display. Arrivo a casa, accendo. Faccio delle prove con vari sfondi. L’illuminazione è buona, sono scomparse le macchie, ma, nella parte sottostante, compaiono degli aloni vistosi. E io perdo la pazienza. Scrivo una serie di lettere raccomandate: al rivenditore, alla stessa Apple, e per conoscenza all’associazione consumatori a cui sono iscritto. Mi telefona Apple dall’Irlanda. Gentilmente, mi dice che ci tiene alla piena soddisfazione degli utenti e mi assicura una pronta riparazione. E così è. Dopo qualche giorno, mi telefona l’assistenza sollecitata dall'Irlanda. Tempo della sostituzione del display: un giorno. Un miracolo. Che dura, appunto, un giorno.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SCm0zYLoTfI/AAAAAAAAAvA/V0R5EbXWnDg/s1600-h/ib2okILLUMI.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/SCm0zYLoTfI/AAAAAAAAAvA/V0R5EbXWnDg/s320/ib2okILLUMI.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5199886039533506034" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Ritorno a casa. Accendo, provo, valuto. Non compaiono più macchie e aloni, ma l’illuminazione è molto bassa, la definizione dei caratteri mediocre. Provo l’uniformità di retroilluminazione a colore neutro pieno: con sfondo grigio si nota subito il disastro; con sfondo bianco noto un fastidioso ingiallimento diffuso, ampie zone più scure, insomma c’è disomogeneità. Un chiaro (per un occhio esperto) difetto di retroilluminazione. Telefono al tecnico, gli espongo il problema, gli chiedo la marca della matrice TFT: LG-Philips, ChiMei, AuOptronics, Samsung? Mi dice che lui non guarda le marche. Gli dico: smonta e sostituisce a occhi chiusi? Mi dice che il ricambio, comunque, è adeguato. Secondo lui. E siccome lui è l’unico arbitro della situazione, c’è poco da fare. Mi rassegno.&lt;br /&gt;Non mi rassegno, invece, ai tentativi di risolvere il problema. Provo diverse calibrazioni, ma non c’è niente da migliorare. Così com’è, l’iBook non può svolgere le funzioni di portatile: la luminosità è scarsa, se lavoro in un ambiente che non sia buio, vedo poco, e la vista soffre. Decido perciò di trasformarlo in fisso. Lo cedo a mio figlio e gli allestisco una work station casalinga, buona per i lavori della scuola: lo monto su un supporto iCurve per aerarlo meglio, aggiungo un hard disk esterno, tastiera e mouse di Macally, e compro un monitor da 19”. Alla fine, questo portatilino mi costa quasi quanto un computer di fascia pro. E non basta. Faccio una sciocchezza. So di avere tra le mani un computer sfigato. Tra l’altro, un portatile è molto più fragile, miniaturizzato, soggetto a movimenti anche bruschi perciò corre più pericoli. E così decido di acquistare un’AppleCare. Che cos’è? È una sorta di assicurazione che porta a tre anni la garanzia, e che Apple vende a un prezzo folle: fatte le proporzioni, è come se facessero pagare l’assicurazione di un’automobile 10.000 euro. Non so se rendo l’idea.&lt;br /&gt;Bene. Dopo questa reazione, mi calmo. Scrivo una lettera a Apple in Irlanda, comunico la mia insoddisfazione, e finisce lì.&lt;br /&gt;Sinché, un giorno, conosco un francese che si occupa di reti, ma che ha lavorato a stretto contatto con tecnici Apple. Chiacchieriamo e ne approfitto per fargli vedere l’iBook. Lo esamina attentamente, ed emette la sentenza: il ricambio è scadente, c’è un problema di retroilluminazione. Gli racconto la vicenda e mi guarda storto, come dire: ah, les italiens. Mi dice di telefonare al più presto a Apple e di chiedere la sostituzione. Sì, come se fosse facile.&lt;br /&gt;Nello stesso tempo, un amico mac user che è a conoscenza del problema mi suggerisce un software che rileva tutti i dati, persino la data di nascita, della matrice TFT. Si chiama &lt;span style="font-style: italic;"&gt;SwitchResXControl&lt;/span&gt; e lo provo subito. Scoprendo che Apple ha sostituito il precedente display con uno vecchio di due anni. Perbacco: allora è questa la causa dell’ingiallimento, la vecchiaia?&lt;br /&gt;Dopo un po’ di rimuginare, dopo qualche giorno di mumble mumble, preparo delle lettere raccomandate che spedisco al rivenditore, a Apple, all’associazione consumatori. E passano i giorni, le settimane. Il primo a rispondere è l’associazione, mi dice che mi metterà in contatto con un legale. Il rivenditore ignora la lettera. Apple mi contatta dopo un mese. Per dirmi che per loro il caso è chiuso. Se il loro tecnico dice che il ricambio è adeguato, gli credono, perché la loro assistenza è “altamente qualificata”. Che vuol dire incontestabile, infallibile. Certo, dico io, così “altamente qualificata” che impiega 38 giorni per sostituire un pannello LCD, quando un non portatore di handicap ne impiegherebbe 38, non di giorni, ma di minuti. E che dire dell’AppleCare, la famosa assicurazione? Che lì, se leggi bene una clausolina in fondo, ma molto in fondo, scopri che Apple ha la facoltà di adottare ricambi nuovi ma anche usati "ricondizionati". Decide lei. E poi la storia dei due anni è tutta da vedere: magari il display è nuovo, magari è vecchio, magari stava in magazzino da due anni. Chi può dirlo? Già, chi può dirlo. Come se, in questi tempi in cui la parola d’ordine è svuotare i magazzini, Apple si prendesse la briga di riempirli. Ma mi faccia il piacere. Quello che non digerisco, è la storia dei ricambi usati, anche se "ricondizionati": è vero o non è vero che io ho acquistato un computer nuovo? Con moneta corrente priva , se così si può dire, di difetti?&lt;br /&gt;Mi aspettavo qualcosa di diverso? Forse sì, forse no. Però mi colpisce il fatto che non mi dicano almeno: beh, in fondo hai speso dei soldi per l’assicurazione, prova a portarlo all’assistenza, magari trovi un altro tecnico più disponibile, e senti che ti dicono. Niente. Colpisce l’arroganza, la supponenza. L’incontestabilità. Questo fatto di sentirsi, dopo il successo dell’iPod e dei gadgets modaioli, un po’ troppo vicini a Dio, più che alle difficoltà dell’utente. Sono sentimenti che registro: è una novità di cui i vecchi utenti dovranno per forza tener conto. Di cui io comincio a tener conto.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtgw_2Wt9EI/AAAAAAAAAaI/QzLOqnuL6s4/s1600-h/melappweb.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtgw_2Wt9EI/AAAAAAAAAaI/QzLOqnuL6s4/s320/melappweb.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5104884051105150018" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;L’ultimo morso e morale finale.&lt;/span&gt; Insomma, l’AppleCare non è un salvavita: vi copre se il guasto non è dato dall’usura e se è evidente, tipo una scheda logica che schiatta, un monitor nero. Ma è una cosa comica: come dire che un ospedale ti cura se muori, non se ti viene una pericardite o un attacco di tifo. Ed è molto cara. Fate voi le proporzioni: un MacBook modello, diciamo, base, costa 1049 euro; l'AppleCare dedicata costa 319 euro. Oggi negozi come Mediaworld e Fnac offrono un’estensione di garanzia con un’assicurazione leggera, cioè a basso costo, poche decine di euro contro la cifra esorbitante richiesta da Apple. Altri, come Essedi, riconoscono due anni di garanzia, gratis. Mentre il negozio online Apple Store pare che non conosca neanche l'esistenza della legge europea che tutela i consumatori per due anni dalla data di acquisto.&lt;br /&gt;Suggerimento finale. Quando acquistate un computer, provatelo subito, non comprate a scatola chiusa: un rivenditore serio non dovrebbe opporsi alla prova sul campo. E quando ritirate un computer presumibilmente "aggiustato" dall’assistenza, verificate il risultato insieme al tecnico. Se qualcosa non vi quadra, lasciatelo dov’è. E ricordatevi che, alla fine, c’è sempre un giudice, a cui si può ricorrere preferibilmente con l’aiuto di un’associazione consumatori. Per far capire alle aziende come Apple che nessuno è incontestabile né infallibile. E per far capire che un consumatore maturo, evoluto, può sciogliere i legami, anzi non dovrebbe mai legarsi a una marca. Perché i tempi cambiano. E perché le aziende, come le persone, invecchiano e perdono la memoria. Di quando si era così “friendly”, così “human”, così ingenui da pensarlo e, quel che è peggio, da credere che fosse tutto vero.&lt;br /&gt;Per quanto mi riguarda, diciamo che alla fine cambierò dieta. Dalla mela, alla macedonia: mai più privilegiare un marchio, ma acquistare con giudizio soltanto ciò che è strettamente necessario e che è conveniente, senza pregiudizi. Tanto, ormai i computer hanno gli stessi componenti e, per me, hanno tutti la stessa storia: dopo che sono fatti nelle disumane fabbriche cinesi, non hanno più un padrone diverso dall'altro. O meglio, la voce del padrone è quella anonima, distante, di un call center ai confini dell'Europa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rt_XhmWt9pI/AAAAAAAAAfU/VoTkMX-L0NI/s1600-h/stev2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rt_XhmWt9pI/AAAAAAAAAfU/VoTkMX-L0NI/s400/stev2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5107037474692920978" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;EL PURTAVA I SCARP DE TENNIS.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Me lo ripropongo ogni volta, di cambiare dieta, che non è detto che si possa vivere di sole mele. Ma non so se riuscirò a dire veramente &lt;span style="font-style: italic;"&gt;hello to Apple&lt;/span&gt;. Difficile, sinché salirà sul palco del San Francisco’s Moscone Center quello &lt;span style="font-style: italic;"&gt;stoned hippy called Steve Jobs&lt;/span&gt; col dolcevita nero, i jeans consumati e i scarp del tennis, ma che non parla &lt;span style="font-style: italic;"&gt;de per lu&lt;/span&gt; come il personaggio di Jannacci. Tutt’altro. Perché è un americano di padre siriano che sa cos’è il fascino della parola e il potere della seduzione. Come la principessa Shahrazàd, offre racconti siriani e persiani straordinari per mille e una notte. E che quando dice &lt;span style="font-style: italic;"&gt;one more thing!&lt;/span&gt; come se dicesse adesso ti racconto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;alf laila wa laila&lt;/span&gt; con contorno di suoni arabi e presenta l’ultima novità tecnologica di casa Apple come se fosse la meraviglia del mondo che non c’era e adesso c’è, e come mai sinora ne avevamo fatto a mano, tutto il mondo gli crede almeno per una notte.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rt_X_WWt9qI/AAAAAAAAAfc/jlxXhDUrOUg/s1600-h/stevv1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rt_X_WWt9qI/AAAAAAAAAfc/jlxXhDUrOUg/s200/stevv1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5107037985794029218" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;L’americano-siriano come Shahrazàd? Questa è una chiave per capire quel genio del marketing che è il Ceo di Apple e primo azionista della Disney. Non che io abbia una simpatia assoluta per chi oggi vuol fare concorrenza più a Nokia che a Microsoft (ma i tempi cambiano e il business è business) e per la principessa incantatrice, ma Jobs (1955) è un eccellente attore della mia generazione, nata negli anni del rock and roll, quando usciva &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Maybellene&lt;/span&gt; di Chuck Berry (1955) e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Shake, Rattle and Roll&lt;/span&gt; di Jesse Stone (1954) veniva lanciata dal mio amatissimo Big Joe Turner. Non dargli almeno un po' di retta, sarebbe come tradire, non dico se stessi e la propria storia, ma almeno uno degli angoli più agitati della propria discoteca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Aggiornamento.&lt;/span&gt; Nel mese di novembre, la rivista &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Fortune&lt;/span&gt; ha pubblicato la propria classifica dei 25 businessmen più “potenti” (o influenti, che dir si voglia, grazie alla capacità di muovere nuove tendenze e di portare innovazioni di rilievo nell’ambito del proprio settore) del mondo. Al primo posto, Steve Jobs, ceo di Apple.&lt;br /&gt;Di Jobs, descritto come importante esempio di una nuova generazione di dirigenti, viene rimarcata l’abilità di trasformare le intelligenze dei propri collaboratori in successo personale e dell’azienda, la capacità di cambiare le dinamiche del mercato dell'entertainment con iTunes e l'iPod, insieme alla capacità di amministrare un “cool power”: un potere costruito attorno a un'idea vincente, originale, che riesce a sfondare in un mercato in cui le barriere d'entrata sono sempre più basse e sempre più accessibili.&lt;br /&gt;Ma uno dei veri punti di forza della personalità di Jobs è il suo eclettismo, dote evidentemente sempre più rara nei businessmen del Terzo millennio, testimoniata dai traguardi più importanti della sua storia personale: dalla fondazione di Apple, al lancio del personal computer, all’idea di un’interfaccia grafica di cui oggi tutti conosciamo i pregi. E, tra vari alti e bassi, l’avventura con Pixar poi confluita in Disney, il ritorno in Apple dopo il contrastato divorzio, la rinascita e il rilancio con nuove idee che hanno cambiato la storia e il mercato dell’entertainment.&lt;br /&gt;La classifica di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Fortune&lt;/span&gt; conduce a una morale finale. La generazione degli scapestrati creativi - quella generazione la cui formazione culturale è avvenuta a cavallo tra l'epoca dei "figli dei fiori" e il ‘68, che molti osservatori inaciditi dagli anni e dagli eventi giudicano oggi come una generazione di sconfitti - trova in Jobs una forma premiante di resurrezione, e una nuova regola: che il manager si giudica dalla testa, non dalle scarpe. Di conseguenza, attendetevi una rivoluzione tra i giovani conformisti di Confindustria: invece delle Prada, adesso porteranno tutti &lt;span style="font-style: italic;"&gt;i scarp de tennis&lt;/span&gt;?&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CARA APPLE, NON È BELLO MORIRE DA PICCOLI.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;I vecchi Mac user sono cresciuti con la convinzione dell’esclusività e dell’usabilità domestica dei prodotti Apple. Per loro, la società di Cupertino pensava non solo dei computer con un sistema operativo intuitivo, affidabile e graficamente piacevole, ma anche un hardware bello e soprattutto funzionale. Così funzionale che, in qualche caso, per aprirlo bastava un cacciavite. In questa curva ideale di attenzioni, l’iMac G5 prodotto alla fine del 2004 rappresenta l’apice. Aperto con un gesto semplice, alla portata di tutti, vi si spalanca davanti un piccolo miracolo dell’ingegneria “friendly”, dove praticamente tutto è sostituibile dall’utente. Ma la fase discendente di questa curva oggi è rappresentatata da nuovi prodotti come il nuovissimo iMac: l’utente può giusto cambiare la ram, tutto il resto è enormemente complicato anche per il tecnico più esperto. Oggi, e il discorso riguarda tutte le aziende, tutto è più miniaturizzato, tutto è maledettamente complicato. E i vecchi proclami sull’usabilità, sulla tecnologia “umana”, vanno a farsi benedire.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Se nel passato Apple era la nicchia, oggi segue un posizionamento diverso&lt;/span&gt;: è orientata al mercato. Vendere iPod e iPhone - riconoscono i vecchi Mac users - rende molto di più che costruirsi un solido mercato in un determinato settore professionale che può garantire al più qualche migliaio di clienti. Sul rapporto di Apple con l'utente professionale, con il mondo scientifico, della ricerca, della scuola, ho seguito un'interessante discussione su Tevac, intitolata "Un silenzio assordante", e che segnalo qui:&lt;br /&gt;http://www.tevac.com/article.php/20070805111837392&lt;br /&gt;Oggi che Apple è uscita dalla sua storica nicchia, anche grazie all'enorme successo dell’iPod, tra i Mac user c’è un acceso dibattito che nei forum dedicati al mondo Apple occupa spazi sempre più vasti: sul cambiamento dovuto alla nuova architettura dopo l’adozione dei processori Intel, sulle prospettive, sulla qualità della componentistica. Tra l’altro, ci si chiede come Apple, ex società di nicchia, affronterà il nuovo corso che la rende più simile agli altri soprattutto sulla qualità di componentistica e assemblaggio. C’è chi fa confronti - sbagliati - col passato, quando i computer duravano molto di più, e il presente che ci dà computer meno affidabili in termini di durata. Ma c’è da dire che oggi i computer hanno funzioni non immaginabili a quei tempi, sono più complessi e di conseguenza più delicati e soggetti a guasti. E chi lamenta troppi guasti, intoppi o difetti ha torto e insieme ragione. Inanzitutto, Apple vende di più, perciò la gente si lamenta di più. Ma la cosa strana è che, in ogni caso, guasti o non guasti, pare che gli utenti Apple siano generalmente soddisfatti delle loro scelte, più degli utenti Dell, IBM e compagnia varia. E questo, se fosse vero e provato, sarebbe un dato significativo, di cui Apple deve tenere conto in futuro, anche per non buttare al vento questo patrimonio di fiducia costruito soprattutto grazie alla fedeltà del suo storico “zoccolo duro”: i vecchi Mac user, i propagatori del verbo, i discepoli del capo carismatico, quel genio del marketing che è Steve Jobs.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I prodotti tecnologici stanno subendo un generale scadimento di qualità?&lt;/span&gt; È un'opinione diffusa: lo scadimento sarebbe dato anche dalla rincorsa al risparmio per il drastico abbassamento dei prezzi al pubblico, e quindi dei costi di produzione, dei componenti, dell’assemblaggio, sino alla rete commerciale e al rapporto con il cliente. Certo, la famosa qualità. Di cui oggi si parla nei forum. Qui la società di Cupertino deve vedersela con i tempi che cambiano, e che rischiano di farla assomigliare agli altri competitors. Aumentando i numeri della produzione, crescono propozionalmente anche i difetti. È quello che leggo nel dibattito che si è aperto nei forum dei Mac user a cui accennavo. Dove trovo: “La "qualità" non dipende tanto dal nuovo processore, dalla nuova architettura, quanto piuttosto da altri fattori che ci fanno notare quanto Apple sia ancora "piccola" per certe cose (computer, software, ipod e ora iphone e appleTV). Manca di esperienza e la struttura deve adeguarsi (più fabbriche e sicuramente un controllo qualità più accurato)”. E ancora, come dice un utente nel forum di Macitynet: “Negli ultimi 36 mesi Apple ha registrato un fortissimo incremento delle vendite di Mac, soprattutto nel settore dei portatili, rimanendo però legata a una organizzazione produzione/distribuzione troppo rigida. Mi spiego: con il cambio di architettura Apple ha avuto accesso ad un mercato componenti/assemblatori molto più ricco nell'offerta, ma la filosofia strettamente verticale di Cupertino nello sviluppo del prodotto ( specifiche di costruzione molto stringenti legate ad un design ben definito; politche commerciali esclusive nei contratti con assemblatori e fornitori di componenti ) non si sposa con l'abbattimento dei prezzi e l'aumento della domanda. Ovvero Apple, ora che è uscita dalla sua storica nicchia di mercato, incontra tutti i problemi legati alla produzione in grandi numeri, con in più l’”aggravante" di aumentare ulteriormente la sua percentuale di vendite sul mercato. In più, come evidenziato in un altro thread sulla qualità della componentistica interna dei nuovi iMac, anche Apple deve fare i conti con la penuria di componenti di qualità ( condensatori al tantalio al posto di quelli elettrolitici, tanto per fare un esempio, oppure i nuovi display a led ) a fronte di cicli di rinnovo dei prodotti molto più veloci rispetto al passato. Vorrei ricordare che la concorrenza tra produttori esiste anche in questo campo, anzi è una competizione strategica, perché riuscire a ottenere un buon mix tra flessibilità produttiva, quantità e domanda del mercato, influisce parecchio sia sul costo finale che sulla qualità del prodotto venduto”.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Tre prodotti acquistati nel 2005, tre prodotti difettosi sin da piccoli.&lt;/span&gt; Questa è la mia recente esperienza: i famosi “36 mesi” di cui parlava l’utente coincidono, guarda un po', con il mio caso. È stato il mio battesimo con una nuova realtà, un caso sfortunato, o che altro? Ma quello che mi sorprende è il fatto che le tre matrici TFT - tra l’originale e quelle montate dall’assistenza - del mio iBook fossero di qualità mediocre: ma qui il discorso riguarda la qualità della componentistica, dei fornitori, sui cui Apple, come tutte le altre aziende, ha per forza di cose un controllo relativo. O c'è qualcosa che comincia a sfuggire al suo controllo qualità?&lt;br /&gt;La rivista Macworld ha effettuato un’indagine sui propri utenti, un sondaggio che forse non fa statistica, perché limitato a 7000 macchine coperte in gran parte dall’AppleCare, ma comunque indicativo. Secondo l'analisi di Macworld, il 26% dei mac aveva un problema tale da richiedere l'intervento in assistenza, che ha una mediana di 9 giorni. Qui sotto pubblico il risultato (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;clicca sull'immagine per ingrandirla&lt;/span&gt;).&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtrrb2Wt9mI/AAAAAAAAAe8/a3mNPvKP2OQ/s1600-h/fontemworl.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rtrrb2Wt9mI/AAAAAAAAAe8/a3mNPvKP2OQ/s200/fontemworl.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5105651991257675362" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella tabella, proprio gli iBook, soprattutto i primi G3, avevano un certo tasso di mortalità. L’iBook oggi non viene più prodotto, sostituito, con l’avvento dei processori Intel nella linea hardware di Apple, dal MacBook. Accompagnato da un discreto successo, malgrado venisse venduto, nella versione base, con un allestimento a dir poco spartano: ram insufficiente, un piccolo hard disk da 30Gb, un apparecchio ottico che masterizzava CD ma non DVD. Il successo era dato, come spesso è capitato per i prodotti Apple, anche dalla bellezza funzionale dell’oggetto: non a caso, l’iBook, nella versione piccola da 12”, è uno dei prodotti Apple esposti al MoMa di New York, firmati da Jonathan Ive, compresi l’affascinante ma sfortunato iCube e il più conosciuto iPod, ai confini tra moderne opere d’arte e piccoli miracoli della tecnologia.&lt;br /&gt;L’iBook, così ambito da giovani attenti all’usabilità e da professionisti con gusti più semplici di quelli che preferivano il più ricco Powerbook di alluminio, ha dato qualche grattacapo: nei primi G3 un discreto numero di unità aveva la scheda logica difettosa (le tristemente famose logiche riflussate), e così il successivo G4 in una mediana di 3 anni. Tanto che in Danimarca, sotto la pressione di un’agguerrita associazione di consumatori, Apple ha dovuto prendere in esame l'epidemiologia del difetto. Per capire il problema, si veda, oltre l’indagine di Macworld, quella di Macintouch, un’importante comunità online di mac users (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;clicca sull'immagine per ingrandirla&lt;/span&gt;):&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtrrpmWt9nI/AAAAAAAAAfE/0Gg2fmW6ms8/s1600-h/fontemacintweb.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtrrpmWt9nI/AAAAAAAAAfE/0Gg2fmW6ms8/s200/fontemacintweb.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5105652227480876658" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo Macworld, al 2007 il 40 % degli iBook ha avuto un problema, e, tra questi,  il 46 % ha avuto un problema alla scheda logica.  Secondo Macintouch, in un'indagine che arriva alla fine del 2005, il 12 % degli iBook G4 aveva dei problemi alla scheda logica. E il 55 % dei precedenti iBook, i G3, ha avuto problemi di scheda logica.&lt;br /&gt;Ora, a parte questi dati, che, ripetiamo, sono indicativi, il sentimento di affidabilità e di soddisfazione nella casa di Cupertino resta alto. Probabilmente, anche grazie al riconosciuto ruolo di innovatore che, a torto o a ragione, Apple è riuscita a cucirsi addosso. E poi, resta da dire la cosa più importante: oggi la tecnologia crea macchine molto più complesse, perciò più soggette a guasti; ma ogni evento infausto è frutto di una “disposizione” e di una “esposizione”. I termini della questione li spiega un utente italiano più “tecnico”, Macbuk, che leggiamo spesso con piacere: “Gli ibook G3 e G4 erano gravati dallo stesso problema: una scheda madre molto grande a lenzuolo montata in un frame troppo poco rigido. Specie quando la macchina veniva presa da uno degli angoli, i componenti di quel punto venivano stressati. Il G3 aveva il chip Ati in quel punto saldato da sotto in BGA con il flussaggio a calore, quindi la morìa fu quasi generale. Il G4 aveva il chip a 20 piedini che però più che un difetto di saldatura ha mostrato delle vere e proprie crepe lungo i piedi. Queste cose però sono accadute in una percentuale ben più ristretta di macchine e per questo motivo Apple fa finta di non sentire le bestemmie della gente. Gli iBook G3 e molti iBook G4 avevano dei chip che si dissaldavano per il calore o l'alta "rigidità" flesso torsionale del telaio”.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Design eccellente all'esterno, ingegneria discutibile all'interno&lt;/span&gt;: dunque, un difetto di progettazione. Ma lo stesso utente esperto fa dei distinguo, ricordando le “colpe” dell’utilizzatore: un notebook è una macchina fragile. La gente crede di poterlo sostituire a un desktop, tenerlo acceso intere giornate su e2k, portarlo ovunque, sbatterlo, prenderlo per i lati, buttarlo sul prato, dormirci sopra e chissà che altro, senza capire che oggi un computer di quel tipo è uno strumento da trattare con estrema cura, preferibilmente da assicurare. È una macchina che riscalda molto, e le saldature, quando la macchina è vicina ai 100 gradi e specie se viene sottoposta a stress torsoflessionali, diventano deboli. E questo vale per tutte le piccole macchine portatili, non soltanto per quelle prodotte da Apple.&lt;br /&gt;Il primo impegno per un utente finale disposto alla speranza che la sua piccola macchina diventi grande, cioè che lo accompagni il più a lungo possibile, è usare mille attenzioni. Attenzioni che devono essere controbilanciate, però, dal mantenimento della qualità superiore promessa dall’azienda. La promessa verrà mantenuta? Tra i più giovani che arrivano a Apple sull'onda dell'iPod, tra i cosiddetti &lt;span style="font-style: italic;"&gt;switchers&lt;/span&gt;, cioè quelli entrati soltanto di recente nel mondo Apple, e che, generalmente, dato che vengono dall'ambiente windows vengono giudicati di bocca buona, il problema neanche si pone; tra i vecchi Mac users, i più esigenti e preparati, quelli "storici", quelli dello "zoccolo duro" che ha tramandato ai posteri il mito di Apple, e che dalla stessa azienda sono stati a suo tempo coccolati, persino "viziati", invece vige il dibattito, a tratti molto acceso e non del tutto tenero. Auguri, Apple.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-1037772045270271732?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/1037772045270271732'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/1037772045270271732'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2007/08/mangereste-una-mela-morsicata-da-altri.html' title='Mangereste una mela morsicata da altri?'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RtgwgWWt9BI/AAAAAAAAAZw/jb3uwAA5WqI/s72-c/tormelaweb.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-6957217268645548913</id><published>2007-05-23T18:52:00.002+01:00</published><updated>2008-06-25T09:48:44.467+01:00</updated><title type='text'>L'Italia al tempo del neofascionismo</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Siamo sommersi dalle parole (e noi, da qui, aggiungiamo il nostro modesto contributo). Ma non c’è una sola parola che possa riflettere, descrivere, evocare,&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; insomma spiegare in sintesi i tempi che viviamo. L’abbiamo cercata, ma non c’è, non esist&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;e. Perciò, giusto per complicarci la vita, abbiamo pensato che,&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; quando non si riesce a trovare qualcosa, bisogna inventarla. È l'unico modo. E alla fine l’abbiamo tro&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;vata, la parola che non c’è: è il &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;neofascionismo&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(2007)&lt;/span&gt; Un po’ &lt;span style="font-style: italic;"&gt;fascio&lt;/span&gt;, un po’ &lt;span style="font-style: italic;"&gt;fashion&lt;/span&gt;, non si sa che cosa sia predominante, ma il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;neofascionismo&lt;/span&gt; è sicuramente caratterizzato da quel primo elemento che nelle parole composte significa “nuovo” o “recente”, o persino “moderno”, e che spesso fa da comodo passepartout alla mancanza di idee o al riciclo culturale: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;neo&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Il neofascionismo è un movimento, una congregazione, uno stato d’animo, una trama invisibile, o che altro? Un neologismo complesso che riassume i misteri inspiegabili della cultura del nostro tempo, una voce che racconta questa malinconica società italiana rimbalzata dalla disillusione della sinistra alle acque morte della destra.&lt;br /&gt;Del neofascionismo, potevamo trovare i primi accenni già nel film di Virzì “Caterina va in città”. Dove turbavano, come succede nelle migliori commedie “all’italiana”, i quadretti macchiaioli del regista livornese: l’adolescente Caterina si trasferisce dalla provincia a Roma, e il suo candore disvela tutti i gironi della babele umana contemporanea, la commistione di generi disumani di una società blobbista: adolescenti viziati ed egoisti, consumismo sfrenato, intrallazzo e intrighi politici, stupidità. La sinistra svuotata, nevrotica e omologata che si confonde, nella spartizione del potere, con una destra festaiola e volgare, che crede di proiettarsi nel futuro soltanto perché le fa comodo cancellare il passato, semplicemente vergognandosi dei camerati a braccio teso.&lt;br /&gt;Il neofascionismo è un orrore di comunicazione: non comunica niente, ma ha voce. Perché si fa vedere, si mostra, si impone. È prepotente, ma non è armato, tutt’al più si fa accompagnare dalla scorta armata. È un mandante. È predominante, ma è tutt’altro che dinamico. Perché è un blob che si espande stando fermo. Non comunica valori, non propone, ma vende e scambia. È merce. Non elabora, non mastica: è attaccato a una flebo incolore. Ma è capace di reazione logorroica, fatta di parole, di sassi verbali. Il suo podio naturale è perciò il talk show: l’arca moderna che ha abbattutto i vecchi compartimenti stagni, la separazione delle classi nei vecchi transatlantici. L’open space della banda larga e del digitale terrestre, che mette subitamente in contatto cuori infranti e malati terminali, monsignori e moncheri col rossetto che ravviva il lifting, calciatori e criminologi, politici ed ex sovrani, imprenditori e praticoni, rampolli e galline, battone e veline, velinari e velisti, intellettuali e precari sull’orlo del suicidio. Che cercano udienza. Che trovano audience.&lt;br /&gt;Il neofascionismo, che nell’albero genealogico sociopolitico italiano è erede del trasformismo, è commistione di generi: è un coacervo di misteri inspiegabili, nel senso che li puoi spiegare soltanto con l’immaginazione, cioè non con la logica matematica, ma con la cieca fede (nel capo, nel partito, nella chiesa, nell’azienda o nel proprio consulente finanziario). Non si capisce come possano condividere la stessa piazza rigurgiti di monarchia e sinistra alternativa o di governo, cleroformio, postfascismo e nobiltà. Dice che si sono persi i valori di un tempo, ma ciò che contraddistingue questi tempi è l’ambiguità. Oggi vedi una Borromeo da Santoro che fa l’intervistatrice-opinionista; la Santaché che diceva di condurre una società di marketing e che oggi fa un libro sulle donne musulmane; Oliviero Toscani, monocorde fotografo di modelle da catalogo che è diventato il genio pubblicitario, e che passa dall’imprenditoria non olet dei Benetton ai radicali liberi; e Dolce &amp;amp; Gabbana che vestendo gli ignudi di nero e argento costituiscono una “mission”; oppure il custode dell’immagine Fiat, quel Lapo Elkann che finisce in stato comatoso dalla casa di certi travestiti all’ospedale, in overdose: con la legge della destra sulle droghe dovrebbe finire in gattabuia o da Muccioli, ma a lui viene data l'opportunità di un viaggio liberatorio negli Stati Uniti, con il perdono di un’opinione pubblica commossa e addomesticata da un massiccio lavoro di pierre.&lt;br /&gt;Il neofascionismo è senza faccia, ma ha una facciata impegnata nel continuo restauro. Non è leggero, non è un velo, è un pesante sudario damascato. Sa e fiata di morte. È volgare, appariscente perché vuole soltanto apparire. Non ha simboli. Ma simboleggia. Si atteggia.&lt;br /&gt;Ma come si mostra il neofascionismo? Difficile riconoscerlo, individuarlo subito. Ma se è fondato sull’immagine, avrà delle sue icone. Certo. E noi ne abbiamo scelto tre. Significative.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rk8j89sZDJI/AAAAAAAAAH4/QKlg3WJsbSA/s1600-h/santache.web.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rk8j89sZDJI/AAAAAAAAAH4/QKlg3WJsbSA/s200/santache.web.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5066307636074974354" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La Marianne di Cuneo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La prima, è uno scatto di grande significato rubato quando i giovani studenti manifestavano davanti a Montecitorio la propria opposizione alla riforma Moratti, allora ministro dell’Istruzione. Daniela Santanchè, musa di Storace, parlamentare di AN, si rivolse a loro con una posa plastica con alle spalle Montecitorio. Un simbolo. Che ha dato origine a un’immagine sacra della Destra. Perché questa madonna del terzo millennio, mechata e lampadata a intermittenza, rappresenta, in quella foto, tutto il fermento nero e mortuario del neofascionismo. È l’immagine che segna il vero inizio del neofascionismo, un’icona che in futuro varrà quanto la Marianne dei francobolli francesi, anche se non dello stesso spessore morale: se la Marianne francese era coraggiosa e protettrice, forte nella guerra e nella pace, la Marianne Santanchè è forte nella guerra; se la Marianne era laica e figlia dei Lumi, la Santanchè è figlia delle lampade UVA. È lei, senza dubbio, il volto della nuova Repubblica, nelle varianti alla marinara, alla provola, alle quattro stagioni, quando sarà abolità la Costituzione ed entrerà in vigore il Menu Turistico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rk8hPdsZDFI/AAAAAAAAAHY/POGqy5_tn8g/s1600-h/gabbana1.web.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rk8hPdsZDFI/AAAAAAAAAHY/POGqy5_tn8g/s200/gabbana1.web.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5066304655367670866" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I transgressivi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;E la seconda icona? Qui passiamo dal vuoto al sottovuoto e truzzo. Le bancarelle dei mercatini rionali traboccano di mutande Dolce &amp;amp; Gabbana, altra icona del neofascionismo. Così il marchio dei Cip &amp;amp; Ciop della cupola della moda è diventato la cintura gibaud, il sottopancia dei transgressivi: una popolazione variegata che eredita i figli dei coatti di Pasolini, l’ultra destra ansiosa di uscire dai seminterrati e di vendicare i propri “martiri”, una classe neoricca e asintomatica che non si riconosce più in niente ma soltanto allo specchio, illetterati, i neomostri del weekend famolo strano o memento audere semper. Come tutti gli stilisti in deficit di percorso regolare degli studi, raggiunta la maturità e la serenità negli affari, anche D&amp;amp;G sentono il bisogno di spendere ciò che avanza nel bilancio e di accelerare un percorso che, dal corso di taglio e cucito in poi, diventa la via culturale che monda i brufoli, i nei, le imperfezioni del curriculum, della carriera, delle biografie non autorizzate. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Vulgus vult decipi, ergo decipiatur&lt;/span&gt;, come disse il cardinale. Tanto nessuno capisce quello che fanno, né ciò che dicono. E così Cip &amp;amp; Ciop si spendono in pubblicità, spot e cartelloni, cercando di fare accettare a tutti i costi, o almeno secondo i fee concordati con i venditori di spazi, il proprio modello di vita. Per la pubblicità di un orologino marchiato D&amp;amp;G fanno vedere una coppia di giovani a cena, poi sul letto in piena flatulenza, prima lei con una scoreggina, poi lui con uno scoreggione: uno spot fatto con il culo, insomma. Perché questa è trasgressione. Questa è cultura.&lt;br /&gt;Poi inondano le città europee, prima con dei manichini con pistolino e coltello, poi con un’affissione di corpi luccicanti, uomini impomatati e vaselinati, e una donna-manichino supina succube della forza che si presume bruta. La Gran Bretagna invita a “tenere presente la responsabilità che hanno nei confronti dei consumatori e della società”. Lo fa elegantemente, come quando si fa notare a uno zotico che non è il caso di sputare per terra. Del resto sono italiani. E loro rispondono che si sono “ispirati all’arte napoleonica”. Chissà che cosa volevano dire, chissà che gli hanno suggerito di dire, chissà che cosa hanno capito. Arte “napoleonica”? Ispirazione? L’importante è ispirarsi, trovare un alibi culturale, che sia una crosta di un altro secolo o un improbabile periodo storico. L’ispirazione giustifica i mezzi. E l’ispirazione è qualcosa che fa molto respiro, inspiro, sospiro. Fico. Molto hip-hop. Ritmico. Romantico-trasgressivo. E dài che piace.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rk8hj9sZDGI/AAAAAAAAAHg/moS6F14DUXM/s1600-h/gabbana2.web.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rk8hj9sZDGI/AAAAAAAAAHg/moS6F14DUXM/s200/gabbana2.web.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5066305007554989154" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;E poi la Spagna, che gli spagnoli non tardano molto a spaccarsi le palle. Perché gli iberici hanno detto subito, a Cip &amp;amp; Ciop, che quell’affissione “incita allo stupro, alla violenza contro le donne”, e che “quell’immagine rafforza atteggiamenti che al giorno d’oggi sono un crimine, attentano contro i diritti delle donne e ne denigrano l’immagine”. E al disgusto generale si è unita persino Amnesty.&lt;br /&gt;L’immagine? Ma è questo il punto. Loro non vedono persone, un’attività del cervello, neurotrasmettitori, speculazione filosofica, conquiste sociali, diritti e sensibilità individuali, traguardi etici, scoperte scientifiche. No. Vedono soltanto un’immagine. Una visione pornografica dell’evoluzionismo: dalla scimmia, all’uomo, alla carta patinata. Lì è la fine, lì è tutto: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;consummatum est&lt;/span&gt;. Fine. L’uomo non conta perché conta soltanto la sua ombra, la sua immagine. La donna? L’uomo? Soltanto dettagli anagrafici. Alla fine conta l’immagine consumata, stampata, riprodotta, fotocopiata. Come si dice, carta canta. La donna? E l’uomo? Possibile che nessuno venga disturbato da quei corpi vaselinati? Non sono mica così perché sono appena usciti dalla doccia, quegli uomini. Sono siluri lubrificati, a norma aerodinamica. L’&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Autocontrol&lt;/span&gt;, che non è il nome di un preservativo, come potrebbero pensare Cip &amp;amp; Ciop, ma è il giurì spagnolo di autodisciplina pubblicitaria, boccia la campagna e chiede che venga ritirata. E loro replicano: “Ritireremo quella foto solo dal mercato spagnolo, loro sono un po’ indietro…cosa c’entra l’immagine artistica con il fatto reale? Vuol dire che la prossima stagione faremo una nuova campagna, mettendo una donna nuda sopra un uomo!”. Come se fosse tutto un problema di par condicio del kamasutra "artistico". Resta da capire che cosa c’entri l’ossessione di certi produttori di mutande e canotte con l’immagine artistica. Cip &amp;amp; Ciop rispondono piccati che la Spagna è un paese “arretrato”. Mentre loro, invece, sono avanzati. Ma chi glielo ha detto? Nessuno ha avuto la pazienza di spiegare ai neofascionisti transgressivi che fanno delle cose semplicemente stupide. Nell'accezione di "sbalordite".&lt;br /&gt;Altro che eleganza. Qualche mese fa, il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;New York Times&lt;/span&gt; ha scritto che nel Made in Italy trionfa il banale, la mancanza di idee, ma soprattutto una volgarità da bordello: «Per la moda italiana è il tempo delle zoccole», con il termine desueto “trollop” rivolto a tutte quelle signore che vestono tigro-maculato, o con ammiccanti jeans strappati e tagliuzzati. L'accusa secca e inequivocabile: «Avete perso la vostra invidiabile raffinatezza. Nei vestiti, ma anche nel resto, come anni fa aveva per primo intuito Pier Paolo Pasolini».&lt;br /&gt;Ma Cip &amp;amp; Ciop hanno fatto spallucce. Tutta invidia, hanno detto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rk8h_dsZDHI/AAAAAAAAAHo/EkqJBDlBeiQ/s1600-h/bovisa.web.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rk8h_dsZDHI/AAAAAAAAAHo/EkqJBDlBeiQ/s200/bovisa.web.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5066305480001391730" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Senza parole.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La stupidità che sbalordisce è una delle caratteristiche del neofascionismo: la mancanza di significato certo, immediato. Ce ne rendiamo conto osservando un’altra immagine che consideriamo emblematica, una vera icona del neofascionismo. Viene dal mondo della comunicazione pubblicitaria. Ma è, come quella di Dolce &amp;amp; Gabbana o quella di Santaché, una comunicazione senza parole, afasica. E, dato che è senza parole (“cercando le parole si trovano i pensieri”, diceva Joseph Joubert), è volutamente senza idee, senza un pensiero. È l’immagine che pubblicizza lo spazio dedicato alla “contemporaneità” realizzato dalla Triennale alla Bovisa, a Milano. La Triennale: chissà perché questi nomi (biennale, triennale...) che dovrebbero riferirsi a situazioni episodiche, fanno pensare alle lauree brevi, alle scorciatoie professionali. Ma non è un caso.&lt;br /&gt;Il committente, come si diceva, è la Triennale di Milano, altro ente meneghino su cui il berlusconismo, vero tutore del neofascionismo, ha messo le mani. E oggi, dentro la Triennale, c’è il presidente Davide Rampello.&lt;br /&gt;Anche se nato in provincia di Agrigento, Rampello è un nome noto a Milano, dove è approdato negli anni Sessanta. Un factotum dinamico e multidisciplinare trasferito negli anni craxiani alla Fininvest, che passa senza traumi dalla direzione editoriale di Grand Gourmet alla Festa del Redentore: regista e partner di alcune società attive nel campo multimediale, direttore del centro ricerca e sviluppo Mediaset, direttore della comunicazione del Gruppo Fininvest dal 1994 al 1996, docente universitario presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore e lo IULM, presidente della Triennale di Milano, direttore artistico di numerose manifestazioni culturali e curatore di diverse mostre. La fortunata carriera, il vero battesimo artistico, comincia con l'avvento delle prime televisioni private. Lavora nella redazione di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Dirodorlando&lt;/span&gt;, trasmissione per ragazzi condotta da Ettore Andenna, per Antenna 3 Lombardia e poi per Berlusconi nel passaggio da Telemilano 58 a Canale 5. Fa il direttore artistico di fiducia di Berlusconi e firma la regia di programmi come P&lt;span style="font-style: italic;"&gt;op Corn&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Premiatissima&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Risatissima&lt;/span&gt; e altri superlativi. Così lo ricordano i pubblicitari con la memoria lunga: “Eravamo alla fine degli anni Ottanta, anni craxiani. La Standa era di Berlusconi e Rampello ci girava intorno come regista. Era uno che non rinunciava a niente, si occupava anche delle cose più marginali. Per esempio, ricordo un filmino promozionale, una cosa senza valore, per l’apertura delle scuole: dovevamo vendere diari, penne e quaderni. Insomma, quella roba lì. E lui era presente. Tanto che fu lui a proporre come voce fuori campo un personaggio ancora sconosciuto, uno che diceva di fare il dj e si chiamava Fiorello. Beh, da allora sono cominciate due carriere strepitose, sotto l’insegna di Standa, “la casa degli italiani”. La base per il lancio della “casa delle libertà” di Berlusconi e del suo messaggio della “discesa in campo” con il famoso spot della calza, con l’effetto morbido e flou. Lì c’era la mano di Rampello. Forse è anche per questo motivo che Rampello è ancora legato a quel periodo: tanto che nel board di una delle sue società c’è Luca Masia, neodrammaturgo sperimentato dallo stesso Rampello alla festa di Santa Rosalia di Palermo, che all’epoca faceva l’art director e si occupava anche di Standa”.&lt;br /&gt;Amici, conoscenti, collaboratori, sodali uniti dalle consulenze incrociate. A Milano, consumata miseramente l’avventura della sinistra pigliatutto anche in ambito culturale, ci sono incarichi vacanti a iosa e uno spazio vasto da conquistare, e 14 anni di amministrazione della destra hanno dato i loro frutti. Pubblicità, moda, design, televisione e qualche pezzetto di cinema, editoria, sono settori in cui si avventurano consulenti e piccole società, una trama in cui compare spesso la Triennale, ma che passa attraverso le università, le agenzie di pubblicità, Mediaset, piccole società multimediali e la formazione professionale finanziata da Regione Lombardia e Fondo Sociale Europeo. C’è un gran via vai di personaggi a Milano; una marea di “consulenti”; dinamismo soprattutto nell’elargizione di incarichi. Tanto attivismo dovrebbe produrre figure emergenti, e persino qualche genio. Eppure mai come in questi tempi la produzione culturale è stata così piatta, inconsistente, col ventre molle. Perciò viene da pensare che il gran daffare sia semplicemente un grande affare.&lt;br /&gt;Indubbiamente, con la presidenza Rampello la Triennale di Milano ha accolto molti più visitatori che nel passato. E questo, di per sé, è un successo. Ma la fruizione passiva di eventi cosiddetti culturali, anche se dispendiosi ed elargiti in grande quantità, non ha fornito stimoli sufficienti per aprire nuove strade o per muovere la crescita di nuovi talenti. Un esempio. In Italia ci sono ben 100 scuole di design, e oltre metà di queste scuole si trova in Lombardia. Il “design” è di moda. Tanto che negli ultimi 4 anni il numero degli iscritti alle lauree di design è aumentato del 275 per cento. Una cifra esponenziale, micidiale. Sembra che i ragazzi italiani che non vedono l’ora di vendere qualche progettino di abat-jour non siano sufficientemente informati sul fatto che le fabbrichette italiane hanno bisogno di tornitori e di avvitabulloni, non di designers (e nessuno che voglia seguire le orme di Victor Papanek, niente design per il Real World, tutti genietti che progettano per il ricco mondo irreale). Certo, la vetrina di Milano, con le sue mostre, i convegni, i corsi sperimentali, il gran via vai di starlets straniere della lampada o della poltroncina, può creare un’allegra illusione per migliaia di studenti in odore di futura disoccupazione cronica. Perché Milano, con le sue luci della ribalta a intermittenza, illude gli sciocchi. Milano che consuma, ma non produce. E se prova a misurarsi sul piano delle idee e della creatività, scopre una realtà ben lontana dalla leggenda del “made in Italy” evocata a sproposito da molte cicale parlanti: una drammatica povertà di cervelli, una micidiale prevalenza di cretini.&lt;br /&gt;Qualcuno lo ammette, ma siamo ancora al livello di sintomi, di patologia non conclamata. L’ADCI è un’associazione che raccoglie molti creativi pubblicitari italiani e che ogni anno si riunisce per selezionare e premiare i lavori che pubblicherà in un annual. Come è noto, la pubblicità, soprattutto in Italia, non è una disciplina sperimentale dell’arte, non è innovativa, ma si affida all’esistente, che sfrutta per fini commerciali. Per spiegarci meglio: la pubblicità non “inventerà” un regista, un illustratore, un musicista, uno stile, un’avanguardia, una corrente di pensiero, ma piuttosto utilizzerà un regista, un illustratore, un musicista, così come una tendenza, una moda e uno stile già affermati. E affidandosi all’esistente, la pubblicità e le aziende che ne fanno uso non corrono nessun rischio.&lt;br /&gt;Se negli anni Ottanta la pubblicità ha provato a “fare tendenza”, quando gli osservatori, i mass media, le riconoscevano un ruolo in un certo senso immeritato, era perché si erano create delle nuove figure di pubblicitari agli antipodi dei facitori di Carosello, cioè più moderni, multidisciplinari, informati e, anche, con un certo talento tipico dei self-made men. Vent’anni dopo, con il drastico svuotamento e ridimensionamento delle agenzie pubblicitarie in seguito alle crisi cicliche dell’industria, non c’è stata nessuna trasmissione ereditaria di quel talento, né alcun rinnovamento. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: la pubblicità senza qualità, nella vita degli italiani in poltrona che se la menano tra un talk shaw e un varietà, è diventata la pausa-pipì, un evento legato alle funzioni biologiche. Una cosa neutra come una tappezzeria ingiallita, ininfluente. Adesso, se ne rende conto la stessa associazione dei pubblicitari, che, presentando l’ultimo Annual e lo stato dell’arte nella propria disciplina, dice, testuale: “Decisamente sotto la media il numero dei lavori ammessi a presenziare sull’Annual del 2007 e ancora meno i lavori che hanno vinto ori, argenti o bronzi. Alcune categorie sono completamente senza Premi. Da notare che nessun lavoro è stato ammesso nella Categoria Studenti, che però aveva avuto una scarsa adesione dalle Scuole. Questa le sintesi dei lavori delle giurie degli ADCI Awards 2007 che, improntati da un lato a essere molto selettivi, dall’altro hanno sofferto di un livello qualitativo medio molto basso dei lavori iscritti”. Unanime il parere dei presidenti di giuria: “Qualcosa non va”.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rk8ibdsZDII/AAAAAAAAAHw/UrhqTNTROaE/s1600-h/bovisa2.web.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rk8ibdsZDII/AAAAAAAAAHw/UrhqTNTROaE/s320/bovisa2.web.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5066305961037728898" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Meglio tardi che mai: finalmente l'hanno scoperto, che "qualcosa non va". Ce ne accorgiamo osservando quest’altra “icona” del neofascionismo, l’immagine di cui parlavamo. Che cos’è? È il manifesto che rende nota la nascita della Triennale Bovisa. Un manifesto che si trova ancora in giro per Milano, per esempio nella metropolitana, e che scandalizza, non soltanto per la volgarità, quanto per la mancanza di significato. Cioè, è nella sua insignificanza la sua vera volgarità. Non abbiamo fatto nessuna indagine particolare, ma, nella stazione di Porta Venezia, abbiamo chiesto a un gruppo di ragazzi un parere sul significato di quell’affissione. La risposta: “Una che lo p... in bocca e nelle orecchie”. E la donna? "È compiaciuta", dice un sedicenne: usa proprio questo termine. Qualcun altro vede in quelle cose rosse dei mattoncini Lego ipertrofici.&lt;br /&gt;Ancora una donna. Svilita. Basta leggere le frasi e i commenti che vengono scritti sui manifesti, col pennarello o la penna biro: irripetibili. Un viso di donna pallida (si presume per lo sforzo), con uno chignon che la rende delicata, candida, un po’ suorina, un po’ nobile e misteriosa come la dama con ermellino, si presta al gioco dei mattoncini Lego come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;sex toys&lt;/span&gt;. Una sorta di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;ready made&lt;/span&gt; rettificato dove la stupidità infantile di un Lego in bocca assurge a opera d'arte? No, non si capisce il messaggio. Poi ci spiegano che forse è un gioco erotico, che il simbolo della Triennale è una lettera T rossa, e che questi &lt;span style="font-style: italic;"&gt;sex toys&lt;/span&gt;, quelle punte di Lego rosso, sono in realtà le tre punte di una T. La differenza con la dama con ermellino è che, qui, la profonda interiorità della donna viene sondata dai mattoncini invasivi. Interiorità fisica, viscerale, insomma materiale, non morale.&lt;br /&gt;Per questo manifesto, a Milano c’è stata una petizione di trecento donne e uomini, cittadini offesi da questa immagine sciocchina. Ma, dal suol regno, Rampello fa finta di niente e replica con un auto-elogio della propria comunicazione pubblicitaria, che vogliamo segnalare, e che andrebbe esaminato con attenzione: “Sul fronte della comunicazione pubblicitaria, una struttura innovativa come la nuova Triennale Bovisa, dedicata all’arte contemporanea e alla sperimentazione di nuovi linguaggi, non poteva che presentarsi al pubblico con una campagna pubblicitaria originale e distintiva, realizzata dai migliori creativi della scena italiana (...). Sono state sviluppate decine di differenti proposte, tutte di grande impatto creativo. È stata infine scelta una campagna basata sulla forza del marchio TBVS e sulla volontà di puntare sull’impatto visivo più che sulla razionalità. Se una buona immagine vale più di mille parole, questo è il caso in cui una lettera vale più di mille immagini. La grande T rossa di Triennale Bovisa vive in una sorta di fusione con il volto di una donna. Ci si potrebbe chiedere se è forse la compenetrazione dell’arte con la vita di tutti i giorni, se è un’idea che si fa largo nella testa della gente, oppure è la Triennale che riempie nuovi spazi o la vittoria dell’arte sullo stato dell’arte. Inoltre bisogna togliere il “Contemporaneamente” con cui si chiude il testo. Forse è tutto questo insieme. Ciò che conta veramente è che la Triennale abbia una nuova faccia e l’arte contemporanea un nuovo spazio. Contemporaneamente”.&lt;br /&gt;Ciò che sorprende, in questo comunicato, è l’uso della lingua. Nel senso che è tanto incomprensibile che non si riconosce la famiglia linguistica d’origine, se italiano o dialetto austronesiano o malgascio, o irochese, o uralo-altaico. In breve: che cosa significa &lt;span style="font-style: italic;"&gt;“inoltre bisogna togliere il “Contemporaneamente” con cui si chiude il testo. Forse è tutto questo insieme. Ciò che conta veramente è che la Triennale abbia una nuova faccia e l’arte contemporanea un nuovo spazio. Contemporaneamente.”&lt;/span&gt;?  Noi pensiamo che non l’abbia capito neanche chi l’ha scritto. Ci sembra di capire, invece, che, visto che l’uso della lingua italiana è un obbligo relativo (del resto, chi non sa parlare usa i gesti, cioè le immagini), la Triennale bada soprattutto all’immagine, che “vale più di mille parole”. Ora, non si capiscono i pesi e le misure, né quale genio o filosofo cinese li abbia misurati e quantificati (“un’immagine contro mille parole”), ma si capisce che la Triennale giudica la donna compenetrata una “buona immagine”. Ma chi dice che sia una “buona” immagine? Lo dice Rampello, il regista di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Risatissima&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Divertente, il tormento delle giustificazioni e dei doppi sensi. Il riferimento alla “compenetrazione”, che fa degli autori del manifesto i Rocco Sigfredi della Bovisa, dell’affissione e della posterizzazione municipale. E poi, certo, l’”impatto visivo”: la parola magica del neofascionismo. È tutto “impattante”. Anche lo sterco di cane che si incolla alla suola delle scarpe è impattante, ma questo è un motivo valido per mettere in mostra le nostre scarpe alla Triennale?&lt;br /&gt;Per ingenua quanto stravagante ammissione degli autori e del loro mandante (“la volontà di puntare sull’impatto visivo più che sulla razionalità”), il messaggio non è razionale. E se non è razionale, allora che cos’è: è lo scemo del paese, che parla? È qualcosa senza significato, non significativa, insignificante. Non razionale.&lt;br /&gt;Si mettano il cuore in pace, i moralisti, i non moderni, quelli che non sono neo, quelli che con capiscono “contemporaneamente” (e che perciò non si giudicano uno e trino come i geni dell’Art Directors Club Italiano), i trecento della petizione contro il manifesto immorale e schifosetto, quelli che si sentono disturbati da un’immagine offensiva che svilisce la donna. No, non c’è un significato. E comunque non è importante. Perché nel neofascionismo senza morale conta l’immagine misurata in termini di quantità “impattante”, ultimo stadio della versione pornografica dell’evoluzionismo: dalla scimmia, all’uomo, alla carta patinata. Più spesso, alla carta straccia.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;T.N.T.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Notizie brevi sul neofascionismo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il 13 luglio, con un articolo sull'Italia per il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Financial Times&lt;/span&gt;, Adrian Michaels si interroga sull'uso "incongruo" della donna nella pubblicità e in tv: "Since moving to Milan from New York three years ago, I have been wondering why no one seems to care about the incongruous use of women in advertising and on television, and what that says about Italian society...". La definizione di quest'Italia è condivisibile: un paese "arcaico". Voce dotta, aggettivo elegante, che secondo noi sottintende un giudizio più esplicito sull'habitat dell'italiano medio: un paese cafone.&lt;br /&gt;http://www.ft.com/cms/s/7d479772-2f56-11dc-b9b7-0000779fd2ac.html&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RpyvYGbGOdI/AAAAAAAAARw/llNm4rWfF1I/s1600-h/italianomedio1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RpyvYGbGOdI/AAAAAAAAARw/llNm4rWfF1I/s320/italianomedio1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5088134507597806034" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RpyvkWbGOeI/AAAAAAAAAR4/ENPxSqdqyvY/s1600-h/italianoindice.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RpyvkWbGOeI/AAAAAAAAAR4/ENPxSqdqyvY/s320/italianoindice.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5088134718051203554" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35921798-6957217268645548913?l=tontonews.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/6957217268645548913'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35921798/posts/default/6957217268645548913'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://tontonews.blogspot.com/2007/05/litalia-al-tempo-del-neofascionismo_23.html' title='L&apos;Italia al tempo del neofascionismo'/><author><name>Gaspé</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06043028503742642169</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp1.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Rk8j89sZDJI/AAAAAAAAAH4/QKlg3WJsbSA/s72-c/santache.web.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35921798.post-2622003737092295601</id><published>2007-05-23T18:02:00.002+01:00</published><updated>2008-09-07T16:30:30.708+01:00</updated><title type='text'>Il sindaco che sentì una voce dopo la festa del patrono</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RmkjqTfo4ZI/AAAAAAAAAKg/lTH-U_0GmoQ/s1600-h/Olbia-Porto-copia.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RmkjqTfo4ZI/AAAAAAAAAKg/lTH-U_0GmoQ/s200/Olbia-Porto-copia.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5073625664904028562" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(2007)&lt;/span&gt; Olbia è una cittadina sarda curiosa, contradditoria, disordinata nel suo sviluppo impetuoso sull’onda dell’industria turistica; porto e aeroporto in forte crescita; ghiotta attrazione per chi opera in ogni genere d’affari, soprattutto nel cemento. La recente campagna elettorale caratterizzata dalla partecipazione di papaveri che si sono esposti col primissimo piano - da Berlusconi, a Mastella, a Fini - conferma il ruolo di Olbia come piatto ghiotto e conteso nelle tavolate nazionali. Altri tempi, quando Elio Vittorini, in &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sardegna come un’infanzia&lt;/span&gt;, dava di Olbia un’immagine disperata e malconcia: “Galline straccione disperatamente grattano nel terriccio”. Dagli anni della miseria, di un paese a vocazione esclusivamente malarica governato dall’arroganza di un podestà e di poche famiglie di ex ambulanti e di commercianti di origine meridionale, siamo passati agli anni del riscatto economico, non proprio limpido nella sua evoluzione, in quanto fondato soprattutto sulla malgovernata edilizia turistico residenziale e sull’immenso indotto che segue il flusso turistico.&lt;br /&gt;Oggi le galline straccione che attirarono l’attenzione di Vittorini non ci sono più. C’è il prepotente riscatto in barba a quegli anni, le signore col taglio alla Canalis o con i capelli tinti alla Michelle Hunziker che attraversano col Suv le stradine un tempo rigate dai liquami e adesso pomposamente elette “centro storico”: definizione che potrebbe sembrare impropria, ma che almeno ha permesso alla passata amministrazione forzista di accedere agli ingenti contributi della Comunità europea per il rifacimento di mezza città. Vittorini, se fosse vivo, resterebbe con un palmo di naso. Nei decenni a seguire, e soprattutto dal dopoguerra agli anni del boom economico, con la scoperta della vocazione turistica di questo lembo di Sardegna, la città si è offerta alle grandi ondate migratorie a largo raggio: regionale, nazionale, transnazionale. Perciò ha visto di tutto: dalla malavita organizzata - che nel cemento e nelle attività commerciali ripulisce lo sporco che produce - paventata dal procuratore generale Villasanta già negli anni Settanta, alla calata dei grandi immobiliaristi e costruttori, faccendieri e trafficoni, per non parlare dell’episodio più raccapricciante: l’inchiesta del giudice Carlo Palermo sul traffico d’armi e droga che coinvolse personaggi noti per le loro frequentazioni sarde, servizi segreti, piduisti, industrie belliche, finanzieri, partiti e governi, e persino uno spedizioniere olbiese (il giornale di Giuseppe Fava, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;I Siciliani&lt;/span&gt;, la definì un’inchiesta “insabbiata”; in realtà, il Tribunale di Venezia condannò nove dei molti inquisiti, tra cui lo spedizioniere olbiese, che in seguito vennero assolti dalla Corte d’appello). Vicende che farebbero pensare a una &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Poison City&lt;/span&gt; hammettiana, ma che vengono puntualmente digerite dal pragmatismo gallurese in questa ineffabile Olbia felix, appunto felix come tutti i luoghi di frontiera.&lt;br /&gt;Olbia felice, non solo per il significato greco del nome, per la sua magica posizione geografica. Malgrado il cemento sia il motore di tutto, e fiumi di denaro di varia provenienza attraversino le vene fertili di questo nuovo Eldorado, tutto sembra in pace, una tacita pax tra potere politico e autorità di controllo. Nessuno disturba nessuno. Evidentemente, o tutto si svolge con il massimo rispetto della legalità (e non c’è motivo di dubitarne), oppure si confida sulle cartucce scariche della giustizia: si dà il caso di liti, cause, processi durati anche quindici anni, e comunque non c’è un solo amministratore che cada in fallo. Tutto perfetto. Anche troppo.&lt;br /&gt;Qui il cemento è molto più veloce della giustizia: forma e vincola il consenso perché crea lavoro e un indotto articolato, accontenta tutti almeno col lavoro stagionale distribuito a piene mani, fortifica i clan, distribuisce ricchezza e favori. Costruiscono tutti, dal professionista diventato impresarietto, al faccendiere, alle cooperative, allo stesso Comune con le sue “grandi opere”, tra cui un museo (inaugurato tre volte, dicono con una buona dose di ironia gli olbiesi) che contiene quattro teche di cristallo. Ci dicono che sia impossibile trovare un operaio per una riparazione o una ristrutturazione, perché sono tutti impegnati a costruire. E ci si chiede, a questo punto, chi ha la volontà e la capacità di controllare le licenze, i permessi, per esempio la massa di slavi senza nome che da anni popolano i mille cantieri, dove dormono la notte e di giorno lavorano. Una manovalanza a basso costo che fa lievitare i margini di guadagno per le imprese, i costruttori, gli immobiliaristi. Ma  questo è il prezzo dello “sviluppo”. Anche se uno "sviluppo" di questo tipo fa venire in mente le parole di Roberto Saviano: "Il tessuto connettivo italiano è il cemento. Cemento è il sangue arterioso della sua economia. Col cemento nasci e divieni imprenditore, lontano dal cemento ogni investimento traballa. Il cemento armato è il territorio dei vincenti".&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Ro9p94nCgcI/AAAAAAAAAPA/aQfwyBls3YU/s1600-h/cemento.web..jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/Ro9p94nCgcI/AAAAAAAAAPA/aQfwyBls3YU/s400/cemento.web..jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5084399016213643714" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;La fortemente voluta nascita della nuova provincia Olbia-Tempio è un segnale dell’importanza, ma anche delle basi deboli, in termini culturali, sociali, politici, su cui poggia il presunto sviluppo. Significativo il fatto che, mentre in tutto il Paese viene chiesta la riduzione di sprechi nel settore pubblico e di enti inutili (ricordiamo che Olbia già accoglie una Comunità montana... al livello del mare), la Sardegna vede nascere ben quattro nuove province con scarsa popolazione ma con l’abbondanza del doppio capoluogo. Una scelta forzata, che sottindende interessi che esulano da quelli dei comuni cittadini. È ormai leggendaria la puntata di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Report&lt;/span&gt; dedicata alla proliferazione di nuove province, con l’intervista al nuovo presidente di Olbia-Tempio, Pietrina Murrighile, avvocato, che si mostra con eleganza alla telecamera, con una camicetta abbellita da un vistoso collare fiorito, stile aloha, che a una domanda carognetta dell’inviato di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Report&lt;/span&gt; riguardo alle “convenienze” della carriera politica rispetto alla precedente occupazione di avvocato, risponde forse un po' ingenuamente: “Beh, chiaramente ha messo in conto che sicuramente sta cominciando a capitalizzare un’esperienza politica per cui alla fine potrebbe essere anche questo il risultato, perché no?... senatrice non mi dispiacerebbe! Visto che la mia domestica qualche volta mi dice scherzosamente la nostra Ilde Iotti? Perché no, mi piacerebbe!”. A cui risponde un’ironica e tranchant Milena Gabanelli in studio: “Se vuole ripercorrere le orme della Iotti, però è meglio sapere che lei aveva rifiutato la carica di senatrice a vita, ed è stata presidente della Camera”. Da allora, la molto ottimista signora Pietrina viene ingiustamente chiamata “la senatrice della &lt;span style="font-style: italic;"&gt;ziracca&lt;/span&gt;” (ziracca=donna delle pulizie). Beh, comunque guardare a Nilde (non Ilde) Iotti è un bel vedere...&lt;br /&gt;Diciamo la verità, Olbia non ha mai avuto una vocazione culturale: la prima vera libreria - peraltro mai affollata - venne aperta soltanto alla fine degli anni Sessanta. E si vede. In questo paesaggio stralunato, popolato anche da strani personaggi emergenti, carrieristi, politiconi, popolani come quelli irresistibili delle vite brevi di Ermanno Cavazzoni, insomma tutto l’universo bizzarro della letteratura di strapaese, anche la sigla scelta per indicare la nuova provincia è emblematica: OT, che al popolo più informato e navigato, cioè quello del web, suggerisce il solo significato possibile: Off Topic. E proprio in un mondo fuori tema, sospeso in una zona franca e fuori dal normale contesto europeo, come una navicella incontrollata e dispersa in uno spazio senza contorni, sembra che questa cittadina galleggi, nel mare di interessi tipici dei paesi in via di sviluppo, tra contributi dello Stato, della Regione e della Ue, sprofondata nel suo far west, come ha ricordato il candidato sindaco del centrosinistra, Nardino Degortes: “Si è andati avanti a colpi di deroghe, mettendo su una sorta di far west edilizio, senza regole”.&lt;br /&gt;Olbia è una cittadina curiosa, se la si guarda come laboratorio di nuovi ibridi sociopolitici, comunque degna delle attenzioni della cronaca, non solo quella mondana dedicata alla Costa Smeralda dei Briatore e delle veline e letterine in versione asciugamano. Alla vecchia tradizione socialista, con ampi intervalli democristiani, da diversi anni si è sostituita la destra forzista e postfascista, che qui è molto devota a Silvio Berlusconi (che alla ricchezza del territorio gallurese ha sempre dedicato attenzioni molto particolari). In piena campagna elettorale, il sindaco uscente ha conferito la cittadinanza onoraria al Cavaliere, che tra certi indigeni ha lo stesso fascino dell'indimenticabile Lanciere Bianco (per i giovani che non possono sapere, per ragioni di età, ricordiamo che il "Lanciere Bianco" era un cavaliere tutto vestito di bianco con il suo cavallo anche lui tutto bianco che si batteva per la giustizia e per il trionfo del pulito contro lo sporco più sporco. Era il Carosello di un detersivo: Ajax, lanciere bianco, più forte dello sporco, che seguiva i caroselli di Ajax Tornado Bianco e che si impose in modo spettacolare nell'immaginario erotico delle casalinghe italiane).&lt;br /&gt;Dunque, cittadinanza onoraria, ma non si capisce (nel senso che molti olbiesi non condividono la decisione dell'amministrazione comunale uscente) per quali meriti speciali: forse per i lavori di Villa Certosa realizzati in 50 ettari di costa sottratti a ogni controllo di legalità? Una zona franca, inaccessibile all'Autorità giudiziaria, dove su cactus e laghetti, cascate e agrumeti, il governo di Berlusconi aveva posto il segreto di Stato, bloccando i magistrati sardi che chiedevano di controllare le tante opere edilizie realizzate su un'area sottoposta a vincoli paesaggistici.&lt;br /&gt;Tanta devozione da parte del sindaco ha dato i suoi frutti. L’ex premier era atteso il 19 maggio, subito dopo la festa patronale di San Simplicio, per il solito&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RoWSDYnCgXI/AAAAAAAAAOY/CckYM_zrC4Q/s1600-h/02.copia.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/_fK5_R_O9wf4/RoWSDYnCgXI/AAAAAAAAAOY/CckYM_zrC4Q/s200/02.copia.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5081628341400928626" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; comizietto dal balcone e per la consegna della pergamena che attesta la cittadinanza onoraria al Lanciere Bianco. Ma, a causa di un malore, le onoranze (per carità, lo diciamo senza ironia) sono state spostate al 25 maggio. La comunicazione è stata data, nel corso di una conferenza stampa a cui sono accorsi i cronisti locali, direttamente dalla voce di "lui medesimo" Silvio Berlusconi, che ha parlato attraverso il telefonino di un sindaco agli sgoccioli ma visibilmente orgoglioso.&lt;br /&gt;Alla fine, il Lanciere Bianco è arrivato il 25 maggio, accolto da ovazioni, preghiere, bandiere, stendardi e fischietti. Una folla organizzata (come nella migliore tradizione dei soldatini di Forza Italia) e osannante. Dopo pochi giorni Olbia ha votato, e il candidato della destra è passato con una percentuale bulgara: il 66,9 per centro delle preferenze, contro il 30 per cento del candidato del centrosinistra. È stato eletto Gianni Giovannelli, già consigliere regionale, che lavora nel settore dell'edilizia, perciò, se così si può dire, ton sur ton. Il centrosinistra si è presentato a brandelli, diviso, spaurito, litigioso, perdente in partenza. L’ex sindaco - quello del telefonino - non poteva essere rieletto per la terza volta, e così, con la benedizione del Lanciere Bianco che gli garantirà qualche ruolo di sicuro prestigio, ha passato lo scettro a Giovannelli e a una giunta composta da vecchi trasformisti (ex socialisti), da giovani scalpitanti, forzisti, postfascisti, che perciò imbarazza i vecchi olbiesi antifascisti: c’è la percezione, impalpabile, quasi un sentore, di brutti ricordi. Ma sono ricordi di cui, in una città che ha perso la memoria anche a causa delle ondate cicliche di immigrazione e ai frequenti ricambi della popolazione, è stata accuratamente sepolta ogni traccia.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Banduleri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;A chi Olbia? A noi!&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;Con l’avvento della destra, il Comune di Olbia ha creato un suo sito web, con uno spazio dedicato alle piccole storie del passato scritte con molta grazia dalla sorella del nuovo sindaco. Storie di paese che cercano di costruire, con sforzo encomiabile e un po’ di fantasia, un’ossatura di società civile che, nella realtà, non c’è mai stata. Dove si parla di famiglie laboriose, signorine timorate di Dio, persino di un pizzico di presunta nobiltà, il progresso dell’auto e dei piroscafi, benessere, spensieratezza e joie de vivre... Ma la realtà era ben diversa: qualche famiglia di origine continentale arricchita con i piccoli commerci, qualche ozioso latifondista, indolenza cronica e mancanza di industrie, a parte qualche caseificio e la lavorazione del sughero (settore vitale in Gallura, chissà perché trascurato in quelle microstorie; eppure Olbia poteva vantare la presenza di un nome importante a livello internazionale come Intermundo: in città, c'è chi conserva i bellissimi calendari che l'azienda spagnola commissionava a Salvador Dalí) e una popolazione in buona parte ridotta alla miseria. Come testimoniavano i più attendibili Vittorini e, soprattutto, Emilio Lussu, secondo cui Olbia - che all’epoca si chiamava Terranova - vantava un primato poco nobile: quello di prima località sarda in cui le squadracce fasciste sperimentarono la “cerimonia” dell’olio di ricino. Nel racconto di Lussu, viene descritta la prepotenza di quelle famiglie che nel fascismo trovarono uno sbocco naturale, in contrapposizione a una popolazione coriacea, non allineata, ostile al fascismo; povera, forse, ma ostinata nella difesa della propria dignità.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Da “Marcia su Roma e dintorni”, di Emilio Lussu.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Terranova è una piccola ci
